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Ma la gente esiste davvero? Intervista a Paolo Zardi

Ma la gente esiste davvero? Intervista a Paolo ZardiLa gente non esiste. Una raccolta di racconti firmata da Paolo Zardi e pubblicata da Neo. Edizioni. Una raccolta che ferma il tempo, apre varchi, porte, finestre sulla vita colta in tutti i suoi momenti esistenziali. Ci sono i bambini, i giovani, gli adulti, gli anziani. I drammi, le tragedie, le svolte, le soluzioni creative, la speranza, la metanarrazione. Il gioco. E la verità.

Fa riflettere in un modo così intenso e piacevole che è dura smettere di leggere, crea dipendenza. Ancora uno, un ultimo racconto, poi una pausa. Invece, quell’uno si trasforma in due, in tre, in quattro, in cinque, in ventisette.

In occasione dell’uscita de La gente non esiste, Paolo Zardi ha spiegato qualche dettaglio che si cela dietro la stesura della raccolta.

 

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Un titolo provocatorio, La gente non esiste, una raccolta provocatoria. Come sono nati, titolo e raccolta?

La gente non esiste è una frase che mi risuona in testa da diversi anni; tempo fa avevo anche scritto un racconto con questo titolo, per la rivista «Pastrengo», una storia che per ironia della sorte non è presente nella raccolta. È il mio modo di vedere il mondo. Anni fa avevo accompagnato a Gardaland i miei figli (ai quali, per inciso, è dedicato il libro: a loro e a mia moglie), quel genere di dolci supplizi che quasi tutti i genitori devono affrontare almeno una volta nella vita (nel mio caso, quattro). Non eravamo l’unica famiglia ad aver avuto quell’idea: con noi, in fila, sotto il sole cocente, c’era mezzo nord Italia. Èlì che ho capito che una cosa è guardare una folla dall’alto, un’altra starci dentro. Ogni persona possiede qualcosa di unico, che anni e anni di vita – le sue intemperie, le svolte improvvise, le decisioni sbagliate, un incidente in macchina, un anno perso a scuola, qualcuno che ti ha reso felice con la sola forza del suo amore – hanno contribuito a definire. Mentre me ne stavo in coda per le montagne russe dei mammut, accanto a me c’era un uomo sulla quarantina che ogni volta che rideva (che ragliava, a dire il vero) scopriva il buco di due denti mancanti, un canino e un premolare; aveva una catena d’oro di due chili al collo e un orecchino che sembrava una bomba a mano. Con lui c’erano una donna e due bambini piccoli, ed erano le persone più felici nel raggio di dieci chilometri quadrati. Cos’era, quell’essere umano? Un maschio, un padre, un marito, un operaio, uno di centrodestra, un italiano, un europeo? Un eterosessuale, un uomo bianco, un tifoso dell’Inter, uno di quelli che il sabato prima avevano visto un programma di Piero Angela? Mi è sembrato che in qualsiasi definizione lo si facesse ricadere, si perdeva l’essenza di quell’uomo che, da quello che vedevo, donava un po’ di felicità alle persone che stavano con lui. Forse è stato là che ho iniziato a pensare a questa raccolta. Guardare le persone da vicino, come quella volta a Gardaland.

In generale, comunque, non amo la provocazione. Trovo che spesso nasconda l’assenza di idee. La provocazione dovrebbe essere un effetto collaterale di uno sguardo non necessariamente accomodante.

 

Ha scelto la forma del racconto. Quali sono per lei le differenze con il romanzo, dal punto di vista della scrittura? Quali le difficoltà del racconto, quali i vantaggi rispetto al romanzo?

Nella scrittura, oscillo tra lunghezze diverse, passando dal romanzo al racconto e viceversa, e fermandomi, ogni tanto, dalle parti della novella. Credo che ogni storia abbia una lunghezza che le è congeniale – la giusta misura che garantisce che quei personaggi possano fare tutto ciò che devono fare, e niente di più.

Dello scrivere racconti, mi piace il fatto che posso osare: mal che vada, ho buttato via qualche ora di tempo; e poi posso scegliere una voce senza domandarmi se sarò in grado di sostenerla per tante pagine. Del romanzo amo la sfida enorme che viene posta tutte le volte che se ne inizia uno di nuovo. Serve una forza di volontà costante, che non vacilli di fronte alle inevitabili difficoltà che si incontrano nel cammino (il momento in cui la storia si arena, quello in cui si pensa di aver scritto una schifezza, quello in cui a metà del lavoro si scopre una voce diversa e migliore). È come costruire a mani nude una casa sognata da bambini; oppure scalare una montagna corteggiata per lungo tempo. Il racconto e il romanzo… éècome dover scegliere tra la luna di miele e il matrimonio, un monile finemente lavorato e uno ziqqurat, il babà e una torta alta quattro piani, uno spuntino sfizioso e dieci portate; un bellissimo giorno di sole e tutta una vita.

