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Maurizio De Giovanni: «Il romanzo vero è un romanzo sociale»

Maurizio De Giovanni, In fondo al tuo cuore. Inferno per il Commissario RicciardiAncora un’avventura ambientata a Napoli per lo scrittore Maurizio De Giovanni che ha pubblicato il suo ultimo libro per Einaudi, In fondo al tuo cuore: Inferno per il Commissario Ricciardi.

Il nuovo romanzo prende vita nella città partenopea durante una torrida estate degli anni Trenta, che la fa assomigliare a un inferno per le temperature elevate. «In giro c’era la solita frenesia, appena rallentata dal caldo sospeso nell’aria come una colata di metallo fuso. Non sarebbe stata una fine della settimana come le altre, quella: c’era il Carmine, quella settimana. C’era la festa, la festa dell’estate e del caldo, la festa della Madonna Bruna e delle grazie chieste e ricevute, la festa delle danze in piazza e dell’incendio del Campanile».

L’indagine del Commissario, che ha conquistato un ampio pubblico di ammiratori, anche tra i suoi colleghi scrittori, parte questa volta dalla misteriosa morte di un chirurgo che precipita dalla finestra del suo ufficio. Ma non è il mistero l’unico ingrediente di questo romanzo, in cui si fanno largo anche passioni più intense, amore, infedeltà e tradimenti in un intreccio che avvince il lettore con un meccanismo di grande abilità narrativa e capacità introspettiva dei personaggi ai quali De Giovanni, che abbiamo intervistato negli studi di Radio3Network, ci ha abituato e che ripropone anche in In fondo al tuo cuore: Inferno per il commissario Ricciardi.

 

Da dove parte Maurizio De Giovanni per costruire i suoi romanzi e i suoi personaggi negli anni Trenta, nel periodo fascista?

L’ambientazione negli anni Trenta è stata del tutto casuale. Il primo racconto che aveva per protagonista il Commissario Ricciardi nasce da un concorso, cui sono stato iscritto quasi per scherzo, che si svolgeva in un caffè storico della città che è il Liberty. Mi venne, dunque, naturale ambientare il racconto in quel periodo, ispirato dalla location, racconto che poi vinse il concorso e venne pubblicato sul giornale. Da lì nasce questo personaggio che ho preferito lasciare in quel periodo che, in effetti, è poco raccontato e conosciuto nel suo quotidiano, ma solo per le conseguenze tragiche che il ventennio ha determinato nel nostro Paese.

 

Perché, secondo lei, è poco conosciuto e “indagato” da un punto di vista letterario?

Sicuramente non di recente si è manifestato questo interesse. Gli anni Trenta erano animati da un ottimismo e da una voglia di vivere e di futuro, anche se in un contesto di povertà, che poi, come sappiamo, finì nel sangue. Già il Commissario De Luca di Carlo Lucarelli vive e opera nei secondi anni Quaranta, nell’immediato dopoguerra, che è un contesto storico molto diverso. Credo che ci siano alcune affinità tra gli anni Trenta e i giorni nostri: raccontare i primi significa, secondo me, cercare di capire meglio il mondo intorno a noi e questa società che viviamo.

 

Questo suo ultimo lavoro è stato definito “Il romanzo dell’infedeltà” perché Ricciardi è impelagato in affari di cuore…

Questo romanzo nasce intorno alla vicenda della morte di un chirurgo, un noto ginecologo che precipita dalla finestra. Attorno a questa morte si sviluppano passioni ed emozioni tipiche di queste situazioni, alimentate dal caldo torrido dell’estate più calda del secolo, più calda del 2003, per intenderci. Gelosia, invidia, orgoglio ferito crescono favorevolmente in questo contesto e danno luogo a una serie di reazioni personali di stampo criminoso.

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Maurizio De GiovanniI suoi romanzi si prestano assai bene alla trasposizione cinematografica e come sappiamo I bastardi di Pizzofalcone presto diventeranno protagonisti di una fiction per la Rai….

