Corso online di editing

Corso online di scrittura creativa

Intervista a Nicholas Sparks, ecco come nascono i suoi romanzi

In cucina con Leonardo da Vinci, cuoco provetto

Lo specchio degli altri. “La parte migliore” di Christian Raimo

Lo specchio degli altri. “La parte migliore” di Christian RaimoLa parte migliore è il nuovo romanzo che Christian Raimo ha pubblicato per Einaudi.

Personaggi sono Leda, Laura, sua figlia, Giuseppe, ex marito di Leda, e poi Riccardo, Giorgio e la classe di Laura, i familiari dei pazienti terminali, Carmine e la sua ex “‘amante” Mariella, Abdul. Il romanzo, ventinove capitoli, intreccia le storie di due donne, Leda, la madre, «che cosa vuol dire essere madre?», di Laura, e dei personaggi che le gravitano intorno.

La morte è molto presente in questo romanzo: c’è chi si occupa della morte altrui, chi la morte se la porta dentro come malattia o come futuro feto da abortire, morte come perdita dei propri cari. È così presente che le si potrebbe ascrivere lo statuto di mancanza fantasmatica: «Io so la tua mancanza», o anche di «timore di un vuoto», quello di Giuseppe che vorrebbe ricostruire il rapporto con Laura, oppure come buco del corpo: «cercando con le dita le bocche e i buchi», in tutti i casi quel che manca compulsa l’azione desiderante dei personaggi e gli esiti restano aperti, apertura totale del possibile. Le intersezioni sono anche a livello linguistico: italiano, il dialetto degli adolescenti (l’esito comico citando i Sepolcri di Foscolo: «Menduro che sarebbe? […] Forse voleva dì’ enduro»), l’inglese dell’egiziano Abdul, le poesie di Laura, il romanzo di Riccardo, la riflessione sul suono delle parole: «quella cr e quella sc restituivano il suono di una mutazione», la totale assenza della ‘d’ eufonica, caratteristica, questa, assimilabile alla scrittura di Busi. C’è coesistenza di luoghi mentali differenti: il Comunismo, le brigate rosse, il culto mariano del Cattolicesimo, la filosofia materialistica, l’Islam. Ragioni individuali e sindacali, movimenti generati dalla politica anche nei suoi esiti utopici, v’è il tema dell’eutanasia trattato da un punto di vista che non sfiora mai la retorica, v’è la psiche e l’anima.

 

Vuoi conoscere potenzialità e debolezze del tuo romanzo? Ecco la nostra Valutazione d’Inedito

 

Lingua come sintomo del desiderio e dell’istinto, e anche quando «i desideri e gli istinti sono tensioni da rimuovere», restano il collante delle azioni. Se la morte è l’elemento presente che più caratterizza questo romanzo, non da meno è il ruolo della psicoanalisi, pure sotto forma di critica alla clinica freudiana: «uno dei difetti della psicanalisi che Freud non aveva mai affrontato era il setting degli ambienti chiusi», gran parte dei personaggi hanno a che fare con questa, magari praticandola contemporaneamente alla preghiera cristiana; l’interpretazione del sogno ricorre anche come discrimine tra quella che darebbe un padre spirituale e uno psicoanalista: pure qui, il gioco degli opposti è inclusivo e mantiene viva l’alterità delle visioni.

Lo specchio degli altri. “La parte migliore” di Christian Raimo

Dunque l’esito è questa spinta interiore, metafisica quasi, che si oppone ai movimenti in avanti della storia materiale, dei corpi che muoiono o vengono abortiti, dei fluidi del godimento o della sofferenza. Spostamenti temporali frequenti, ma non come nostalgici ripiegamenti, bensì come prese di coscienza e bilanci esistenziali, un passato che perdura come fantasma, spirito guida che svanisce non appena il lutto è per sempre metabolizzato e, in qualche modo, vendicato. La fine come inizio è presente più sottilmente in un passo a pag. 140: «il bianco lanceolato della pietra fa da specchio al sole allagato» che evoca «la città era lo specchio del cielo» a pag. 5.

La fine è l’irruzione di un evento imprevisto, un deus ex machina che pareggia i conti e che porta quell’equilibrio, obiettivo cui gli umani non possono, se non con enormi difficoltà, pervenire: uno scuotimento interiore né giusto né sbagliato ma istintivo, catastrofico quasi...

