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Melania Mazzucco: «I momenti migliori per essere stati giovani in Italia? Le guerre»

Melania MazzuccoArticolo pubblicato sulla Webzine Sul Romanzo n. 1/2014.

Incontro Melania Mazzucco presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove la scrittrice tiene un corso di scrittura della durata di tre giorni.

Classe 1966, Melania Mazzucco vive della sua scrittura: ha esordito nel 1992 pubblicando un racconto sulla rivista «Nuovi Argomenti», ora i suoi romanzi hanno ricevuto un’infinità di premi e sono attualmente tradotti in 23 lingue. Nonostante la sua fama ormai internazionale, tiene i piedi ben piantati a terra, decisa a coltivare la sua scrittura genuinamente. Instancabile lavoratrice, ci sorprende quando iniziamo a parlare di giovani scrittori e di case editrici: «Essere messi sul mercato e poi abbandonati lì è anche peggio di non aver mai pubblicato».

 

Una vera scrittrice. In un’università. A tenere un corso di scrittura. Potrebbe sembrare un sogno agli studenti italiani poco abituati a tali “privilegi”. Cosa le ha fatto accettare quest’iniziativa, il piacere di insegnare, di trasmettere qualcosa o il voler aiutare chi scrive, specialmente i giovani che hai davanti?

Innanzitutto trovo che sia fondamentale avere un interlocutore, per riflettere sui propri lavori: c’è chi ha la fortuna di averlo già accanto e chi lo incontra durante il suo percorso. Chi scrive ha sempre bisogno di una persona vicino che dica la verità. In questa fase della mia vita sento di avere esperienza per dire determinate cose, e l’esperienza ce l’ho perché ho iniziato a lavorare a 20 anni e ho avuto tutto il tempo per imparare i “trucchi del mestiere”, quelli del lato più artigianale della scrittura. Per questo sento di poter trasmettere qualcosa: sicuramente la passione per il lavoro e l’idea che esiste una competenza, che esistono cose che si possono imparare, l’umiltà di perfezionare continuamente sé stessi e la propria scrittura. Cerco anche di trasmettere la passione di leggere, perché, lo sappiamo, saper leggere aiuta a saper scrivere: ci si pongono delle domande a leggere i libri degli altri, «Come sta raccontando questa cosa? Mi piace, non mi piace, io lo farei così…» e questo aiuta molto.

 

Ci crede lei? Nei giovani, intendo.

Moltissimo. Si dice che siamo un Paese vecchio; se è vero, le cause sono due: ci sono pochi giovani e qui si invecchia male. Qui si fa di tutto per scoraggiare, in qualsiasi campo, ma questo già lo sappiamo; questo, però, può essere potenzialmente un punto di forza: penso che un italiano di 25 anni possa essere più “forte” di uno di 30 che ha vissuto agevolmente all’estero. In giro ci sono borse di studio consistenti e altre belle cose, qui no, devi fare tutto da solo. Forse i momenti “migliori” per essere stati giovani in Italia sono state le guerre, il Risorgimento e la seconda guerra mondiale. Ma lì si era giovani per ammazzarsi, o ammazzare, quindi non erano paradisiaci nemmeno quelli. Se c’è una cosa bella in questa vita è la giovinezza e la giovinezza dà un coraggio raro; mio padre diceva che se non hai coraggio quando sei giovane è difficile che crescendo…

 

E nei giovani scrittori?

Sì, assolutamente. Da giovane io ero sempre depressa per i discorsi senili che sentivo, della serie «Non ci sono più gli scrittori di una volta»: il luogo comune di credere che il proprio tempo sia stato migliore. Una delle cose più vecchie del mondo. Non è vero che non ci sono giovani scrittori bravi, ne ho letti alcuni che mi hanno veramente sorpreso. Mi viene in mente quando ho scoperto l’anagrafica di Paolo Sortino, autore di Elisabeth (Einaudi, 2011), incentrato sul famosissimo fatto di cronaca della ragazza rinchiusa per 24 anni nella cantina di casa dal padre. È scritto da un ragazzo allora ventinovenne (Paolo Sortino è nato nel 1982) ma con una maturità psicologica e una comprensione del dolore sorprendenti; eppure non si tratta che di un ragazzo, ma questo non importa e non deve importare, semplicemente perché la maturità non ha età.

