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“Mare al mattino” di Margaret Mazzantini, il tramismo buonista e puntinista

Margaret Mazzantini, Mare al mattinoAutrici come Margaret Mazzantini aiutano a rendere evidente la differenza tra la bontà e il buonismo, tra un approccio etico e uno meramente legato alla convenienza di una moralità che, ormai, è sempre più moralismo glamour di una borghesia delle professioni in cerca di autocompiacimento da beneficenza insegnata ex cathedra e applicata a pari che sono mantenuti in uno stato di minorità quel tanto che basta per impedirgli di autoporsi come portatori di uguale dignità.

Per Margaret Mazzantini, ossessionata dal racconto edificante con finalità didascaliche, è complicato, se non addirittura impossibile, rendere la bontà, il cui senso ultimo è la gratuità, che rompe il nesso di causalità alla base del do ut des caratterizzante l’approccio alla vita indotto dal senso comune. Quest'ultimo, del resto, sta alla letteratura come l’establishment alla politica e il politically correct al rispetto: un dominio per negazione di negazione, una simulazione di verità altra, restando all’interno di solide manovre uniformanti.

Il buonismo, invece, facilita il compito e la Mazzantini, come le migliori Pubblicità Progresso del Ministero delle Pari Opportunità, aderisce a questo principio che si potrebbe definire borghese, nel senso originario del termine, e prospetta una moralità anti-etica, puntando sul timore dei pareggiamenti storici: i Libici, che un tempo avevano cacciato gli Italiani, ora sono costretti a  scappare dalla Libia e a cercare rifugio proprio in Italia.

Quello che sarebbe potuto diventare un intreccio per giocare con l’ironia della sorte o con il sarcasmo pedagogico si trasforma, tra le mani della Mazzantini, in un collage, in cui due storie sono legate insieme da una colla che, nata come trastullo per la terza generazione di possidenti terrieri abituati a vivere di rendita, è diventata prodotto di largo consumo per formule di passatempo di massa: il tramismo, inteso come religione della trama, mania irresistibile che spinge ad affossare la vita in legami intreccianti situazioni e fatti al punto che, al confronto, il San Tommaso dell’Ex ordine causarum efficientium sembra un novellino alle prime armi.
Non si tratta di una variante dell’effetto farfalla, perché nel Mare al mattino (Einaudi, 2011) non c’è il minimo tentativo di analisi delle ragioni politiche, economiche o storiche alla base della guerra in Libia e dell’uccisione di Gheddafi. Nessuna farfalla vola nel libro della Mazzantini e di nessun uragano s’indagano le cause; anzi, come si conviene ad un buonista per eccellenza, le domande perturbanti sono accantonate fuori dalla quarta di copertina per evitare di dover arrossire e nascondere il viso dietro un ventaglio ormai fuori moda. Non si tratta nemmeno di un’esemplificazione dei tentativi teorici di definire un’Etica Globale, perché la Regola d’oro dell’Etica della Reciprocità presuppone un preliminare e propedeutico riconoscimento della dignità altrui come pari alla propria pur nella diversità.

Nel Mare al mattino si alternano due storie: quella di Farid e Jamila, che tentano di fuggire dalla Libia in guerra, e quella di Angelina e Vito, che ritornano in Libia non appena è stato ritirato il divieto di rientro per gli ex coloni italiani e i loro familiari.
L’intento pedagogico è evidente, ma si alimentano due impliciti principi, fondati sull’immoralità economica: attenzione a fare del male al tuo vicino perché un giorno potresti avere bisogno di lui e tieni presente quello che hai vissuto e sta’ attento a non farlo rivivere al tuo vicino perché potresti trovarti nella condizione di aver bisogno di lui.
L’economia e la convenienza, mascherate da buonismo, celano un’immoralità di fondo e promuovono la soppressione di qualunque etica della bontà, sulla base di un principio di uniformazione: ama il prossimo tuo non come ami te stesso, ma perché il prossimo tuo è uguale a te.

