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Lo spirito antirivoluzionario di Guido Ceronetti

Lo spirito antirivoluzionario di Guido CeronettiA un anno dalla scomparsa a Cetona, in Toscana, di Guido Ceronetti, una delle menti più fervide del nostro secolo, esce la ristampa Adelphi della sua Rivoluzione sconosciuta, una scelta di testi, di cui è anche traduttore.

Scettico, caustico con leggerezza, pone la realtà sotto gli occhi dei lettori, consapevole che la letteratura è destinata a vivere contro qualsiasi disillusione. L’indagine che egli attiva ne fa un profondo conoscitore del cuore umano, uno sthendaliano; il giornalismo per le pagine de «La Stampa» e del «Corriere della Sera» vede un uomo al di sopra degli schemi e delle consuete categorie antifascista e anticomunista, aderisce al Partito Radicale da una posizione liberale. Fondatore del Teatro dei Sensibili, mette in scena insieme ai suoi attori la mostra-spettacolo su quel “mistero della Storia” che fu il 1789, ponendo a epigrafe della sua scelta di testi una frase di Céline tratta dal suo romanzo Voyage au bout della la nuit:

«Tutto quel che è interessante avviene nell’ombra, decisamente. Nulla si sa dell’autentica storia degli uomini».

 

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Ecco, di qui nasce il titolo La Rivoluzione sconosciuta, perché la breve e incisiva raccolta di pensieri e immagini illumina il mistero della Storia, non indagabile fine in fondo stanti le dinamiche che si sottraggono a una definizione assoluta. Tutto va ricondotto al presente; qui oggi il “filosofo ignoto” si raccoglie nella meditazione di quel che fu, con disincanto, attraverso pensieri in libertà “erratici e spesso contraddittori”. Sembra che non vi sia un fil rouge, eppure lo possiamo ritrovare nella famosa frase di Leonardo Sciascia: «Non sono io pessimista, è la realtà che è pessima».

Lo spirito antirivoluzionario di Guido Ceronetti

Credo che Ceronetti, nel focalizzare le contraddizioni dell’animo umano, abbia molto da condividere con tale aforisma; eppure, il suo pessimismo, radicato nel nostro secolo vagolante nel buio, non è certo una resa Scettico, contrario a qualsiasi utopia, vede nella rivoluzione lo scenario di una Storia capovolta, un muoversi verso nessun luogo. Impietoso nell’analisi, filosofo del “martello”, al di là del bene e del male, non crea, come ovvio, un percorso di immediata lettura, ma uno incidentato che transita per Hölderlin, Blake, Bataille, Bloy, Leopardi, Calasso, Foscolo, Carducci, Parini, Piovene e tanti altri.

Tra tutti mi sembra illuminante il pensiero di Tao-te-Ching: «Chi vuole plasmare il mondo non ci riuscirà. Il mondo vaso spirituale, non si lascia plasmare. Chi lo plasma lo distruggerà». L’animo umano non si lascia irretire dalle categorie, esso è il vaso dello spirito da cui traboccano le nostre aspirazioni votate allo scacco, perché la realtà non è plasmabile.

Cade quindi il concetto classico di “homo faber fortunae suae”: l’uomo è fabbro di un bel niente e la storia è mistero e rovina. Rassegnazione, quindi? No, certo, la risposta è depositata nel vitalismo della scrittura, che ponendo in luce le contraddizioni del reale attiva la “pazienza dell’arrostito”, che recupera la memoria storica di contro a quella artificiale dei nostri tempi ed esprime tutta la nobile resistenza rispetto a chi vorrebbe appunto “arrostirci”.

Lo spirito antirivoluzionario di Guido Ceronetti

Un salto ai tempi della Rivoluzione francese è d’obbligo, e qui si localizza la resistenza della memoria nella “pazienza” di raccogliere e tradurre le meditazioni degli “spiriti affini” che hanno accompagnato la lunga vita dell’intellettuale scomodo e disorganico.

«Tigre, tigre, oh bagliore/Nella notte, incendio che fai lume nelle sue tenebre/quale Occhio o mano immortale/La Simmetria della tua figura Plasmò/che ci impaura?»

 

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Folgoranti versi di W. Blake in cui la Tigre è la Rivoluzione, bagliore nella notte, essere che seduce e spaventa con le sue ghigliottine. «Tutti gli uomini sono delle bestie; i prìncipi sono delle bestie che non tirano carrozze». «I prìncipi sono in prigione sempre». Tucididea questa metastorica riflessione di Montesquieu del 1755, esplicita condanna dell’uomo-bestia, tra cui primeggia la figura del prìncipe, bestia per antonomasia. All’epoca poi di Maria Antonietta, due potenti Imperi hanno alla testa due donne: la Russia con Caterina II, l’Austria con Maria Teresa… «Dietro il fantasma di un complotto lesbico c’era la paura che gli uomini perdessero le redini della politica, che non fosse più in mano loro la direzione del mondo». Dietro tali parole di denuncia di Chantal Thomas, La reine scélèrate, opera del 1989, si coglie tutto il fallocentrismo di chi teme la perdita del controllo politico, che vuole essere ricondotto nelle mani dei maschi.

Tramite gli exempla forniti, attingendo qui e là, Ceronetti intesse una trama in cui protagonista è la Rivoluzione, la madre di tutte le illusioni su cui cade la condanna da parte del suo spirito scettico e agnostico. «Ogni giorno muore qualche rivoluzionario. Impedire soltanto che ne nascano». In questa frase di J. Joubert si riassume la posizione di Guido Ceronetti che, pur in un iter volutamente periglioso e irto di inganni, sposa la causa antirivoluzionaria.


Per la prima foto, copyright: Clem Onojeghuo su Unsplash.

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