 

Visto che parliamo di fiducia: è stato stimato che le case editrici italiane pubblicano qualcosa come 60 000 titoli all’anno. Vantaggio o svantaggio per chi scrive?

Questa è una domanda difficile. Quando ho esordito io, la difficoltà stava nell’esordire: ti trovavi con un muro di fronte e riuscire a oltrepassarlo era complicatissimo; cercavano di ammazzarci prima. Diciamo che gli esordienti erano molti di meno, ma poi avevano la strada relativamente spianata.

Adesso pubblicare un libro è molto facile… può essere molto facile, soprattutto per una persona molto giovane. Questo è ovviamente un rischio; non ricordo quale scrittore diceva che non bisognerebbe mai pubblicare niente prima dei trent’anni: io non ci credo, c’è gente che a 25 anni ha già scritto libri straordinari. Non è importante pubblicare subito, secondo me, ti puoi bruciare, puoi venire facilmente etichettato e ti può essere tolta la possibilità di crescere. Raccomando un po’ di prudenza in questo senso, e l’assistenza da parte della persona-punto di riferimento di cui parlavamo prima. Essere messi sul mercato e poi abbandonati lì è anche peggio di non aver mai pubblicato.

In definitiva penso ci vorrebbe più selezione in partenza e più attenzione e cura nel “dopo” verso l’autore e l’opera.

 

Non mi metto qui a fare l’elenco dei premi che ha ricevuto e delle lingue in cui sono tradotti i suoi libri, ma le chiedo: ora come ora, sente più responsabilità nei confronti dei suoi lettori o libertà per sé stessa che scrive?

Da una parte la libertà, che i lettori in un certo senso mi hanno comprato: alla fine uno scrittore che ha un certo numero di lettori ha anche la libertà di vivere della sua scrittura, questa è una cosa che non ha prezzo, e io non sarò mai grata abbastanza verso chi mi ha regalato questa possibilità. Allo stesso tempo, i lettori non sono i padroni di uno scrittore: uno scrittore che scrive quello che i suoi lettori si aspettano, non è onesto nei loro confronti; per questo io ho sempre cercato di continuare la mia ricerca con la massima libertà, anche compiendo scelte che avrebbero potuto sconcertarli e spiazzarli. A me piacciono gli scrittori “minatori”, che si avventurano nelle profondità alla ricerca di una strada nuova; mi fa spavento chi si sente arrivato. I premi mi fanno piacere, ma non sono quelli l’importante: l’importante è sempre il libro che non hai ancora scritto.

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Melania MazzuccoUn diploma in sceneggiatura al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Il suo Un giorno perfetto (Rizzoli, 2006) nel 2009 è diventato un film, diretto da Ferzan Ozpetek. Quanto influisce il film all’interno della sua scrittura?

Ho sicuramente un immaginario e una scrittura molto visivi, non so se solo cinematografica, probabilmente anche pittorica, forse perché ho lavorato molto sull’arte e mi sento, per certi versi, più affine all’immaginario dei pittori che non a quello del cinema.

Il cinema mi ha insegnato a riflettere sulla narrazione. È stato molto importante vedere milioni di film: al Centro Sperimentale avevo la possibilità di vederli in moviola, e quindi di studiarli, di capire le scelte del regista quando traduceva un libro o quando inventava. Io non voglio scrivere le sceneggiature dei miei libri, se ho già scritto il libro, il mio film l’ho immaginato e creato con le parole.

Una mia sfida è scrivere immagini.

 

È stata anche traduttrice e curatrice (dell’edizione italiana della raccolta di racconti di Annemarie Schwarzenbach La gabbia dei falconi, edito da BUR, 2007). Com’è un’esperienza del genere per chi vive solo di scrittura?

Quella era una promessa che avevo fatto a me stessa: ho cominciato a occuparmi di Annemarie Schwarzenbach quando in Italia era completamente inedita, mai tradotta, e la maggior parte dei suoi racconti, dei suoi romanzi, dei suoi manoscritti erano inediti o mai ristampati perfino in Svizzera.