Abbiamo posto qualche domanda a Christian Raimo sul libro e su se stesso durante la scrittura del romanzo.

 

La storia è ambientata a Roma, con il suo cielo, le strade, la sua campagna. Lei che rapporto ha con la capitale, e in che modo la narrativa si lega ai luoghi, alla storia della città?

Ho un legame talmente forte con questa città che ha delle caratteristiche forse patologiche come quelli che si hanno con i propri famigliari. Un legame edipico, che mi scatena amore e rabbia, desiderio di emancipazione e un senso di protezione e appartenenza persino irrazionale. In tutto ciò che ho scritto c’è Roma, è un personaggio chiave. In questo romanzo volevo raccontare una Roma in cui è facile sopravvivere ma è difficile vivere, una Roma che non vive dei miti del presente e del passato, il palazzo, la gloria dell’impero, il papato, ma anche la suburra, i romanzi criminali, la Roma coatta, estrema, eccezionale, dei Pasolini, o la Roma slabbrata, aneddotica dei Verdone, volevo una città qualunque, come è nel profondo questa città.

 

Molti personaggi hanno a che fare con la psicoanalisi, seguono un percorso analitico che in certi casi incontra anche quello della fede. Due mondi opposti, e complementari: ci dice il suo rapporto con la psicoanalisi e anche, visto l’esergo tratto dal Vangelo di Luca, quello che intrattiene, come scrittore, con la fede cristiana?

Sono due percorsi per me centrali. Sono cattolico, o cerco di esserlo, vado in analisi da quindici anni. Ma sono due percorsi centrali perché mostrano come sia fondamentale uno spazio di riflessione su cosa si è, cosa si può essere che non è legato alla dimensione sociale – che è quella che sembra assorbire tutta la nostra vita – ma a una dimensione di trascendenza. Rispetto poi al cristianesimo, ho un’idea che la letteratura italiana abbia una grande occasione che non sfrutta, che è quella – da credenti, da non credenti, da anticlericali – di confrontarsi con l’immaginario cristiano. È incredibile quanti scrittori che conosco si siano formati su Philip Roth o Saul Bellow e la loro rielaborazione dell’immaginario ebraico-americano, e qui da noi non provino a fare lo stesso con l’immaginario cristiano.

 

Laura, la figlia di Leda, ama profondamente la poesia, nel romanzo sono presenti alcuni suoi versi, e la musica, grazie anche alle «annate discografiche» che le regala la madre di anno in anno; nel romanzo, poi, non mancano alcune citazioni tratte da Cristina Campo, Alessandro Manzoni, Gabriele Frasca, Ugo Foscolo, Edna St. Vincent Millay. In che modo, eventualmente, la poesia e la musica, hanno influenzato la stesura del romanzo?

Volevo che la poesia fosse centrale. E ho regalato a Laura questa ossessione. Proprio perché la poesia, come metonimia della letteratura tutta, è lo spazio più grande per l’ambivalenza in un contesto linguistico come quello in cui siamo immersi che invece è sempre più polarizzato, pieno di messaggi univoci, pubblicitari, sloganistici, o addirittura iconici, pollice su, faccetta. La poesia è il luogo dove possiamo riappropriarci del senso multivoco del mondo.

 

Con le scene di Abdul l’egiziano e Giuseppe, appena uscito dal carcere perché, tra gli altri reati, è accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, si affronta la problematica del diritto dei lavoratori, stranieri in questo caso. Ma anche il fratello di Giuseppe, accusato di terrorismo rosso, apre una breve parentesi politica. Ci dice in che modo la politica entra nella sua scrittura? I fatti ai quali si riferisce hanno una base di verità?

Scrivere di politica è un rischio. E infatti ho provato sempre a evitarlo, ribaltando anche qui un senso comune sul tema. Nei romanzi non esistono i buoni e i cattivi, esistono solo personaggi che hanno una possibilità di trasformazione. In questo ci tengo ogni volta a chiarire a me stesso un confine molto serio: la politica si occupa di trovare ciò che è giusto, la letteratura di trovare ciò che è vero. Non sempre le due cose coincidono.

Lo specchio degli altri. “La parte migliore” di Christian Raimo

Il lavoro sul linguaggio ha implicato anche l’uso del dialetto: il fine è rendere più veritiere le scene legate al parlato o c’è una motivazione più profonda, magari, pure in questo caso, di carattere politico?

