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Maurizio Torchio ci racconta chi sono i “Cattivi” del suo nuovo romanzo

Maurizio Torchio, CattiviLeggere Cattivi, il nuovo romanzo di Maurizio Torchio, significa trovarsi ingaggiati in una regolar tenzone fra noi e le nostre paure, senza aver dato il nostro preventivo assenso. Attraverso le parole di un carcerato, condannato all’ergastolo, che racconta dal suo punto vista la routine di privazioni, violenze e dogmi che guidano le sue giornate, l’autore spinge il lettore (fin dalla descrizione minuziosa della perquisizione che apre il racconto) nella testa e nella pancia del detenuto.

L’atterraggio è tutt’altro che morbido e porta il lettore a porsi continue domande sulla “giustezza” della punizione inflitta all’io narrante, che è colpevole sì del delitto di cui è accusato (è stato il carceriere in un sequestro di persona) e quindi merita una punizione, ma forse non l’alienazione fisica e mentale che a questa si lega.

 

Da questo “forse” mi piacerebbe partire per l’intervista con l’autore, chiedendogli se questo dubbio che in me è nato spontaneo e con cui mi sono dovuto confrontare per tutto il romanzo era uno degli obiettivi che si era posto.

È uno degli effetti perversi del sistema carcerario ed è uno degli effetti perversi nella coscienza dei rinchiusi. Nel momento in cui lo Stato rinchiudendoti non rispetta le leggi che lui stesso si è dato, è quasi inevitabile che chi è in carcere si senta vittima e questo diventa controproducente anche rispetto all’intento della pena. Se si schiaccia troppo brutalmente chi è rinchiuso lo si trasforma in una vittima. Mentre scrivevo, avevo in mente questo spauracchio tipico della letteratura carceraria. Anche di fronte a carcerati che riconoscono la loro colpevolezza è più facile schierarsi con i richiusi che con le vittime delle loro azioni. Ho cercato di non scrivere un romanzo assolutorio e quando notavo con la rilettura che mi spostavo troppo in quella direzione andavo a lavorare sul testo per correggere il tiro. Il libro non dà una soluzione e propone più volte uno scambio di ruolo al lettore fra vittima e carnefice, ma è ovvio che il lettore si schieri dalla parte di chi narra.

 

Come nasce l’idea di questo libro?

Sono un ascoltatore di un programma di Radio Radicale che è Radio Carcere, in cui si leggono le lettere di detenuti e da quelle si parte per parlare di un problema connesso alla realtà carceraria. Tutta la comunità carceraria ascolta questo programma: i carcerati, le famiglie, i magistrati, gli avvocati. Io lo ascoltavo perché ci racconta qualcosa sul nostro Paese che si preferirebbe non ascoltare. Così mi è venuta l’idea di raccontare la storia dal punto di vista di una persona richiusa in un carcere.

 

La descrizione della vita di un ergastolano è molto dettagliata, come si è documentato e ha potuto parlare direttamente con una persona che vive questa esperienza?

La documentazione è stata un momento importante, il premio e il sacrificio necessario alla concretizzazione della mia idea. Ci sono voluti cinque anni per arrivare a questo libro. Sono riuscito a entrare nel carcere di Bollate, dove mi hanno fatto entrare proprio perché volevo scrivere un libro su quel mondo. Bollate è un carcere modello, dove buona parte dei detenuti lavora come la legge vorrebbe e non ci sono problemi di sovraffollamento. Bollate è un carcere che respira, che interagisce con il territorio come dovrebbe fare un carcere in un Paese civile. Ma chi vive in quel carcere ha una biografia carceraria che nasce in altre realtà, così è facile assorbire storie di luoghi difficili in cui sopravvivere. Per me la documentazione è uno dei premi della scrittura. Tanto lo scrivere è disagevole e generatore di malattie psicosomatiche, tanto la documentazione è per me rassicurante.

Detenuti

Ciò che colpisce nello stile della narrazione sono l’asciuttezza del linguaggio e l’apparente asetticità con cui il protagonista narra l’ineluttabilità degli eventi di cui è testimone nel carcere, a cominciare dai più efferati. Penso, ad esempio, alla spedizione punitiva delle guardie nei confronti di un giovane detenuto che ha aggredito una guardia nel tentativo di sottrargli la foto della ragazza di cui è innamorato. L’io narrante descrive la preparazione delle guardie al massacro di un detenuto come se descrivesse la preparazione di una squadra di calcio per una partita importante. È il loro lavoro, non potrebbero fare altro. Eppure nella sua descrizione chirurgica inserisce all’improvviso un «sento le loro zampette di topi che vanno a picchiare». L’obiettivo è dimostrare che i carcerieri sono colpevoli quanto i detenuti?

