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Marco Cubeddu e “Pechino Express”: «Ecco perché ho deciso di andare in televisione»

Marco Cubeddu e “Pechino Express”: «Ecco perché ho deciso di andare in televisione»Giungerà questa sera alla terza puntata Pechino Express, l’adventure game di Rai2 prodotto da Magnolia e condotto da Costantino della Gherardesca, che sta portando Tina Cipollari, la regina di Uomini e Donne di Maria De Filippi, Lory Del Sando e altri personaggi più o meno noti alla ricerca delle civiltà perdute dell’America meridionale.

Di certo, però, a far discutere il popolo delle lettere è stata la partecipazione dello scrittore Marco Cubeddu. Già autore di due fortunati romanzi, Con una boma a mano sul cuore e Pornokiller (entrambi editi da Mondadori), e caporedattore di «Nuovi Argomenti», una delle riviste letterarie più prestigiose in Italia, Cubeddu non aveva certo bisogno di Pechino Express per far conoscere la sua scrittura. Ma allora perché ha deciso di prendere parte a una trasmissione televisiva come questa? Lo abbiamo chiesto a lui che, tra il serio e il faceto, ha risposto a qualche nostra domanda.

 

In una recente intervista a «Panorama», ha dichiarato di aver deciso di partecipare a Pechino Express per avidità, narcisismo ed esibizionismo. Davvero non c’è nulla che rimandi, fin dall’inizio, alla scrittura?

C’è, c’è eccome: il romanzo a cui sto lavorando da un paio d’anni è qualcosa di molto personale e “privato” che però ruota attorno a un mondo pubblico, cioè quello paratelevisivo, che conoscevo solo in modo marginale.

 

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Quindi, diciamo che, per prima cosa, questo viaggio mi ha offerto un punto d’osservazione privilegiato per poter scrivere di televisione (o di quel che ne resta) con più cognizione di causa.

Detto questo, penso che avidità, narcisismo ed esibizionismo facciano parte della disposizione d’animo di ogni scrittore quando si mette a scrivere un nuovo romanzo. Non credo di aver mai conosciuto uno scrittore che – a volte malcelandolo dietro una maschera di umiltà e fervore – non nasconda dentro di sé l’imbarazzo di un ego smisurato bisognoso di affermazione. Perché dovremmo rappresentarci e pensarci migliori di quello che siamo?

Marco Cubeddu e “Pechino Express”: «Ecco perché ho deciso di andare in televisione»

Un adventure game come Pechino Express è giocato tutto sul montaggio, il che significa che gli spettatori vedranno una narrazione che, anche se basata su quanto vissuto dai partecipanti durante il loro viaggio, è in parte decisa ex post e su cui forte si fa sentire la mano degli autori del programma. Come scrittore, abituato invece a gestire la narrazione, questo la spaventa un po’ oppure lo ritiene un esperimento formativo?

Mi spaventa, ma mi interessa anche moltissimo. In generale, ma soprattutto nel lavoro, tendo a essere maniacale. Ho bisogno di avere il controllo di tutto, o di decidere io di cosa non avere il controllo assoluto, che cosa delegare (e a chi, e perché).

Nella scrittura di un romanzo, nell’attività sui giornali, o nel lavoro editoriale in generale, faccio molta fatica ad accettare che ci siano cose che non firmo in prima persona o che non controllo per intero (le copertine dei libri, i titoli degli articoli, gli indesiderati compagni di ventura che non posso maltrattare in pubblico…).

È già difficile cedere sovranità sulla scrittura, che è qualcosa con cui vengono in contatto poche migliaia di persone, figuriamoci perdere del tutto il controllo sulla rappresentazione di sé stessi – di per sé faccenda fatalmente delicata, fragilissima – in una trasmissione televisiva vista da milioni di persone!

 

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Decidere di affidarmi ad autori, filmaker, montatori, comunicatori… cioè firmare il contratto per fare Pechino, è stata la cosa più difficile della mia vita. Ma anche, forse, la più interessante.

Se da una parte ho avuto la conferma che mi sento più a mio agio nei panni del burattinaio piuttosto che in quelli della marionetta, ho anche imparato che affidarsi agli altri può essere perfino rilassante, e non solo spaventoso come credevo.

