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Lucifero: il male e il bene in Joost Van den Vondel

LuciferoSiamo ad Amsterdam. È il 2 febbraio 1654. L’Europa intera è in pieno fermento. Le guerre di religione si succedono senza sosta. Solo pochi anni prima, nel 1648, è stata firmata la pace di Westfalia che metteva fine alla Guerra dei trent’anni, la cui origine va ricercata anche nella pretesa dell’imperatore di togliere ai principi tedeschi il diritto di scegliere la propria religione secondo il principio del cuius regio eius religio. La cosiddetta Guerra degli ottant’anni aveva cominciato nel 1568 a lasciare il suo strascico di morte e distruzione. La contrapposizione tra cattolici e protestanti è come un pugnale che continua a penetrare sempre più in profondità nella carne dell’Europa sospinta a fatica nel suo tormentato cammino nella modernità.

I genitori di Joost erano originari di Anversa, città sotto il dominio spagnolo. Poiché erano ferventi anabattisti l’ambiente era ostile. Si trasferirono a Colonia. Qui nacque Joost il 17 novembre 1587. Poi la famiglia si trasferì ad Utrecht e infine, verso il 1597, ad Amsterdam. In questa città Joost trascorse quasi tutta la sua vita. È costretto ad assistere anche in patria a lotte fratricide tra sette protestanti. I calvinisti ad Amsterdam stavano diffondendo la loro dottrina.

Joost ha superato i cinquant’anni, quando, agli inizi degli anni Quaranta del XVII secolo, vive una crisi interiore che lo porta a convertirsi definitivamente al cattolicesimo.

Non c’è nessuna intenzione di usare queste righe per approfondire le complesse tematiche religiose che in quel periodo contrapposero cattolici, protestanti, luterani, calvinisti, anabattisti.

Una cosa è certa: Joost Van den Vondel ne fu testimone diretto e coinvolto. Ne visse tutte le drammatiche tensioni e ne subì le angoscianti lacerazioni.

Ma torniamo al 2 febbraio 1654. Ad Amsterdam viene rappresentata per la prima volta la tragedia di Van den Vondel, Lucifero.

La trama è semplice. Lucifero, luogotenente di Dio, viene a sapere che il suo Signore ha deciso di destinare all’uomo un giardino meraviglioso in cui potrà vivere godendo di una felicità che sembra infinitamente più grande della bellezza del paradiso in cui lui e i suoi fedeli Belzebù, Elial ed Apollione sono destinati a rimanere.

Eppure Lucifero è puro spirito. Come è possibile che l’uomo, fatto anche di carne, possa godere di un Eden così meraviglioso e Lucifero e gli angeli a lui fedeli, spiriti puri, siano stati esclusi da un privilegio così grande? E per di più Dio ha deciso di fare l’uomo a sua stessa immagine!

I luciferiani non accettano un affronto così grande e decidono di ribellarsi. Ci sarà uno scontro spaventoso con le armate guidate dall’arcangelo Gabriele, interprete dei segreti di Dio. I luciferiani, sconfitti, saranno esclusi per l’eternità dalla gioia incommensurabile di poter essere al fianco del Signore.

E tuttavia gli angeli ribelli riescono a mettere in atto una terribile vendetta. Inviano l’animale strisciante per eccellenza, il serpente, a convincere l’uomo a trasgredire il primo comandamento di Dio. L’uomo si nutrirà del frutto dell’albero proibito e anch’egli perderà il privilegio di poter restare nel giardino dell’Eden. Anch’egli conoscerà la lontananza dal Signore e dovrà soffrire il male di un’esistenza in continua lotta con gli altri, se stesso, il mondo.

La trama è semplice ma la tensione drammatica delle parole di Van den Vondel costringe il lettore a riflettere sul male e sul suo rapporto con la condizione dell’uomo.

Si comprende, leggendo la tragedia, che lo scrittore non avverte l’esigenza di definire il bene. Il bene è Dio ma non è il caso di tentare di definirlo. Sia per l’impossibilità dell’uomo, e dunque anche dello scrittore, di riuscirci, sia perché, probabilmente, l’autore avverte che per capire la condizione umana è necessario comprendere il male. Non è forse il periodo storico in cui si trova a vivere una continua contrapposizione di odio, rivolte, guerre, morte e disperazione? Ecco allora che Joost Van den Vondel scava in profondità nella definizione dei personaggi dannati e rivoltosi.