Anche il Commissario Ricciardi compirà questo passaggio e lo vedremo presto in carne e ossa, non solo sulle pagine del libro.

 

Davvero? E come se lo immagina? È pur vero che lei lo descrive e lo conosce bene, in quanto padre letterario, ma in tv o al cinema i personaggi dei romanzi diventano altro?

Non è giusto, secondo me, aspettarsi le suggestioni di un libro. Si tratta di due linguaggi diversi e devono essere accettati in quanto tali. I lettori ritroveranno emozioni e sentimenti anche nella versione televisiva, ma non potranno aspettarsi la totale corrispondenza di quanto hanno immaginato.

 

Contribuirà alla sceneggiatura, immagino… 

Beh, sì, naturalmente, mi sono riservato questo ruolo per continuare a seguire da vicino i miei personaggi.

 

Parlando dei protagonisti più amati della narrativa italiana degli ultimi anni, da Ricciardi a Montalbano a Guerrieri, potrebbe sembrare che prevalgano quelli provenienti dal Sud Italia? Piacciono di più per il carattere sanguigno delle genti meridionali?

Non credo che ci siano questi fattori a guidare il successo del noir italiano che sta vivendo una bellissima stagione a prescindere. Bisogna annoverare in questo prestigioso elenco anche Massimo Carlotto, Bruno Morchio, Marco Malvaldi, Marco Vichi, Francesco Recami, Carlo Lucarelli, Alessandro Berselli, Stefano Piedimonte, Donato Carrisi, Giancarlo De Cataldo, Roberto Costantini, Gianluca Morozzi, Giorgio Faletti, e l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo, che hanno saputo orientare verso il noir l’interesse del pubblico e della letteratura. L’Italia, al contrario di altre nazioni, possiede un’enorme ricchezza e varietà, una polifonia straordinaria. Se leggiamo i gialli scandinavi, c’è una sostanziale uniformità: i best seller degli ultimi anni hanno comunque delle similitudini, nonostante gli autori siano di nazioni diverse. In Italia ogni città ha il suo quid da sviscerare e da raccontare. Il romanzo vero è un romanzo sociale, e abbiamo la fortuna di raccontare le nostre città – e dunque la nostra società – sotto la chiave di lettura del crimine, pur essendo un argomento terribile.

 

Sappiamo che lei è un lettore appassionato: qual è il libro che sta leggendo in questo momento?

Rimpiango molto i tempi in cui potevo scegliere che cosa leggere. Sono sempre più spesso impegnato a leggere ciò che mi serve per lavoro, narrativa e saggistica innanzitutto. Nei ritagli di tempo dalle letture “obbligate”, sto leggendo con grande soddisfazione l’ultimo libro di Donato Carrisi, che consiglio vivamente, il bellissimo libro di Bruno Morchio e l’ultimo di Stefano Piedimonte, un giovane talento napoletano che mi piace moltissimo.

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La fiera della banalità. Ambiziosamente, tronfiamente, pinguemente appagato del proprio successucolo all'italiana. Col romanzetto che si trasforma in ficscion per le amebe che guardano mamma chioccia rai. Bella donna mamma mia Ein Zwei zuppa napulitane. E si permette di parlare di polifonia, quando la musichetta è sempre la stessa, a disco rotto in interminato loop. Il titolo, poi, non c'entra nulla col contenuto. A mio parere, aggiungo, il romanzo non deve necessariamente essere sociale: perché deve avere uno scopo del genere? neanche sociopoietico? Perché facciamo gli importantoni, con la partenopea cazzimma in viso, e carichiamo il testo, rendendolo fatuamente onusto, di pesi e pretese? Parlare di intrattenimento vi urta lo stomacello? Corsi e ricorsi vichiani, come quando la bistrattata letteratura dovette fregiarsi del nome di scienza, per darsi un tono, nell'aere neopositivista mai sempre ristagnante.

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