Le guardie sono cattive come i cattivi che sono in carcere. La condanna dell’assalto brutale al detenuto è ovvia, ciò che mi premeva è far vedere il “prima” e il “dopo”. Cosa pensavano quelle guardie, cosa le ha portate a fare ciò che hanno fatto e come si sono sentite dopo averlo fatto. Perché avevano bisogno di sfogarsi a quel modo e che tipo di vita aspetta una guardia carceraria. Ricordiamoci che il tasso di suicidi fra le persone che svolgono questo lavoro è elevatissimo.

 

Come ha scelto il titolo del romanzo? Cattivi sono i detenuti, le guardie, chi sa cosa accade nelle carceri e non fa nulla per evitarlo?

La scelta del titolo è stata molto travagliata. Ci sono libri che trovano subito il loro titolo, in questo caso avevo molte idee, ma nessuna mi convinceva del tutto. Avevo pensato a La voce e il cemento, ma ero consapevole che faceva pensare più al titolo di un saggio strutturalista francese che a un romanzo. Alla fine ho mandato alla casa editrice un lungo elenco di possibili titoli e fra quelli c’era Captivi, puntando al legame etimologico fra cattività e cattiveria. Confrontandoci con Einaudi abbiamo scelto di trasformare Captivi in Cattivi. Temevo che in questo modo il legame con il “captivus” latino si perdesse, ma devo dire, confrontandomi anche con i lettori, che il concetto è passato, quindi sono soddisfatto della scelta finale.

Carcere

Con Cattivi, analizza anche il problema delle famiglie dei detenuti. Mi ha colpito molto il capitolo in cui descrive la preparazione alle visite, con le sedie bianche per i familiari e quell’unica sedia rossa per il detenuto e il ripiano del frigo dedicato a contenere le cose da portare al carcerato, che i figli non fanno che riempire nella speranza di far ingrassare così tanto il loro padre da fargli spezzare le sbarre che lo tengono lontano. Quanto si è consapevoli delle loro privazioni?

Poco. Il problema non è l’assenza di parole sul carcere, ma l’assenza di amplificazione di queste parole. Sulla sessualità in carcere o sull’impatto sulle famiglie ci sono libri, trasmissioni e giornali carcerari che ne parlano, ma queste cose restano a beneficio di pochi intimi e non penso che il mio libro possa aggiungere molto di più. Non avranno un impatto politico fino a che non cambierà la percezione pubblica e se non si riuscirà a cambiare questo non si potranno fare progressi. Quando entravo a Bollate, avevo un piccolo canale privilegiato e a volte sorpassavo le famiglie in attesa ed è lì che ho percepito a pieno il mio ruolo di persona libera.

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Maurizio Torchio«Ti ricordano sempre per la cosa peggiore che hai fatto. Un istante dà il nome a tutta la tua vita». Il protagonista sembra comunicarlo al lettore come un dato di fatto. E proprio così? O si può essere anche altro? È un modo per giustificare la mancanza di cambiamenti?

Nel parlare con le persone rinchiuse, si riscoprono la loro normalità e la loro varietà come esseri umani. Il loro essere simpatici, arroganti, stupidi o brillanti, ma ciò che percepiamo parlando con loro è solo la superficie e che bisogna aver il coraggio di sondare prima di emettere un giudizio, che non vuol dire non considerare la loro colpevolezza, ma anche calarla nel contesto in cui ora vivono quelle colpe.

 

Questo romanzo lascia nel lettore un forte disagio, è difficile non schierarsi almeno una volta con l’io narrante, che lei mostra molto più nelle vesti di vittima che di carnefice, con la sue debolezze, ingenuità e rimpianti, dimostrando che è più facile odiare e giudicare qualcuno che non si conosce. Quanto è cambiata la sua idea di colpa con questo romanzo?

Non è cambiata, è diventata più ampia. Uno dei miei riferimenti per Cattivi è stato Il ventre della bestia di Jack Abbott che fu la fonte principale di Norman Mailer nello scrivere Il canto del boia. Norman Mailer cominciando a corrispondere con questo detenuto si accorse che era una persona molto brillante e che scriveva molto bene. A quel punto però era già andato oltre, cominciando a pensare che Abbott non meritava di essere rinchiuso in quel luogo. Il che era vero nel senso che viveva in condizioni inumane, ma allo stesso tempo la pena che Mailer provava per lui e la libertà che il movimento di opinione generato da Mailer assicurò ad Abbott provocarono un altro delitto. Abbott uccise una persona per una semplice lite una volta uscito di prigione. Uno dei rischi per i “turisti carcerari” è di non rendersi conto che l’empatia con il carcerato li potrebbe portare a commettere un errore di valutazione. In alcuni casi aprire le carceri e far uscire un detenuto senza pensare alle conseguenze è grave quanto tenerlo lì dentro buttando via la chiave.

