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"Magari domani resto", la Napoli popolare di Lorenzo Marone

"Magari domani resto", la Napoli popolare di Lorenzo MaroneCon Magari domani resto (Feltrinelli, 2017) è appena tornato in libreria Lorenzo Marone, forte del successo ottenuto con i precedenti romanzi La tentazione di essere felici (Longanesi, 2015) e La tristezza ha il sonno leggero (Longanesi, 2016).

Si può dire che, nella scelta dei protagonisti delle sue storie, Marone segua un percorso a ritroso, perché dopo il settantasettenne Cesare del primo romanzo e il quarantenne Erri del secondo, questa volta tocca a Luce, una donna trentacinquenne che vive nei Quartieri Spagnoli di Napoli, il vecchio centro storico che troppo spesso finisce sui giornali e nei notiziari televisivi per qualche fatto di cronaca nera.

Luce, a dire la verità, ci vive senza problemi particolari, sia pure arrabattandosi tra i difficili rapporti familiari, con una madre indurita dal precoce abbandono da parte del marito e un fratello che ha preferito trasferirsi altrove, e le incerte prospettive di lavoro per la sua professione di avvocato. Ci sono però, a confortarla, il fedele cane Alleria e don Vittorio, un anziano vicino di casa confinato su una sedia a rotelle, col quale Luce instaura un rapporto di mutuo soccorso.

La svolta avviene quando a Luce, dopo anni trascorsi a occuparsi di scartoffie irrilevanti, viene affidato il primo vero caso giudiziario, riguardante Kevin, un bambino conteso tra un padre camorrista e una madre che ha deciso di lasciare il marito per rifarsi una vita.

A contatto con Kevin, Luce inizia a scoprire molte cose di se stessa, tra cui, forse, un desiderio di maternità sempre negato, oltre che a condurre con caparbietà le sue piccole battaglie personali per cercare di migliorare il mondo che la circonda, e a trovare una risposta alla domanda che affligge tanto spesso i napoletani, come tanti altri abitanti dell'Italia meridionale: andarsene dal proprio luogo d'origine, alla ricerca di una vita migliore, oppure restarci per provare a cambiare qualcosa?

Del romanzo, e della Napoli che descrive, abbiamo parlato con Lorenzo Marone in occasione dell'incontro per i blogger organizzato a Milano nella nuovissima sede della Feltrinelli.

 

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Com'è stato, da scrittore, calarsi in un personaggio femminile?

Questa è una cosa di cui mi sono reso veramente conto solo alla fine, perché mentre scrivevo non ho avuto difficoltà. Del resto, la domanda che mi aveva perseguitato dopo l'uscita del mio primo libro era "come hai fatto a vestire i panni di un ottantenne?".

La sensibilità dovrebbe comunque consentirti di metterti al posto degli altri, ma io non ho avvertito il problema. Luce è una voce che sentivo, un personaggio che avevo dentro di me: non è reale, ma avevo ben presente tipi come lei. Solo quando ho finito mi sono chiesto se avessi inquadrato davvero una voce femminile, ma questo me lo dovranno dire i lettori.

"Magari domani resto", la Napoli popolare di Lorenzo Marone

Ha dichiarato che con questo personaggio si è voluto distaccare dal protagonista abbastanza autobiografico del libro precedente. Dato che in ogni uomo si dice ci sia una parte di femminilità, quanto c'è di lei in Luce?

Premesso che credo di avere una parte femminile molto spiccata, e soprattutto una sensibilità quasi femminile – tra l'altro sono cresciuto anch'io fra donne – penso però che Luce sia molto diversa da come sarei potuto essere io da donna. Io non ho lo slancio, il coraggio verso la vita e l'irruenza di Luce: abbiamo in comune solo l'avvocatura, perchè anch'io ho fatto l'avvocato per dieci anni. E poi io vivo al Vomero, quartiere borghese collinare molto diverso dai Quartieri Spagnoli, ma Napoli ha la particolarità di non avere confini: nello stesso quartiere convivono diverse stratificazioni sociali, e capita che la famiglia nobile di origini antiche viva vicino al camorrista.