Quando Belzebù comunica a Lucifero che Dio ha privilegiato l’uomo, suo inferiore, rispetto a spiriti puri come lui, ecco il suo commento:

“Ciò non sarà tanto facile; no davvero! Ci sono dei mezzi per impedirlo. Non s’immagini un inferiore di poter dettare leggi qui, a quelli che stanno sopra di lui”.

Si sente offeso ed esprime tutto il suo orgoglio ferito.

Apollione, generale di Lucifero, così commenta il problema di affrontare le armate di Dio:

“Ma non posso affrontare l’onnipotenza e il suo scettro. Non bisogna pigliarsela con essa, se non si vuole, poi troppo tardi, pentirsi della propria temerità. All’inferiore tocca sempre inchinarsi con docilità al superiore”. È la paura di Apollione, il suo dubbio di intraprendere una scelta senza ritorno.

Lucifero più volte fa riferimento al suo diritto di ribellione, come in queste parole: “Chi combatte per il suo diritto non deve temere la forza; ciascuno è il difensore naturale delle proprie libertà”.

I luciferiani esigono una ribellione contro Dio. Non vogliono essere sottomessi all’uomo.

Lucifero risponde loro: “Figli miei, la vostra fedeltà è ancora senza macchia. Pesateci!”

È la consapevolezza dell’immenso delitto che stanno per compiere.

Altre volte l’angelo ribelle esprime un orgoglio incommensurabile e afferma che sarebbe stato meglio non essere stato creato piuttosto che essere umiliato rispetto all’uomo.

Più volte gli angeli ribelli fanno riferimento ad una ben precisa razionalità e alla logica del diritto, della legge, per rivoltarsi. Consideriamo ancora queste loro parole del rivoltoso Apollione che risponde agli angeli fedeli al Signore e descrive la condizione dei suoi compagni ribelli: “Come indurli a cambiare sentimento? Essi s’appoggiano sul loro diritto”. Ancora una volta è l’espressione di una concezione quasi giuridica su cui dovrebbe basarsi la rivolta. Sembra un’argomentazione moderna per intraprendere un’azione militare.

Quando l’armata sta per scagliarsi contro i fedeli a Dio, Belzebù afferma: “Il principe Lucifero, sul carro sta venendoci incontro. Non perdete il tempo in consulte. Un’armata non può sussistere senza un capo. Quanto a me, questo peso è troppo grave perché io possa portarlo”. C’è qualcosa di molto moderno, umano, troppo umano in queste parole. È forse il peso della coscienza?

Quando lo scontro è ormai inevitabile, Lucifero riflette su quello che ha fatto e sul suo futuro: “Oh, di quanto ci siamo già allontanati dal nostro dovere! Io ho abiurato il mio Creatore; come posso sperare di nascondere a questa luce le mie bestemmie e la mia empietà”. Comincia già a crescere un terribile rimorso.

Infine sarà l’invidia incontrollata per l’uomo privilegiato a spingerlo a farlo cadere in tentazione inducendolo a disubbidire al Signore, perdendo così il suo posto nell’Eden.

Dalle pagine di questa intensissima tragedia emerge che gli angeli ribelli sono combattuti, lacerati, sofferenti. Essi provano odio, invidia, orgoglio, incertezza, dubbio, rimorso e ragionano spesso arrampicandosi sui sillogismi del diritto.

Ma questi sentimenti, questi ragionamenti, non sono forse atteggiamenti umani per eccellenza?

Sembra che Lucifero sia stato il primo uomo, prima ancora di Adamo.

Forse Van den Vondel sentì nel cuore il peso della propria condizione umana e ne cercò l’origine. E quello che trovò fu troppo pesante per portarlo nella propria coscienza. Cercò di rappresentarlo e ci ha lasciato la testimonianza del suo travaglio interiore.

Ci vorrà un Salvatore per farsi carico di quell’orgoglio, di quell’invidia, di quel rimorso, di quell’odio, di quella razionalità da azzeccagarbugli, di quell’invidia profonda. Sarà il dono di Dio.

E se fosse stato l’uomo stesso a chiedere quel Salvatore, incapace di sostenere tutto quel groviglio di male?