L’uniformazione è, dunque, la vera regola d’oro di questo romanzo breve della Mazzantini, a cominciare dalle metafore usate per raccontare il deserto e tratte tutte da un immaginario che, invece, è esclusivamente marino: «Ha cercato le conchiglie fossili sepolte milioni di anni fa, quando il mare entrava nel deserto. Ha rincorso i pesci lucertola che nuotano sotto la sabbia. Ha visto il lago salato e quello amaro e i dromedari color argento avanzare come logore navi di pirata. Abita in una delle ultime oasi del Sahara.», (pag. 3).
Il lettore viene familiarizzato con la storia e con Farid attraverso il ricorso ad immagini che gli sono note, ma il risultato è un ibridismo di sintesi tra la realtà del deserto libico e quella del lettore / scrittore, incapace di rispondere ad una domanda apparentemente semplice: perché un bambino libico dovrebbe sognare i pirati e non i califfi? Si potrebbe rispondere che è la forza della globalizzazione, ma confermerebbe l’obiezione iniziale di un buonismo uniformante ed ibridante, come testimoniano anche altre due tendenze che attraversano il romanzo:

  • Il ricorso ad immagini da turista occidentale: «Erano abituati a resistere alla sete, ad essiccarsi come datteri, senza morire. Un dromedario apriva loro la strada, una lunga ombra storta. Scomparivano nelle dune.», (pag. 4). Datteri, dromedari e dune: 50,00 € tutto compreso, prezzo onesto per gli ospiti del villaggio vacanze. Ci sono, comunque, domande insolute: come può un uomo essere ancora vivo dopo essersi essiccato come un dattero? Ma, soprattutto, com’è possibile che i beduini non siano estinti dal momento che «scomparivano nelle dune»?
  • Il tono eccessivamente esplicativo da guida turistica o da documentarista: «Si fermavano negli uadi, i letti dei fiumi coperti di vegetazione, montavano le tende.», (pag. 3) o «Ha paura che sia uno uaddan, la pecora asino dalle grandi corna protagonista di tante leggende.», (pag. 8). Si acquista un romanzo e si legge il testo di una puntata speciale di Geo & Geo. Anche in questo caso, la strategia è di non problematizzare la lettura, spiegare, come una guida qualunque, quello che c’è da spiegare in modo da renderlo assimilabile e non perturbante, dimenticando che «pecora asino dalle grandi corna protagonista di tante leggende» è una nota da Wikipedia che nulla aggiunge alla comprensione delle ragioni della paura.

Sostanzialmente, Farid resta sconosciuto al lettore, che continua a vedere in lui ciò che di simile c’è in sé, in un gioco di specchi per cui, alla fine, il lettore rivede soltanto se stesso e ignora l’altro da sé. Si ovvia al posizionamento traumatico della differenza, ma, al contempo, non ci si rende conto che si sta rinunciando alla forma autentica di riconoscimento dell’altro. L’autocoscienza, qui, è un fatto univoco, dato una volta per sempre e irrigiditosi in uno pseudo-movimento che, in realtà, è una stasi che si nasconde dietro i principi universali di una facilmente moraleggiante visione del mondo in cui per l’etica è sempre giornata di libertà, come per la serva in una casa trasformata a regno della domotica: un modo come un altro per risparmiare sui costi fissi di gestione ed evitare possibili prese di coscienza.

L’ombra uniformante del buonismo, però, non è solo una questione di immaginario negato, ma anche e soprattutto di lingua. Tra le due storie narrate nel romanzo non c’è uno scarto di toni o di registro. La Mazzantini si assesta su un livello medio che si conforma ai principi del puntinismo fotogrammetrico: uso convulso della punteggiatura, azzeramento delle subordinate, successione di proposizioni principali paratattiche, con o senza predicato verbale («Farid capisce che è una gazzella. Una giovane gazzella. Non scappa. I suoi occhi, spalancati e così vicini, sono limpidi e calmi. Il manto è scosso da una vertigine.  Forse trema anche lei. […]. Il giorno dopo a scuola, Farid riempie pagine di gazzelle, le disegna storte, a matita, le colora spingendo il dito nelle tempere ad acqua.», pag. 9).

