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L'orto degli altri - 6: Il dolore della carne

Maiali

La scorsa settimana si parlava dell’uomo in fabbrica macinato dal sistema, oggi, come ogni martedì riprendo post interessanti della rete, presento un articolo scritto da Marco Mancassola nel febbraio scorso e che tratta di un altro popolo macinato dal sistema, un popolo ben più numeroso, di cui si tende a non considerare spesso la dignità, la sofferenza e i diritti. O quando lo si fa, si giustificano distinzioni, fra una specie e un’altra per motivi più o meno opinabili, come a suo tempo si fece con gli ebrei o con i rom. Non è il popolo intero che va tutelato? Chiedo. Non è importante la sofferenza quotidiana dell’intero popolo?

Buona lettura e a martedì prossimo.

 

***

 

“Il dolore della carne” di Marco Mancassola

 

Alla vigilia dello scorso vertice sul cambiamento climatico di Copenaghen, Paul McCartney si presentò al Parlamento Europeo. In quell’occasione pronunciò un discorso in favore della riduzione del consumo di carne, ricordando il documentato fatto che l’allevamento su scala industriale è tra le prime cause di emissioni di gas serra e riscaldamento globale. Mezzo mondo reagì però con le sopracciglia alzate all’apparizione di Sir Paul, quando non con aperto scherno; fuori dal parlamento, un gruppo della lobby degli allevatori organizzava un barbecue a cielo aperto, con hamburger e salsicce, rispondendo con sarcasmo al discorso del baronetto. 

Ora, se da un lato si può comprendere l’ostilità verso l’ennesimo famoso miliardario che pretende di impartire lezioni di etica, dall’altro questo episodio appare un esempio della tipica reazione della maggioranza umana verso un tema semplice e pacato, eppure a quanto pare disturbante, come il vegetarianesimo. Come ogni vegetariano sa per esperienza, pochi altri argomenti suscitano un tale misto di incomprensione, sospetto, ironia qualunquista come la scelta di non consumare carne. Quando va bene, toccheranno le solite frasi fatte: “Ma tanto è già morto, cosa te ne frega?” “E chi ti dice che l’insalata non soffre?” 

Tra le classiche obiezioni mosse al vegetariano, un paio sono assai radicate. Sono quelle legate alla tradizione culturale (l’uomo alleva animali dai tempi dei tempi) e quelle legate alla tradizione naturale (gli animali vengono mangiati da altri animali). Un tipo di obiezioni che poteva forse avere qualche presa fino a un secolo fa, quando ancora l’allevamento si basava su metodi in effetti tradizionali, e sulla figura dell’allevatore che conosceva e rispettava i suoi animali. Oggi, consumare prodotti di origine animale significa, nella quasi totalità dei casi, consumare i prodotti dell’allevamento e del macello industriali, gigantesche multinazionali della carne che gestiscono nascita e morte di miliardi e miliardi di esseri viventi. Un sistema scientificamente organizzato sul dolore, la tortura, la manipolazione genetica, la reclusione in spazi chiusi e sovraffollati fino alla morte per soffocamento, i metodi di uccisione più orrorifici.