 

Questo personaggio di Luce non è un po' all'antitesi dell'arte di arrangiarsi?

Luce è alla costante ricerca di moralità, intesa come rigore morale, anche grazie all'educazione ricevuta dalla madre, e vuole migliorare le cose del suo mondo. È molto poco meridionale, in fondo, anche se quel "magari domani resto" ricorda il "mo' vediamo" che è tipicamente napoletano.

 

Napoli ispira molte storie per le tante persone diverse che ci vivono. C'è un particolare caratteristico che ha dato origine a questa storia, oppure è nata lentamente dentro di lei?

No, avevo solo l'idea di voler parlare di una Napoli popolare, perché avevo letto un paio di romanzi ambientati nei Quartieri Spagnoli che mi erano piaciuti, e perché volevo servirmi della città. In quelle zone, a livello descrittivo puoi fare quello che vuoi, mentre nei quartieri borghesi questo non accade. È come perdersi nei mille dettagli di quando si guarda la tavola di un fumetto.

 

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Quando inizio a scrivere una storia parto sempre da un'idea molto vaga e il primo periodo, per un certo numero di pagine, è un girare un po' a vuoto senza riferimenti precisi. A un certo punto della trama, poi, scatta la scintilla che mi fa entrare nel vivo della storia. C'è anche chi, prima di iniziare, si prepara sinossi e schede dei personaggi, ma io non sono così.

"Magari domani resto", la Napoli popolare di Lorenzo Marone

È lo stesso processo che ha seguito nei libri precedenti?

Sì, sono sempre partito solo dalla voglia di parlare di un personaggio.

 

In questo romanzo si parla di andare o restare. Quanto pensa che, in un dato momento della propria vita, sia necessario cambiare, magari per trovare nuove ispirazioni, e quanto al tempo stesso reputa importante ritornare?

Dipende da cosa s'intende per cambiare, perché cambiare è necessario nella vita.

Qui non si fa un elogio delle abitudini, ma della ricerca di sé. Non cè bisogno di scappare, possiamo trovare la nostra strada sia restando, sia andando via. In realtà, non si parte e non si resta mai del tutto, perché quando te ne vai lasci sempre un pezzetto di te, e quando resti rimpiangi a volte di non essere partito.

 

Ci sono tante parole del dialetto napoletano in questo libro, che spesso danno anche il titolo ai capitoli. Capita spesso che i dialetti rendano di più concetti che l'italiano non riesce a esprimere con una sola parola. Se lei dovesse scegliere una parola che per lei è "casa, Napoli, quotidianità", quale sceglierebbe?

È una bella domanda, ma di parole così ce ne sono tante. Questa volta ho usato di più il napoletano perché ero nel contesto, e secondo me abbiamo tante belle parole che vogliono dire tutto, anche musicali e piene di sapori e di colori. Forse sono due quelle che mi rappresentano più di tutte: la prima è "arteteca", che equivale al ballo di San Vito, esprime l'inquietudine. Io sono uno così, vengo attratto dalle persone calme, che parlano lentamente, perché io sono agitato. La seconda è "scuorno", quando proviamo vergogna. Io ho simpatia e rispetto per chi prova "scuorno" perché credo sia una caratteristica delle persone sensibili.

 

Che tipo di scelta l'ha guidata nell'alternanza tra lingua italiana e napoletana? Ha scritto e riscritto, oppure ha seguito il suo istinto, alla ricerca di una musicalità che ha ottenuto molto bene?

Qualcuno mi ha detto che lo stile di questo romanzo è molto diverso da quello dei precedenti, e forse è vero, ma io non me ne sono neanche reso conto, perché in realtà anche questo stile fa parte di me. Forse è la prima volta che uso così tanto il napoletano, che ho parlato della Napoli popolare per servirmi del suo linguaggio. Questa voce era dentro di me.