 

Si è ispirato ad altri autori oltre ad Abbott mentre scriveva Cattivi? Leggendo il suo libro mi è tornato alla mente Il sogno di Schroder, romanzo di Amity Cage, giovane autrice americana, che narra il tentativo di rapimento di una bambina da parte del padre, dal punto di vista del rapitore. Rapitore con cui è davvero difficile non immedesimarsi.

Certo, la lettura finalizzata alla scrittura è molto più proficua, sei un lettore molto più esigente, è un approccio combattivo alla lettura che è un requisito fondamentale per la scrittura. Anche per questo alla fine del romanzo ho ringraziato autori come Abbott, London, Puig e tanti altri autori che mi hanno accompagnato lungo il percorso e a cui mi sono ispirato.

Il carcere di via Ca' del Ferro, foto di Simone Ramella

Da quale lettore attende invece con più ansia un commento?

Certamente da coloro che sono stati i veri protagonisti di questa storia, dai carcerati. Sono in ansia per la loro risposta.

 

Ci sono rituali particolari che utilizza mentre scrive?

Una volta molti, ero convinto che ci fosse qualcosa di superomistico nella scrittura, che dovevo essere al pieno delle forze e della lucidità per poter dare il meglio. Per questo scrivevo solo in tarda mattinata, solo se avevo dormito bene di notte, solo mettendomi i tappini nelle orecchie per isolarmi dal mondo. Poi sono cresciuto. Ora sono molto più tranquillo, cercando di scrivere tutti i giorni della settimana, ad eccezione del fine settimana che dedico alla famiglia.

 

Prima citava alcune malattie psicosomatiche, quali l’hanno afflitta di più mentre scriveva Cattivi?

Gastrite e insonnia sono state compagne fisse di cui farei volentieri a meno, ma sembra che loro si siano affezionate a me e così conviviamo.

Il carcere di via Ca' del Ferro, foto di Simone Ramella

Sappiamo che gli scrittori, a parte pochissimi fortunati, vivono almeno due vite in una, dovendo affiancare un altro lavoro alla scrittura per poter sopravvivere. Vale anche per lei?

Sì, io lavoro al centro storico Fiat, che è un museo e un archivio. Un lavoro necessario, senza il quale non potrei sopravvivere.  Purtroppo non rientro fra i fortunati che citava.

 

Come è arrivato alla scrittura?

Classici disagi giovanili. Un adolescente che riesce bene a scrivere e pensa di dedicare tutta la sua vita alla scrittura. Non ho avuto una folgorazione sulla via delle lettere. Scrissi un libro di racconti e lo mandai alle case editrici. Il tempo passava e non ricevevo riscontri positivi. A un certo punto mi ero messo l’anima in pace e avevo deciso di non scrivere più. Poi arrivò una proposta inattesa e mi decisi a scrivere un altro libro. Da allora produco in modalità ping-pong, ossia aspetto sempre di ottenere l’interesse di un editore per il libro che ho concluso prima di iniziare a lavorare al successivo. Anche per Cattivi non davo per scontato che sarebbe diventato un libro e che poi avrei cominciato a lavorare a qualcos’altro.

Il carcere di via Ca' del Ferro, foto di Simone Ramella

Sta già lavorando a qualcos’altro allora?

Mi è arrivato il pong. Cattivi è diventato un libro quindi sono pronto a scriverne un altro. Devo ancora trovare l’idea giusta per il prossimo.

 

La fase di editing è importante per i suoi libri e quanto impatta sulla sua prima versione?

È una fase importante ma non molto invasiva. Il mio editor è Marco Peano, un editor che non ha bisogno di fare delle modifiche a tutti i costi per dimostrare l’importanza del suo lavoro. Marco propone delle modifiche solo se è convinto che servano altrimenti lascia il lavoro inalterato. Nel mio caso non sono stati necessari particolari cambiamenti, anche perché sono uno scrittore stitico e auto-revisionista allo spasimo, quindi quando la mia storia arriva davanti a uno sguardo altrui ha già subito molte variazioni. Certo un parere diverso dal proprio è importante, ma gli interventi rispetto a uno scrittore “logorroico” sono molto più limitati.

 

Ringrazio allora Maurizio Torchio per la sua disponibilità a farci entrare nel mondo dei “suoi” Cattivi.


Leggi tutte le altre interviste agli scrittori.

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