Le scoregge di Hitler
Pare che Adolf Hitler soffrisse di stomaco nervoso e flatulenza. Quando il dittatore scoprì che ridurre la carne rendeva meno puzzolenti le sue emissioni intestinali, provò a privilegiare i consumi vegetali. In realtà, nonostante la leggenda che fosse vegetariano, Hitler non abbandonò mai le adorate salsicce bavaresi e altri piatti di carne, e con i vegetariani veri fu sempre feroce. Mise al bando le associazioni vegetariane in Germania e più tardi nei territori occupati; il pacifista e vegetariano tedesco Edgar Kupfer-Koberwitz dovette rifugiarsi a Parigi e poi in Italia, dove fu infine arrestato dalla Gestapo e spedito a Dachau.
Tutte vicende che venivano ricordate in un saggio di pochi anni fa, Un’eterna Treblinka di Charles Patterson (in Italia pubblicato da Editori Riuniti, pp. 320, euro 16). Oltre a occuparsi delle abitudini alimentari del Führer, Patterson conduceva un’analisi delle origini del modello di sterminio nei lager nazisti, arrivando a suggerire che questo modello avesse una forma di origine comune, e numerose affinità tecnico-operative, con il sistema industriale di allevamento e macello americano. Se un simile confronto potrà sembrare ad alcuni fuori luogo, va ricordato che il primo a farlo era stato in realtà Isaac Bashevis Singer: fu proprio lo scrittore premio Nobel a suggerire che “per gli animali, si tratta di un’eterna Treblinka”, richiamando il fantasma del famigerato campo di sterminio.
D’altro canto, l’efficiente macchina del macello animale aveva già ispirato altre imprese. Henry Ford, l’industriale delle automobili, confessò che era stata la visita a un mattatoio di Chicago a suggerirgli l’idea per un sistema di lavoro basato sulla catena di montaggio. Nei macelli si trattava di smembrare cadaveri animali nel minor tempo possibile; nelle fabbriche, si sarebbe trattato di assemblare automobili in un tempo altrettanto veloce.

Geyser di merda
La tendenza a liquidare il vegetarianesimo come faccenda per anime belle o per intellettuali saputelli potrebbe quasi trovare conferma, a un primo superficiale sguardo, di fronte a un testo di recentissima pubblicazione: Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? (in Italia da Guanda editore, pp. 368, euro 18) di Jonathan Safran Foer. Ecco un giovane e famoso scrittore americano, con casetta in quartiere figo di Brooklyn, che alla nascita del primo figlio si lascia prendere da angosce borghesi su cosa sia giusto o meno dargli da mangiare, e si mette a scrivere un’inchiesta-riflessione sul più controverso dei cibi: la carne. Potrebbe suonare così la storia del libro. Se non fosse che Foer è uno scrittore autentico, mosso da un senso di piena necessità, capace di immergersi nel tema con quella profondità stilistico-letteraria che corrisponde a una profondità di analisi e di suggestione filosofica, di risonanza metaforica, di coinvolgimento emotivo.
Frutto di tre anni di lavoro, impeccabilmente documentato, abbastanza ironico da evitare i toni della lezioncina e abbastanza drammatico da provocare brividi di abissale disagio, il libro ha suscitato rumore negli Stati Uniti, un misto di commenti entusiasti e molto ostili. Anche qui, vari recensori hanno preferito alzare un muro di scetticismo, trattando il libro come l’ennesimo caso di scontro tra i castelli in aria dei vegetariani e il realismo dei carnivori, i quali invece sarebbero impegnati a pensare a questioni più serie. Con notevole disonestà critica, la giornalista letteraria più bizzosa d’America, Michiko Kakutani del New York Times, liquidava il libro chiedendo perché Foer non si dedicasse a cause migliori.
“La carne solleva rilevanti questioni filosofiche ed è un’industria da più di centoquaranta miliardi di dollari all’anno, che occupa quasi un terzo delle terre emerse del pianeta, condiziona gli ecosistemi marini e potrebbe anche determinare il clima futuro sulla Terra”, ricorda con asciuttezza Foer nel suo libro. E più avanti: “Quanto distruttiva dev’essere una preferenza culinaria prima di farci decidere di mangiare dell’altro?” L’industria dell’allevamento sostiene che il suo obiettivo è sfamare il mondo, ma è difficile vedere come un sistema che consuma colossali risorse agricole, e fa nascere animali dalla genetica così compromessa da non potersi più riprodurre per via naturale, possa avere a cuore le sorti del mondo. A essere alimentata sembra piuttosto l’ossessione che ci fa consumare una quantità insensata di proteine animali, molte più di quante l’umanità abbia mai consumato in precedenza.
Tra le tante immagini efficaci che emergono dalle pagine del libro c’è quella delle paludi tossiche accanto ai grandi allevamenti americani. Ora, immaginiamo pozzi neri all’aria aperta grandi come campi da calcio, destinati a raccogliere gli escrementi e i liquami degli animali: gli scarichi di queste paludi finiscono spesso in contatto con fiumi e falde acquifere, con effetti terrificanti. Quando sono sul punto di traboccare, talvolta la soluzione è quella di spruzzarli letteralmente in aria, “un geyser di merda che spande un aerosol di feci, creando vortici gassosi capaci di provocare gravi danni neurologici. Le comunità che vivono nei pressi di questi allevamenti intensivi lamentano problemi di epistassi persistenti, otalgie, diarree croniche e bruciori ai polmoni.”