Geronimo, ad esempio, l'avvocato per cui lavora Luce, incarna alla perfezione la classica arte di arrangiarsi napoletana. Giuro che non l'ho fatto così per parlare male degli avvocati, avrebbe potuto svolgere un altro mestiere, ma rappresenta un tipo che incontri quotidianamente a Napoli.

 

Nel romanzo si parla del diritto di restare indietro e di essere ascoltato e questa cosa mi è sembrata originale. Le è mai capitato, da scrittore o nella vita, di sentirsi indietro?

Sentirmi indietro no, anche se a scuola non ero un grande studente e un po' indietro forse lo ero. Non sentirmi aspettato, sì. Da bambini ci insegnano molte cose ma non altre, come per esempio stare in piedi, nel senso di vivere le emozioni che la società non considera importanti, costruire una struttura che ci faccia camminare senza barcollare. Nessuno aspetta davvero che un bimbo possa trovare la sua strada.

 

Forse perché verso i bambini scatta la tentazione di proteggerli, di dire sempre loro che va tutto bene, anche se non è così?

Credo semplicemente che bisognerebbe cercare di ascoltare di più chi si ha di fronte, non solo i bambini. Il percorso di ciascuno può variare molto rispetto al nostro.

"Magari domani resto", la Napoli popolare di Lorenzo Marone

Tra i protagonisti c'è anche un bambino come Kevin. Il fatto di essere diventato da poco padre cosa ha cambiato nel suo modo di scrivere?

Ho meno tempo, senz'altro. Mi ha cambiato il modo di vivere. Se hai un bambino finirai per amare tutti i bambini, così come da quando ho il cane amo tutti i cani. L'amore, quando è vissuto, ti porta ad amare la vita in senso assoluto, ti fa diventare una persona migliore e ti fa anche scrivere meglio.

 

Questo libro è intriso di filosofia. A Napoli siete tutti filosofi?

È una città che si presta a fornire uno spunto di riflessione continua. Per forza di cose il centro storico finisce sui giornali per la cronaca nera, ma nessuno sa che lo stesso centro storico ha una grande vitalità culturale, poco conosciuta. E il doversi confrontare con la difficoltà di viverci ti porta a filosofeggiare: forse è più facile trovare ispirazione in un luogo così pieno di sapori, colori e odori.

 

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Per curiosità, come hanno preso il libro i napoletani?

Ieri sera c'è stata la prima presentazione a Napoli, e si è parlato anche troppo della città, ma questo era inevitabile perché nessuno aveva ancora letto il libro. Del resto, Napoli è da sempre una città sovraesposta, che parla troppo di sè.

Nel mio piccolo, cerco di raccontare le vie di mezzo: c'è chi descrive bene Gomorra, chi vuole farci apparire solo come "sole, pizza e mandolini", io cerco, invece, di parlare di quell'equilibrio che a Napoli spesso manca.

Tengo una rubrica sull'edizione napoletana di «Repubblica» e ogni settimana cerco di parlare di quelle piccole, grandi cose della città di cui nessuno parla mai.

Tra l'altro, veniamo da mesi di confronti fra il sindaco De Magsitris e Saviano, mentre c'è una larga fetta della popolazione che non vuol più neanche sentir parlare della camorra, mentre altri dicono che è una realtà imprescindibile, ma è un discorso che potrebbe continuare all'infinito. Io parlo di una Napoli con problemi, ma pure solare e piena di luce.

"Magari domani resto", la Napoli popolare di Lorenzo Marone

I sentimenti d'amore verso la propria città si possono sviluppare di più solo lasciandola?

Purtroppo è spesso così. Quando ti allontani ti rendi conto di tante cose. Per me, quando mi trovo al Nord, scatta l'empatia se incontro un napoletano e la cosa che altrove veramente mi manca è l'umanità. Sono convinto che io sarei completamente diverso, e così la mia scrittura, se non fossi napoletano.

 

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Le nuove generazioni riusciranno a cambiare Napoli?

No: ogni tanto si dice che Napoli è cambiata e poi si ritorna sulle stesse cose. Tranne un breve periodo di vent'anni fa, credo che la città sia sempre la stessa.


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