Ho deciso di scrivere un libro sulla sua vita, convinta che a breve distanza sarebbero stati pubblicati anche i suoi racconti. La mia idea era quella di fare un viaggio nella sua morte: è stata completamente dimenticata dopo essere morta a 34 anni. Io avevo quell’età mentre scrivevo il libro e sentivo importante avere questo confronto, sapere che cosa lascerò io a 34 anni. Ho lavorato per far scoprire Annamarie Schwarzenbach. Il progetto includeva anche la traduzione delle sue opere, che non volevo fare io; a dire la verità, solo di una cosa volevo occuparmi: dei suoi trascorsi in Oriente, perché lì i nostri percorsi di vita si sono proprio incrociati, dato che io avevo fatto i suoi stessi identici viaggi prima ancora di sapere della sua esistenza. Alla fine la traduzione è uscita 7 anni dopo (gli editori italiani sono strani).

Il lavoro che ho fatto per la Schwarzenbach è simile a quello che ho fatto con Tintoretto, invogliando la gente ad andare a vedere alcuni suoi quadri e sono molto contenta di poter affermare che moltissimi lettori l’hanno fatto, come molti hanno voluto leggere gli scritti di Annemarie (io ne ho potuto curare soltanto uno, ne sono poi stati pubblicati altri).

 

I titoli della sua top 3.

Io ho sicuramente l’Odissea, semplicemente perché ha tutto della nostra tradizione narratologica occidentale; rileggendolo “da grande” poi l’ho trovato ancor più affascinante, perché è il libro delle narrazioni, un modello di storie, bugie, falsi racconti; è un libro che insegna a scrivere, a usare i dettagli, la poesia, la metafora, la struttura temporale. È la mia Bibbia. Se uno vuole imparare a scrivere si dovrebbe mettere a leggere l’Odissea. L’altro libro sacro forse sono Le metamorfosi di Ovidio: questi sono i miei due capitali perché hanno intrinseco il concetto di storia. Gli altri titoli sono più legati all’epoca in cui li ho letti: c’è stato un periodo in cui l’Aleph di Borges era per me un libro imprescindibile. Tutti gli altri mi accompagnano; devo ammettere di non aver mai rinnegato nessun libro che ho letto.

 

Un’ultima cosa: un consiglio a chi vuole vivere di scrittura.

Di crederci, prima di tutto. Tutti mi hanno sempre detto: «Ma quando ti trovi un lavoro?». Si può vivere di scritture, credo, anche se ovviamente c’è qualcuno che può vivere anche solo con i suoi romanzi. Bisognerebbe avere un’idea plurale di scrittura: sapere che, oggi in modo particolare, pubblicare un libro non è l’unica via per essere uno scrittore, ci sono il cinema, la tv, il giornalismo in tutte le sue sfumature, la radio; sei sempre uno scrittore, come un artista rimane tale, che dipinga la facciata di una chiesa o che realizzi un piccolo ritratto di famiglia. È un universo molto più complicato, ma anche accessibile e ricco di opportunità di quello che si pensa. Poi ci sono i romanzi e i diritti d’autore: ovvio che se uno ha tanti lettori, viene tradotto e letto in tutto il mondo, vive facendo lo scrittore e lo auguro a tutti gli aspiranti, è importante però sapere che bisogna avere una pluralità di competenze. Se un giornale ti chiede di fare un reportage su una data cosa, devi essere in grado di adattarti, trovare le varie fonti e fare un buon lavoro, se vuoi campare di quello che ti piace. Può essere anche stimolante, visto che lavorare in più modi diversi può aiutare a trovare le proprie storie.

Siamo in un periodo di crisi totale, questo non lo neghiamo, ci sono stati decenni migliori, ma questo vale per qualsiasi mestiere. È fondamentale che ognuno di noi viva nel suo tempo: è il proprio tempo che dà le opportunità, non il passato. C’è stato un periodo in cui anch’io pensavo «Voglio fare la scrittrice, ma vivo nell’epoca sbagliata», ma mi sbagliavo. In futuro si scriverà in un altro modo, si leggerà in un altro modo, ma l’idea della narrazione, di ciò che si comunica attraverso una storia, è una cosa che l’umanità si porta dietro dall’alba dei tempi, fa parte di noi: si tratta solo di capire come farlo di volta in volta.

Abbiate fiducia. Quando ho pubblicato il mio primo libro, non sono andata in libreria per mesi e mesi; quando ci sono tornata e ho visto che qualcuno ne aveva comprato qualche copia mi sono resa conto che ormai non era più mio, che il libro aveva vita propria, e accorgersene è stato bello, liberatorio.


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