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Marco Polo, tra viaggiatore e narratore. Intervista a Gianluca Barbera

Marco Polo, tra viaggiatore e narratore. Intervista a Gianluca BarberaDopo Magellano, Gianluca Barbera ritorna in libreria con Marco Polo. Edito anche questo da Castelvecchi, il romanzo pone al centro della narrazione la figura di Marco Polo nella duplice veste di viaggiatore e raccontatore di sé. Un libro dunque che si dipana lungo due poli, tra loro intrecciati, l’arte del viaggio e quella della narrazione, entrambe rappresentate dalla figura di Marco Polo.

Ed è questo uno dei nodi di cui abbiamo discusso con Gianluca Barbera.

 

Il libro si apre con un Marco Polo che, dopo aver provato a raccontare invano la sua storia e averne ricevuto in cambio un’accoglienza a suon di parole poco lusinghiere e lancio di ortaggi, si consola pensando alle corti d’Italia presso le quali sarà accolto «come un re». Per quale ragione ha voluto restituire una tale immagine all’inizio del romanzo?

Il popolo è più diffidente? È il primo a sentire puzza di bruciato (a volte anche quando non c’è)? A voi la scelta. Gli scrittori a volte vengono accusati di disimpegno. Eccovi servito un incipit “politico”. E poi si tratta di un avvio molto dinamico, quasi cinematografico, che proietta subito il lettore in media res, come deve essere, facendo percepire suoni, voci, odori e colori dell’epoca, tutto in un’unica scena iniziale di poche pagine.

 

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«Da lì ripartirò, signori miei, poiché non c’è sviluppo che non sia già in potenza…» È una delle frasi che lei fa pronunciare a Marco Polo e mi sembra che condensi una parte della cultura dei secoli a cavallo dei quali visse. Qual era il rapporto di Marco Polo col suo tempo?

Quella riflessione vale ab aeterno. E Marco Polo è un caso emblematico. Gli italiani sono stati pionieri nei viaggi di esplorazione e nel concepire una visione del mondo allargata. Prima e dopo di lui i nomi che possiamo mettere in fila sono numerosissimi: Odorico da Pordenone, i fratelli Vivaldi, Ludovico de Varthema, Colombo, Vespucci, Caboto, Sassetti, Carletti, Belzoni, Nobile, Tucci, e tanti altri.

Si può dire che abbiano inventato un genere, quello del resoconto di viaggio, denso di osservazioni sui costumi e sulle credenze degli altri popoli, non esente da incursioni introspettive e filosofiche. A quel felice modello si sono ispirate le grandi relazioni di viaggio dei secoli a venire, a cominciare da quelle dei grandi viaggiatori inglesi di Sei, Sette e Ottocento.

Marco Polo ci fa accedere a una visione naturalistica e al tempo stesso prodigiosa del mondo. Non più le figure stilizzate dell’arte bizantina ma immagini a tutto tondo, carnali. Non più rassegnazione e castigo ma slancio e curiosità per le meraviglie – non esenti da pericoli – che ci circondano.

Marco Polo, tra viaggiatore e narratore. Intervista a Gianluca Barbera

Al centro del romanzo ci sono sì le avventure di Marco Polo e il suo viaggio in Cina, ma c’è anche un’altra immagine del viaggiatore veneziano, quella cioè del raccontatore se stesso e le proprie storie. Cosa l’ha spinta verso questo punto di vista? E in che modo ha lavorato per conservare integra la voce di Marco Polo narratore?

L’antica e nobile arte del raccontare, che risale agli aedi e ai rapsodi (e ancora più in là), è l’altra vera protagonista del romanzo. Il mio Marco Polo ne è la celebrazione. Ma l’arte di narrare racchiude un rischio ineludibile, quello di ingigantire le cose, di mitizzare, di presentare esclusivamente la propria versione dei fatti, di mescolare l’invenzione con la realtà, rendendo labile il confine tra vero e falso, facendo trasmigrare la propria identità in una dimensione mitica, a volte propagandistica. 