Ma la gente esiste davvero? Intervista a Paolo Zardi

All’interno della raccolta tratta temi forti: dio, la morte, la malattia, il vuoto sociale, il futuro… Qual è il filo rosso che unisce le storie di La gente non esiste?

Lo sguardo, non c’è dubbio. La particolare angolazione dalla quale osservo il mondo. E poi il perenne conflitto tra i tumulti del corpo e l’aspirazione verso l’eternità di quello che c’è dentro; l’amore che muove tutti gli esseri umani; l’assurdità della vita e la sua bellezza inesprimibile. Spesso i miei personaggi avvertono la presenza della morte, e questo li spinge ad aggrapparsi, talvolta disperatamente, più spesso con passione, al mondo in cui vivono. Rispetto alle due raccolte precedenti, spero si avverta anche una forma, per quanto trattenuta, di ottimismo. Nell’esergo, Emily Dickinson invita il lettore a preparare le fossette e a lisciarsi i capelli perché la notte scura, che ci aveva tanto spaventato, è finita. Mi piace pensare che quella poesia sia una delle possibili chiavi di lettura di questa raccolta.

 

Sono numerosi i particolari che colpiscono, così come le storie, i personaggi. Uno di essi è Simone, il suo mondo omosessuale visto dagli occhi dei genitori, basato su una ricerca del colpevole. A tratti, si intravedono le caricature di corpi vuoti… La domanda è: che cosa teme la società nel confronto con la diversità? Nell’ostinato rifiuto, cosa si perde e cosa si scatena?

Se guardo i miei figli, che ora hanno 15 e 12 anni, mi pare di intravedere la possibilità di un mondo diverso dal nostro. L’omosessualità, il colore della pelle, le differenti nazionalità, non sembrano più problemi reali: ne apprendono l’esistenza a scuola, ma ne parlano come se fosse storia del passato; o almeno così sembra a me. Il rifiuto della diversità, e la curiosità per la diversità, nascono da istinti contrapposti; da un lato, una forma di diffidenza verso gli estranei che ereditiamo da un tempo in cui era vantaggioso essere sospettosi – parlo del pre-ceramico, o giù di lì; dall’altro l’inesauribile spinta a esplorare ciò che non conosciamo. Nei periodi complicati, prevale la prima forza, che si mescola alla paura e al risentimento. Ma siamo persone razionali. Sappiamo di avere dei limiti ma sappiamo anche di poterli superare. Abbiamo capito che così come il mescolamento di geni diversi produce, mediamente, persone migliori e più forti, anche l’intreccio di idee e punti di vista differenti crea progresso, conoscenza, e condizioni di vita migliori. Gli Stati Uniti d’America, pur con tutti i loro difetti, sono la prova evidente che, da un punto vista evolutivo, la diversità è la risposta giusta.

Ma la gente esiste davvero? Intervista a Paolo Zardi

Le confesso che molte storie mi hanno svegliata, semmai sonnecchiassi ancora, e la Neolingua è solo una di queste. Secondo il personaggio del racconto, esiste una neolingua, quella di Facebook, nata con l’intenzione di programmarci a non esprimerci più. Anzi, a non essere più capaci di sperimentare l’infelicità. Infatti, la mancanza del tasto Non mi piace è ideologica. Perché la capacità di esprimere infelicità e dissenso fa così paura anche a livello individuale?