Romanzi come questi, sebbene nati da una volontà pedagogica, si rivelano, in fin dei conti, espressione di un senso comune borghese che permea di sé tutta l’Italia, indipendentemente dal ceto sociale di appartenenza del singolo cittadino: la Rivoluzione o la guerra di liberazione da un tiranno che non serve più è un fatto positivo, ma guai a sporcarsi («Non era andata su internet a vedersi il flagello, la fuga nel buco di cemento del topo insanguinato. Conosce la fine dei dittatori. Quando la carne diventa gomma da trascinare. L’insensatezza della rabbia postuma. Nessuna gioia, solo un macabro trofeo che sporca i vivi. La memoria è calce sui marciapiedi del sangue.», pag. 123) o a porsi domande sul come e sul perché, meglio accompagnare i nuovi vincitori con un laconicamente ironico «Siamo liberi. Evviva evviva.» (pag. 123) che chiedersi chi effettivamente siano questi vincitori.


Per un approfondimento sulla pericolosità del tramismo, si rimanda al blog Giramenti, qui e qui.

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Commenti

Semplicemente splendido!!!!!

Fa piacere, ogni tanto, leggere della critica non solo di nome ma anche di fatto!
Bene!

oddio che recensione pallosa!!!
Almeno il libro della mazzantini mi ha dato delle emozioni, sarò ignorante ? Sarò incolta? Non capirò niente ? Pazienza, io mi tengo le mie emozioni e vivo senza tanta "spocchia".
Vorrei sapere quanti hanno letto con piacere e capito TUTTA questa recensione... C'è gente tanto boriosa invidiosa a questo mondo....

Cara Anonima, a me pare che la persona invidiosa, o comunque mossa a scrivere da istinti bassi e nient'affatto culturali, sia lei. Io, per esempio, ho letto la recensione con piacere. Anche se non posso entrare nel suo merito, visto che non ho letto il libro della Mazzantini (mea culpa).

Credo che questo genere di recensione piaccia soprattutto alle persone che leggono molto, e che capiscono la distinzione fra un bel libro e una fuffa pseudo-intellettuale. Poi però, visto che le librerie sono piene di fuffe di successo, ci saranno sempre persone che leggono un libro all'anno, e che leggono solo autori-fuffa di successo, che poi se la prendono a male quando scoprono che i loro "miti" e le loro "emozioni" sono facilmente smontabili da chi alla lettura (e alla cultura) si interessa davvero.

Mi perdoni, ma anche "Amici" della De Filippi o programmi come "Il grande fratello" generano emozioni in chi li segue. Emozioni facili, che è facile generare, e che attecchiscono in milioni di seguaci. Ragionare sulle cose in modo critico invece è più difficile. Anzi, come dice lei, "palloso". Purtroppo questo è il grande gap esistente fra chi legge e chi non legge (se non sporadicamente): i primi pensano che analizzare e ragionare sulle cose sia necessario, i secondi che sia "palloso". Cara Anonima, tragga lei le sue conclusioni...

caro anonimo, ma perché se una persona manifesta il suo dissenso ( e Gerardo lo argomenta pure, che sciagurato!) deve essere SOLO invidia, odio e livore? La recensione è al libro non alle tue emozioni. Tu percepisci una transitività che non c'è. Anche io non sono d'accordo con la sua recensione sul libro di Davide Longo ma non per questo ritengo che la sua critica sia stata dettata dall'invidia. O, perdona la mia presunzione, ne fai una questione di persone? La Mazzantini è famosa, è la moglie di Castellitto, è benestante e i suoi libri trovano una trasposizione cinematografica di successo. Quindi è naturale che sia invidioso. Perché i valori sono solo quelli. Denaro, successo, fama, gloria. Saluti

non ho letto questo libro perché la mazzantini non mi piace, mi sono però goduta molto questa intelligente recensione, articolata, motivata e moralmente ineccepibile. concordo sul tramismo e il buonismo, che stanno affossando la nostra già malmessa letteratura casalinga. mi consigli un italiano/a che faccia da antidoto?

Ciao Silvia,
grazie del messaggio e scusa se rispondo in ritardo, ma ho letto solo ora.
Chi posso consigliarti? Walter Siti, ad esempio, ma anche l'ultimo Emanuele Tonon, di cui ho scritto qualcosa qui: http://www.sulromanzo.it/blog/la-luce-prima-di-emanuele-tonon-per-una-di...
Spero di esserti stato utile, per qualsiasi commento scrivi tranquillamente :-)

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