 

Già con Magellano aveva raccontato di un uomo e dei suoi viaggi in mare. Con Marco Polo passiamo da un esploratore e navigatore a un mercante. In che modo queste diverse professioni influenzano le rispettive personalità e il diverso approccio con i Paesi nei quali sono giunti?

Magellano si mise per mare non per sete di conoscenza ma essenzialmente per ragioni di conquista e per restituire gloria al suo casato. Il giro del mondo non era nelle previsioni. In lui vi era spirito di avventura, ma ancor più ambizione personale, smania di grandezza. Marco Polo invece si unisce al padre e allo zio (loro sì mercanti fino in fondo) mosso dalla curiosità e dal desiderio di conoscere il mondo, forse anche in ragione della giovane età: in questo più simile a Pigafetta che a Magellano. E difatti il Gran Kahn lo prende subito in simpatia grazie alla curiosità e allo spirito di osservazione che dimostra e lo spedisce per tutto il suo vasto impero come suo inviato poiché, a differenza degli altri emissari, al ritorno Marco Polo non si limita a riferirgli dell’ambasceria ma si presenta con mappe, misurazioni, descrizioni e aneddoti riguardanti le terre visitate, i popoli incontrati. Per tutto questo il khan prende ad amarlo come un figlio. Questo è lo spirito che dovrebbe sempre animarci.

 

In Magellano ha scelto di far raccontare la sua storia da Juan Sebastián del Cano, ex compagno di viaggio del navigatore portoghese, mentre la storia di Marco Polo è narrata attraverso le sue parole, nonostante lo stesso Polo avesse affidato le sue vicende alla penna di Rustichello da Pisa. Per quale ragione ha optato per questa soluzione?

Magellano morì nel corso della spedizione, non avrebbe potuto raccontarla. Inoltre volevo conservare l’enigma che continua ad avvolgere la sua figura. Il punto di vista che ho scelto mi ha permesso infine di rendere più drammatica la contrapposizione tra le due figure, Magellano e Del Cano, accentuando la componente del tradimento, che è il vero tema del romanzo. In Marco Polo la voce narrante è lo stesso Marco, in apparenza. Ma proseguendo nella lettura si comprenderà che non è più un singolo punto di vista a essere in gioco, ma l’eternità della sua storia, del suo mito: “Chi può dire cosa è vero e cosa è falso. Io meno di tutti; perché ciò che importa è la storia: e quella deve durare in eterno”.

Marco Polo, tra viaggiatore e narratore. Intervista a Gianluca Barbera

Il mare, i viaggi, la scoperta, il rapporto con e il racconto dell’altro sembrano temi sui quali ritorna in modo diverso in entrambi i romanzi. Cosa rappresentano per lei?

Oggi c’è la tendenza a ritenere che viaggiare nel proprio animo sia un modo altrettanto e forse anche più appagante che compiere un viaggio nello spazio fisico che ci circonda. Ma il nostro animo è qualcosa che cresce e si arricchisce solo a contatto con gli altri e col mondo. Altrimenti si finisce come quei fiori che sbocciano solo per poche ore, appassendo nel volgere di una notte.

 

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Non si può ragionare di Marco Polo senza menzionare la Cina, a proposito della quale si cita di nuovo la “Via della seta”. Secondo lei, fino a che punto è giusto parlare di Via della seta per quanto sta accadendo oggi?

La storica “Via della seta” era una rete di comunicazione attraverso la quale viaggiavano le merci e gli uomini, da Occidente a Oriente, e viceversa. Lo scambio era reciprocamente vantaggioso. All’epoca di Marco Polo, la Cina e l’impero del Gran Khan, forse il più vasto mai esistito, erano fiorenti ma non incombenti (anche se i mongoli facevano paura); oggi invece le distanze sono quasi annullate. E l’attuale “Via della seta” pare poggiare su basi di minore reciprocità. Ma potrei sbagliarmi. Naturalmente il ricorso a quella espressione, “Via della seta”, non è che una scelta di marketing. È presto comunque per fare previsioni. Credo convenga sedere al tavolo tenendo gli occhi bene aperti. La realtà odierna è infinitamente più complessa di un tempo.


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