La morale è un altro modo di dire economia: le società premiano i comportamenti che le sono vantaggiosi. È quindi sufficiente capire come viene prodotto il profitto per farsi un’idea di cosa è socialmente accettabile. Cercando su Google le foto dei presidenti degli Stati Uniti, e i loro ritratti, si vede che non è molto che il sorriso è diventato obbligatorio, quando ci si mette in posa per la Storia. Non abbiamo statue di Cesare che ride, di Augusto che sghignazza, di un papa che ammicca mostrando il pollice: è un’usanza recente, che ha a che fare con la necessità di mantenere alti i consumi; perché ormai abbiamo capito che la gente (proprio lei), quando è triste, non compra. Tutto ciò che crea disagio, amarezza, rabbia, disgusto, ansia, fa passare la voglia di spendere cinquecento euro per un telefono, o comprare il dodicesimo paio di scarpe. Anche la serietà è un problema, da questo punto di vista. Serve leggerezza, e un’euforia persistente: è per questo che siamo immersi nel gas esilarante del contemporaneo. Kundera diceva che la leggerezza dell’essere può diventare insostenibile, perché sottrae le persone all’eterno ritorno: si vive una volta sola, e quindi i nostri atti sono privi di qualsiasi importanza. È la società liquida di cui parlava Bauman. Le cose, le persone, le relazioni, hanno importanza solo nel presente; il futuro, di fatto, è stato abolito. Ne “Il mondo nuovo”, Huxley immaginava una società in cui le persone vengono controllate attraverso il piacere. Non è una brutta prospettiva, se sappiamo accontentarci. E la morte, il desiderio carnale, lo strazio di chi soffre, perfino i capezzoli delle donne, il pelo pubico, un sedere scoperto sono stati rimossi da Facebook, perché non aiutano a creare una comunità dove tutti si sentano a proprio agio: cioè una comunità dove le persone passano un bel po’ di tempo al giorno rassicurati dalla pioggia di like. Cosa vende Facebook? Utenti felici a inserzionisti con i soldi. Nel 2017 Facebook ha fatturato 40 miliardi di dollari, il che significa che ognuno dei due miliardi e passa di utenti gioiosi (tra i quali ci sono pure io, infaticabile dispensatore di cuoricini) ne ha fatti guadagnare 20. Il rischio, però, è quello di perdere il senso della realtà, che prima o poi presenta il conto. La letteratura dovrebbe arrivare a suggerire che il modo migliore per affrontare la vita non è rimuovere gli ostacoli, ma superarli.

 

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Non c’è la solitudine tra La gente non esiste. Anzi, i personaggi hanno una certa tensione verso l’altro. Eppure, qualcuno riflette sulla solitudine. Cosa rappresenta la solitudine nella costellazione della società attuale?

Negli ultimi cinquant’anni sono stati fatti diversi esperimenti i cui dei soggetti si sono calati in una grotta e ci sono rimasti per mesi e mesi: di volta in volta si voleva capire come i cicli interni dell’essere umano sono influenzati dalla luce naturale o dalla luna, come reagisce il sistema immunitario a quelle privazioni, ma soprattutto come si può sopravvivere alla solitudine. Dopo pochi mesi, quasi tutti i soggetti sono scivolati verso forme più o meno larvate di depressione; alcuni hanno riferito di aver sviluppato pensieri suicidi. Evidentemente non siamo nati per vivere da soli; o, detta in un altro modo, quegli antenati che amavano stare per conto loro non hanno avuto alcuna discendenza.

Penso che negli ultimi cento anni, però, la solitudine abbia fatto passi da gigante, in occidente. Leggendo “I contadini” di Cechov, uno dei suoi racconti più amari, si capisce che un tempo era praticamente impossibile essere soli. Tre o quattro generazioni di persone vivevano sotto lo stesso tetto, tutte insieme, tra incessanti colpi di tosse, e lamenti, immerse in una fame perenne, accanto a vecchi e bambini che continuavano a morire uno dopo l’altro. Poi la gente (ancora lei) ha iniziato a fare meno figli – le nuove medicine garantivano un tasso di sopravvivenza maggiore – e qualcuno ha inventato la televisione (anche se non saprei dire cosa è venuto prima e cosa è venuto dopo) e le famiglie hanno iniziato ad accontentarsi di stare in compagnia di quei fantasmi azzurrini che si agitavano dietro lo schermo. Quando ero bambino andavo in vacanza in un piccolo paesino dalle parti di Pedavena; c’era un solo televisore, nel bar dell’Antonietta, e noi piccolini avevamo il diritto di guardare Rintintin, Orzowei o Lassie, tra le sette e le sette mezza di ogni sera. Ci sono passato due anni fa e sembrava di vagare lungo le strade di una città sulla quale era stata fatta esplodere la bomba N, un’invenzione Americana degli anni settanta che uccideva tutti gli abitanti senza danneggiare gli edifici. Non rimpiango i contadini di Cechov, ma penso con nostalgia a quel periodo di mezzo in cui si riusciva a vivere bene insieme (periodo che, sospetto non del tutto casualmente, coincide con la mia infanzia). I social, paradossalmente, stanno salvando dalla solitudine un bel po’ di persone – anche se talvolta questa compagnia assomiglia alla soluzione zuccherata che mettono nella flebo di quei pazienti che non hanno più la forza di mangiare.


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Per la prima foto, copyright: Anna Dziubinska su Unsplash.

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