La cognizione del dolore
Quando Foer si introduce, una notte, in un allevamento di tacchini in compagnia di una giovane attivista, a prima vista i pulcini ammassati nel capannone gli paiono tutti uguali. Stanno lì, storditi, sotto le impassibili luci artificiali. Solo quando i suoi occhi si abituano a distinguere in quella massa di animali, si accorge della quantità sconcertante di pulcini deformi, disidratati, coperti di sangue, coperti di piaghe, e di quelli che giacciono già morti.
La casistica del dolore nell’industria della carne è sterminata e documentata da migliaia di confessioni di lavoratori, materiali video girati in segreto, statistiche di enti governativi. Si va dai milioni di polli che finiscono vivi nelle vasche di scottatura ai bovini che, per la stessa incuria nella catena di lavoro, finiscono scuoiati mentre sono ancora coscienti. Ci sono animali storditi apposta in modo blando, in modo che il cuore stia ancora pompando quando vengono sgozzati e il dissanguamento sia più veloce. Quantità impressionanti di volatili con fratture alle ossa per le procedure con cui vengono trasportati. Becchi tagliati, code tagliate, denti tranciati, maialini castrati, il tutto senza anestesia. Reclusione e assenza di movimento che provocano problemi ossei, deformità e pazzia, animali che si strofinano contro le sbarre fino a coprirsi di piaghe infette. Ci sono poi le sevizie praticate da lavoratori frustrati e sottopagati: scrofe gravide bastonate, volatili schiacciati sotto i piedi e sbattuti contro il muro, sigarette spente addosso agli animali, percosse con martelli, maiali gettati ad annegare nelle paludi dei liquami, pungoli elettrici nell’ano, il tutto nell’indifferenza dei superiori. Non casi isolati ma fenomeni così estesi da costituire la norma.
Senza contare il bombardamento di antibiotici, ormoni e altre medicine per sostituire la totale assenza di ambiente naturale; le manipolazioni genetiche che fanno nascere animali-mostri, incapaci di sopravvivere oltre la propria adolescenza, sempre più deformi e vittime di sofferenze congenite. Animali che soffrono rendono di più. Nascere nel dolore, vivere nel dolore, morire nel dolore: l’organizzazione sistematica e su larga scala di una simile quantità di dolore non ha precedenti storici. Certo, non si tratta di dolore umano. Ma vogliamo ancora negare, contro ogni evidenza scientifica e di buonsenso, che gli animali possano provare sensazioni e avere una vita emotiva?

Se niente importa
Va ricordato che il libro di Foer fornisce dati relativi soprattutto alla realtà americana. La realtà europea sembra fornire ufficialmente qualche tutela in più agli animali, ma è facile comprendere che ovunque miliardi di esseri viventi vengono trattati come oggetti, elementi di una catena di montaggio-smontaggio, prigionieri di un processo tecnico che non li riconosce come viventi, si apre lo spazio per l’atrocità. Dall’altra parte ci sono i consumatori, utilizzatori finali di questa atrocità, felici di non farsi troppe domande su cosa ci sia dietro la carne plastificata, anonima e a poco prezzo che trovano al supermercato. Come dice a Foer un allevatore tradizionale, che tenta di combattere i sistemi dell’allevamento industriale: “Gli animali hanno pagato caro il nostro desiderio di avere tutto in qualunque momento a un prezzo irrisorio.” Mentre la nonna di Foer, ebrea scappata attraverso l’Europa ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, ricorda al nipote che è assai pericoloso mangiare senza riconoscere il proprio cibo. Pur ridotta alla fame lei rifiutò, per tradizione kosher, di mangiare maiale: “Se niente importa, non c’è più niente da salvare.”

 

[Fonte: Marco Mancassola]

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