È una domanda troppo grande.

Mi limito ad invitare tutti a leggere Lucifero di Joost Van den Vondel.

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Commenti

Storie nate in altri tempi che a loro volta raccontano cose di altri (improbabili) mondi. Gli uni e gli altri ugualmente estranei ad un tempo e ad un mondo che con tanta buona volontà si è inventati i suoi mali e persino un poco (troppo poco) di bene.Senza volere negare all'invenzione fantastica i suoi diritti, stavolta si ha l'impressione di pestare acqua in un mortaio sfondato: acqua che se una volta era potabile, ora non lo è più né più serve ad innaffiare l'esile pianticella della speranza.

Gentile Carmelo, mi sembra di aver capito che con l’immagine dell’acqua pestata in un mortaio sfondato Lei abbia voluto sottolineare la vanità di uno sforzo, l’inutilità di una riflessione.
Se questa accusa di vanità è rivolta all’articolo, nessun problema ad accettare la sua critica. Anzi essa può essere motivo di ulteriore riflessione e dunque di arricchimento.
(continua)

D’altra parte io ho solo ripercorso il contenuto di un testo letterario, come la tragedia di Joost Van den Vondel e se, come mi sembra di intuire, la sua accusa di vanità è rivolta al testo stesso dell’autore olandese, allora mi trovo in disaccordo con Lei. Sia nel metodo che nella sostanza.
(continua)

Nella sostanza perché nel suo commento Lei parla di storie di altri tempi (e su questo siamo d’accordo perché sono passati secoli) ma aggiunge che si tratta di storie e “cose” estranee al mondo stesso, dunque al nostro mondo. Su questo non concordo assolutamente. Il cinquecento e il seicento sono i secoli in cui è si è formata la modernità. Sono i secoli che hanno visto la riforma protestante, la controriforma cattolica. I secoli delle guerre di religioni. I secoli in cui è nata e si e diffusa la stampa e con essa la Bibbia (ricordiamoci di Gutenberg alla fine del ‘400). I secoli delle diverse interpretazioni delle Sacre Scritture. (continua)

I secoli in cui la contrapposizione cattolici / protestanti pone le basi del nostro mondo. Basta ricordare Max Weber per comprendere l’importanza di una tale contrapposizione. Il modo in cui il concetto di “male” si è sviluppato in quei secoli, il modo con cui l’idea di “peccato” si è sviluppata nel mondo occidentale è molto legato a quel periodo. E un testimone di quegli anni come Van den Vondel ha molto, moltissimo a che vedere con il nostro tempo (continua).

Non sono d’accordo nemmeno e soprattutto con il metodo. Lei parla infatti di storie e mondi improbabili. Quell’aggettivo “improbabili” mi fa pensare che voglia giudicare il valore di un testo letterario con i criteri della verosimiglianza. A mio parere il valore di un’opera letteraria non può dipendere da questo criterio. Se così fosse gran parte della letteratura occidentale sarebbe da considerare sbagliata o inutile. Dall’Odissea alla Divina Commedia, dall’Eneide alla Gerusalemme Liberata (continua)

Testi in cui uomini effettuano viaggi nell’oltretomba, dove troviamo concili di diavoli contro l’uomo.
A mio a parere il valore di un testo letterario è legato alla sua capacità d’interpretare le problematiche che coinvolgono l’uomo nel suo mondo reale ma non necessariamente rappresentandolo attraverso una precisa corrispondenza con esso. Altrimenti l’unico genere letterario da accettare come valido sarebbe il realismo. Ma in questo modo ci priveremmo di tanti capolavori.
(continua)

La prova che l’opera di Van den Vondel è capace di questa interpretazione ce la offre la stessa storia della letteratura considerando che l’autore olandese ha ispirato quasi sicuramente un grande capolavoro come il Paradiso Perduto di Milton.
La prova che la sua opera riguarda anche il nostro mondo attuale ce la offre la cronaca di tutti i giorni in cui troviamo sempre presente il problema dello scontro tra civiltà, spesso caratterizzate da modi diversi di intendere il male e il bene e da modi diversi di intendere la religione ma ancora di più quella ineliminabile e necessaria dimensione dell’uomo che chiamiamo spiritualità.

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