 

Cosa vuol dire per uno scrittore ritrovarsi nel ruolo di personaggio (inteso sia come soggetto di una narrazione gestita in parte da altri – come dicevamo prima – sia come personaggio televisivo)?

Penso che in fin dei conti ci si senta sempre sé stessi e, al contempo, estranei nei panni di sé stessi, anche nella vita di tutti i giorni.

Una delle condanne inaggirabili per gli esseri umani senzienti è quella di domandarsi “chi sono io?”, tanto che ogni vana risposta che comincia con “io sono” andrebbe sostituita con un più prudente “io sto diventando”, dal momento che siamo in continua evoluzione, sia noi che il contesto in cui ci troviamo a essere quello che stiamo essendo e… ma sto divagando! Quello che voglio dire è che capire chi si sia davanti alla telecamera, chi si stia essendo davanti alla telecamera, in un tempo che scandisce – al tempo stesso – la tua vita biologica e ne registra, alterandola, la sua messa in scena, è ancora più complicato, eccitante, disturbante, contraddittorio.

Marco Cubeddu e “Pechino Express”: «Ecco perché ho deciso di andare in televisione»

Penso, in tutta sincerità, che questo viaggio con Pechino Express sia stata l’esperienza più potente che abbia fatto finora, non solo da un punto di vista professionale. È quel genere di cosa che ti cambia la vita, perché ti inchioda alla tua “diventità”, ne prende nota, la pubblicizza, la deforma. Quello che andrà in onda in prima serata nelle prossime settimane dirà in parte chi credo di essere, in parte chi credono gli altri che io sia. E se è vero che in nessun caso potrebbe dire chi sono, probabilmente, sarà fondamentale per determinare chi diventerò.

Capisce di che eccitante guazzabuglio si tratti, fare questa cosa di Pechino Express?

 

L’accusa che più si muove a chi partecipa a trasmissioni come Pechino Express è quella di fingere, indossare una maschera con l’obiettivo di conquistare una fetta di pubblico. Qual è il rapporto tra realtà e finzione quando si è protagonisti di questo genere di programmi televisivi?

Chi può saperlo?!?

Le faccio un esempio: durante la prima puntata andata in onda, a un certo punto, c’è una prova in cui bisogna prendere delle galline che razzolano in un recinto. Quel che si vede in televisione sono le immagini di me che cado, mi rialzo, ricado, rotolo, mi rialzo e rincorro le galline in fuga.

Quel che nessuno sa, però, è che non sono affatto caduto “davvero”, ma mi sono buttato apposta, perché nella mia testa era un modo per “guadagnarmi” il montaggio della scena (che immaginavo sarebbe risultata molto più epica di come poi è risultata, ma questo è un altro discorso), per provare a diventare “virale”, dal momento che un’amica scrittrice, Elisa Casseri, già fan del programma da diverse edizioni, prima di partire mi aveva fatto vedere una scena indimenticabile di Angelina, partecipante della terza edizione, che cadeva da un carro facendo impazzire il web.

Ora, nessun autore mi aveva chiesto niente del genere, e non avevo nessuna garanzia che i montatori avrebbero scelto di inserirla davvero, eppure, eccomi a fingere una caduta per cercare di “scrivere”, almeno un po’, il mio personaggio.

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Ma il punto è che non è qualcosa che avevo deciso a tavolino (ho scoperto di dover catturare delle galline pochi secondi prima di entrare nel recinto), il punto è che è stato un gesto istintivo, fingere di cadere è stata una cosa che “veramente” mi è venuta da fare mentre rincorrevo le galline.

Ma d’altra parte, non è forse la cosa più spontanea che ci venga da fare, a volte, fingere di essere spontanei?

Pensiamo ai sentimenti che proviamo: siamo così sicuri di saper scindere quel che proviamo da quel che vorremmo provare o da quel che vorremmo far credere agli altri di provare? Siamo così sicuri che ci sia sul serio qualcosa di Vero (con la V maiuscola), di puro nelle nostre azioni, nei nostri pensieri, nei nostri sentimenti?

Personalmente, credo che siano proprio la consapevolezza di queste ambivalenze, costanti, in ogni cosa che provo, faccio, dico, penso, e – soprattutto – in ogni cosa che scrivo, nel bene e nel male, a farmi essere quello che sono, o meglio, diventare quello che sto diventando, a prescindere da Pechino.

