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“Magazzino 18. Storie di italiani esuli d'Istria, Fiume e Dalmazia” di Simone Cristicchi e Jan Bernas

Simone Cristicchi, Magazzino 18Premessa. Ho letto il libro di Simone Cristicchi e Jan Bernas Magazzino 18 (edito da Mondadori) dopo aver assistito allo spettacolo omonimo sulla storia dell'emigrazione degli italiani che vivevano in Istria, ceduta alla Jugoslavia dopo la seconda guerra mondiale. Invitata dall'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, confesso di aver accettato per verificare cosa avesse scatenato roventi accuse di revisionismo storico. Uscita da teatro, non avevo ancora una risposta. L'ho cercata nel libro, confidando che la misura del dorso, abbastanza alto ma non tale da scoraggiare la lettura, corrispondesse a un approfondimento delle tematiche evocate nella messa in scena. Purtroppo l'occasione è andata sprecata.

Il volume riproduce il meccanismo dello spettacolo in stringati capitoli, inframmezzando brevi sintesi storiche a ricordi romanzati dei protagonisti dell'esodo. Filo conduttore è la presenza di un personaggio inventato, l'archivista Persichetti, inviato da un non specificato Ministero per catalogare gli oggetti ammassati all'interno di un capannone del Porto Vecchio di Trieste, il Magazzino 18: mobili ed effetti personali stipati dalle famiglie che partivano alla volta dell'Italia, e mai recuperati, nonostante gli appelli pubblici ripetuti fino al 1978. Da questi oggetti si levano le voci degli antichi proprietari, mischiate alle grida delle vittime della violenza e alle motivazioni di coloro che hanno scelto di restare. Ogni persona è chiamata per nome, ma la sua identità si perde in una cacofonia che, una volta chiuso il libro, nella memoria del lettore diventa un brusio indistinto. Le storie si susseguono l'una dopo l'altra come i numeri di una serie inventariale: mancando un contesto strutturato, assomigliano agli arredi depositati nel Magazzino, inutilizzati e accatastati per tipologia anziché disposti in maniera logica come in una casa.

Il giudizio perplesso su Magazzino 18 non è dovuto al suo tentativo di rivisitare la storia, ma alla superficialità con cui vengono raccontate le reazioni allo sconvolgimento politico e sociale causato dal Trattato di Parigi del 1947, che stabiliva la nuova frontiera tra Italia e Jugoslavia. Accendere i riflettori su una pagina della storia contemporanea spesso surclassata da episodi più eclatanti dal punto di vista mediatico è una scelta encomiabile, ma non si può dimenticare la forma che accoglie l'adattamento dei fatti storici. Se lo spettacolo raggiunge il suo scopo di coinvolgere puntando all'emotività immediata, un testo scritto dovrebbe formulare una riflessione più costruita, possibile anche senza impolverarsi in una trattazione saggistica poco appetibile al grande pubblico.

La prefazione di Gian Antonio Stella, giornalista e scrittore che si è occupato di Nord Est e di emigrazione, e la citazione delle fonti alle quali Cristicchi si è ispirato per i suoi racconti (frequente il richiamo all'archivio online curato dall'Istituto piemontese per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea) non bastano a inquadrare l'evoluzione del confine italo-sloveno, un processo complesso di cui viene sollecitato lo studio dalla stessa legge che istituisce la Giornata del Ricordo (10 febbraio) per commemorare le vittime dell'esodo e delle foibe.

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Simone CristicchiSimone Cristicchi si immedesima nei drammi subiti dagli abitanti istriani e riesce a trasmettere il senso di sradicamento e la precarietà di un presente che si sgretola in un futuro senza punti di riferimento. I profughi partiti dall'Istria diventano un simbolo di tutti gli esuli: se Cristicchi si fosse distanziato dall'ambientazione contingente, avrebbe potuto rappresentare una condizione universale dell'uomo, insistendo magari sulle eterne ricorrenze che legano gli uomini di ieri e di oggi, in fuga dalla povertà, dall'odio, dalla guerra. Alcuni autori, come Boris Pahor, sloveno di Trieste, possono elevare la propria memoria autobiografica a rappresentazione generale del desiderio di libertà, sicurezza, dignità e legittimazione della propria identità; altri si affidano con troppa leggerezza al patrimonio comune dei sentimenti umani e appiattiscono la specificità dell'esperienza individuale.

La banalizzazione del contenuto si incarna in uno stile di scrittura altrettanto semplicistico. Potrebbe essere una scelta consapevole per esprimere una sorta di anima popolare; l'impressione, però, è quella di leggere un tema scolastico poco brillante, infarcito di frasi a effetto per suscitare consensi.

In contrasto con l'esposizione letteraria, l'inserto fotografico a cura di Jan Bernas, pur ricercando una visione poetica e suggestiva, mantiene un tono più discreto e sembra trasmettere la volontà di proteggere l'intimità dei protagonisti: lo scatto si ferma spesso davanti a porte e finestre, cogliendo con estremo pudore tracce di vita passata. Gli oggetti diventano soggetti, non più semplici strumenti ma simulacri dei proprietari: emblematico il ruolo della sedia, che evoca le persone come fossero ancora lì sedute, ricostruendo l'atmosfera di comunione familiare.

Simone Cristicchi edifica nuove case di parole per gli italiani d'Istria riciclando materiali contenuti nel Magazzino 18, ma poteva limitarsi a recitarle su un palco anziché posare fondamenta poco stabili sulla carta. Si avverte la motivazione commerciale dietro la pubblicazione del libro, nato dalla proliferazione di repliche dello spettacolo, e la lettura evidenzia tutto quello che non è stato detto, che è rimasto giù dal palco per necessità sceniche ma che poteva essere incluso in questa occasione. Peccato che Magazzino 18 abbia passato solo un dito sulla polvere di quasi settant'anni.

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