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Meno giudizi bislacchi, per favore!

Meno letteratura, per favore

La critica letteraria di Filippo La Porta: mah.

 

Per non innescare un loop di rimandi testuali che allontanino l’attenzione dalla ricerca del (di uno dei) sensi della letteratura, eviterò di recensire un libro di critica letteraria. Ciò che interessa sono i Libri, fondamenta del tempio della letteratura – e delle sue dépendance. La critica letteraria rinsalda, aggiunge puntelli, mette in luce i sottani o eleva al rango di saloni le stanzette inutili, gli errori di progettazione. Oppure battezza per canonica una planimetria, scartando le altre.

La critica della critica sarebbe una spruzzata di dorato sui pomelli delle porte.

Ecco perché, anche se ho avuto fra le mani Meno letteratura, per favore! di Filippo La Porta (Bollati Boringhieri), anche se l’ho letto per intero – pratica, questa, che, garantisce l’autore, è in disuso e comunque inutile: basta un assaggio dei testi per capirne la bontà (bah) – comunque non lo recensirò.

Anche perché ne direi solo che non mi ha saziata, che mi ha fatto venir voglia di chiedere maggiori spiegazioni, per favore, o una più distesa argomentazione delle tematiche affrontate nell’analisi degli Autori italiani contemporanei. Ne direi che, sebbene sia più articolato del precedente È finita la controra (dieci pagine di introduzione e poi la parola lasciata, nuda, ai brani antologici), comunque non va in profondità.

Quindi, dicevo, no, non recensirò il recensore, non è cosa utile. Ecco perché vorrei solo unirmi al dibattito, discutere con lui di alcuni punti, e non dispensare giudizi al suo modo di darne. Dunque, La Porta, prendiamo Wallace, parliamone. Si poteva evitare un capitolo su due narratori stranieri (Wallace e Bolaño), non era necessario. Che poi, così, prenderne due: perché? Sono proposti come esempi della sopravvivenza della narrativa in questi tormentati tempi postmoderni, ma poi Infinite jest è liquidato come illeggibile. Non solo: come libro evidentemente non pensato per la lettura.

Capisco che, alla luce del capitolo finale, la posizione di La Porta è aperta alla possibilità di “spizzicare” i testi (diritto sancito da Pennac, ma riferito a libri che non ci piacciono, ché renderlo programmatico mi pare pericoloso). Capisco che non è detto che tutto ciò che noi adoriamo debba necessariamente essere considerato decente dai critici letterari, ma la comprensione non sempre mette a tacere i miei repentini moti di antipatia per chi non la pensa come me.

E, non volendo legare la mia stizza solo all’innamoramento per David (i.e. Wallace) e alla leonina difesa del proprio (gli Autori che amiamo ci appartengono), un po’ di dati oggettivi: La Porta scrive che Wallace discende da Pynchon e DeLillo: vero, ma impreciso. È un erede della tradizione narrativa statunitense a lui precedente e segue il filone massimalista più che quello carveriano, ma lo supera, e infatti considera negativamente l’atteggiamento dei suoi presunti maestri, che negano ogni possibilità di attribuzione di significato nel caos delle interconnessioni. Concordo con La Porta sulla definizione di “opera mondo” attribuita a Infinite jest, ma la mia stizza qui si acuisce, dato che era la conclusione della mia tesi di laurea che, se mai vedrà la luce tipografica, sarà accusabile di plagio.

Continuo: le “micronarrazioni” a cui La Porta si riferisce non sono divagazioni centrifughe ma frutto della struttura in frattali, una precisa intenzione nella creazione dell’universo narrativo; e poi la corrispondenza del calendario gregoriano con la meravigliosa invenzione degli anni sponsorizzati non è giustificata: L’Anno del Pannolone per Adulti Depend è, per La Porta, un probabile 2014. Perché? I miei calcoli sono diversi, ma potrei aver sbagliato, discutiamone: quali indizi testuali sono stati presi in considerazione? Ultimo punto, ma non per importanza: l’equivalente cinematografico indicato per Wallace è Tarantino. Devo commentare? David preferiva Lynch: se a quello interessa il gesto di tagliare un orecchio, ci dice Wallace, a questo interessa l’orecchio.

Ecco, mi fanno diventare puntigliosa, ma non è necessario dire la propria su tutti i narratori con cui si stanno edificando le nuove stanze del Tempio letterario, e non è detto che tutti i critici debbano discutere di tutte le modifiche strutturali. Non che le specializzazioni siano cosa buona, ma leggere i libri per intero potrebbe essere utile.

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