Marco Cubeddu e “Pechino Express”: «Ecco perché ho deciso di andare in televisione»

Rispetto a trasmissioni come Pechino Express c’è, in genere, un atteggiamento ambivalente: c’è chi le odia indicandole come la causa dell’appiattimento del livello culturale italiano, e chi invece coglie nel trash un elemento importante di comprensione della società, anche solo per gli aspetti di intrattenimento. Dopo la sua partecipazione, ritiene che Pechino Express sia davvero trash? E come questo mettersi in gioco in prima persona ha nutrito il suo atteggiamento rispetto a questa categoria?

Sull’importanza del trash per capire la società, non saprei dire, a me sembra evidente che sia importante, ma è compito di semiologi e sociologi sezionare segni e significati dei fenomeni, io sono molto più frivolo, e a me la televisione piace moltissimo (gli stativi, le velleità, le piccinerie, le aspettative, il sesso orale o la privazione di sesso orale che sta alla base di alcune carriere, la faciloneria, l’oscenità, il cinismo, l’emotivizzazione forzata di ogni fenomeno, la velocità, l’organizzazione… è tutto agghiacciante e spettacolare).

Il che è paradossale perché in realtà la televisione non la guardo. E non la guardo perché non la possiedo. E non la possiedo perché mi sono abituato a guardare le cose in streaming sul portatile, il che influisce in maniera determinante sulla quantità e sulla qualità di quel che guardo: cioè niente di strettamente “televisivo”, ma solo “serie televisive” che televisive non sono più, visto che si possono vedere senza che nessun direttore di Rete stabilisca come uno dovrebbe organizzarsi il tempo.

 

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Ridendo e scherzando, ormai saranno più di dieci anni che non sono uno spettatore vero e proprio, eppure, ogni volta che passo davanti a una televisione accesa resto ipnotizzato.

Sarà che sono cresciuto davanti alla televisione. E se questo mi ha impedito forse di diventare un vero letterato – ed è qualcosa che rimpiangerò forse per sempre, il non aver letto abbastanza classici, il non conoscere il greco e il latino – sono altresì abbastanza certo che sia stata la televisione (insieme a Topolino) ad aver fatto di me uno scrittore.

Che io sia uno scrittore capace, o no, è tristemente irrilevante: il punto è che andare a fare lo scrittore in televisione è una necessaria chiusura del cerchio.

Marco Cubeddu e “Pechino Express”: «Ecco perché ho deciso di andare in televisione»

Al di là di un possibile romanzo o racconto basato sulla sua partecipazione a Pechino Express, come scrittore cosa le ha regalato quest’esperienza?

Quello che vorrei fare in futuro è soprattutto scrivere i libri migliori che sarò capace di scrivere.

Se i libri che ho scritto finora vendessero un po’ grazie alla maggiore visibilità legata a questa esperienza, o se grazie alle opportunità lavorative legate alla televisione che dovessero arrivare potessi incassare comunque un po’ di soldi, potrei mettermi a scrivere più sereno, prendendomi il tempo che mi servirà per scrivere il miglior libro che potrò.

E se, come gli editor che hanno lavorato con me sanno bene, non sono proprio disposto a cercare di scrivere cose più “vendibili”, sono invece disposto più o meno a tutto (visto che in quest’epoca è impossibile fare quanto prescritto da Wilde, cioè rivelare l’arte e celare l’artista; lui non lo faceva, e tantomeno lo fanno i furbacchioni che, in maniera del tutto legittima, nascosti dietro a pseudonimi, non fanno che mettersi in mostra ancora di più, ma questo è un altro discorso), per rendere più “vendibile” me.

Trovo che andare a caccia di visibilità, cercare di “vendermi”, cercare di farmi “comprare” significhi cercare di rendere visibile, vendibile e comprabile il mio lavoro. Che è l’unica cosa di cui, in fin dei conti, mi importa.

Sa, le dicevo che non credo affatto di sapere chi sono davvero, davanti o dietro la telecamera. Ma una cosa la so: senza i libri che ho scritto e che scriverò non sarei niente.


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