Il personaggio che parla più sboccato e romanaccio è il figlio di una donna in fin di vita. Dovrebbe essere compunto, disperato, intimo, è una specie di coatto sopra le righe. Lo volevo così, perché la realtà che conosco è questa: anche di fronte alle questioni più vertiginose reagiamo in maniera diversa. Questo ci permette di essere uomini liberi, e questo non va dimenticato. Altrimenti pensiamo a noi stessi come delle funzioni. Il dialetto mi serve a questo, a allargare lo spazio della lingua, a liberarla dalla sua medietà funzionale. Il romano, il romanesco, il romanoide, il romanaccio, in questo sono utili, come sono utili quei pidgin che mettono insieme un italiano masticato male come una specie di globish, che è la lingua di molti migranti.

 

Nel suo libro del 2015 Tranquillo prof, la richiamo io protagonisti sono gli alunni di un Liceo. In questo romanzo gli adolescenti ritornano, con Laura e i suoi compagni di classe, nella scena, a esempio, dei cento giorni: cosa è cambiato nel frattempo, nel trattamento dei personaggi, rispetto a quel romanzo?

Nulla. Lì volevo dire una cosa, il paternalismo uccide. I ragazzi di oggi sono meravigliosi come lo sono sempre stati. Sono imprevedibili, e molto più seri di quello che pensiamo. Tranquillo prof, la richiamo io era un romanzo comico, qui c’è un chiaro intento realistico. Ma il desiderio è lo stesso: rendere conto dell’inedito che sono i ragazzi. E della tragedia di chi non riconosce tutto ciò.

 

Ci parla un po’ della sua vita quotidiana durante la stesura del romanzo: dove scriveva, quando scriveva, cosa faceva tra una pausa dalla scrittura e l’altra?

Ci metto anni a scrivere i romanzi, non sono uno scrittore romantico, da stanza tutta per sé, scrivo ovunque, nei parcheggi, nei bar, uso ogni spazio mentale e fisico disponibile. In questo seguo più la lezione di Bukowski che prendeva in giro gli scrittori con un proprio studio, il desiderio di solitudine, e amava Kafka che ha scritto quello che ha scritto nelle peggiori condizioni possibili.

 

In quali luoghi è nato il suo romanzo?

È nato nella Roma che dicevo, negli spazi anonimi di una città, nelle file in macchina, nell’attesa al gelo di un appuntamento in ritardo, nelle domeniche pomeriggio noiose, nelle passeggiate per andare a fare la spesa.

 

Lo ha scritto interamente al pc oppure anche a mano?

Al pc, sbagliando credo. Ma ormai sono abituato così. Nel nuovo romanzo sto provando a fare prima una stesura a mano. Ho letto che così fa Jennifer Egan, e ho pensato che fosse una buona idea.

 

Durante la stesura del romanzo le capitava di passeggiare in bici, in auto, a piedi e osservare alberi, scrutare edifici, finestre, affondare lo sguardo nel cielo, seguire le onde del suono e dell’acqua e trovare un’ispirazione per il suo romanzo?

Sì, molto, mi serviva guardare, stimolare i sensi, molte scene sono nate così.

 

GRATIS il nostro manuale di scrittura creativa? Clicca qui!

 

Fumava o beveva durante la stesura del suo romanzo?

No. Mangiavo.

 

Quanto pesava?

81, 82 chili, troppo.

 

Scriveva dopo cena, prima di pranzo, quando?

In ogni tempo disponibile.

 

Come potrebbe definire la scrittura di questo romanzo: di spostamento, di stasi, di spazio, del corpo, della mente?

Di abitudine.


Leggi tutte le nostre interviste a scrittori e scrittrici.

Per la prima foto, copyright: Chelsea London Phillips su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

Il tuo voto: Nessuno Media: 5 (1 vote)

Commenti

Invia nuovo commento

Image CAPTCHA
Se il codice inserito non è corretto, viene segnalato un errore (box rosso). Se il codice inserito è corretto e il tuo commento viene segnalato lo stesso come spam non ti preoccupare, non riscriverlo; la redazione lo pubblicherà al più presto.

Il Blog

Il blog Sul Romanzo nasce nell’aprile del 2009 e nell’ottobre del medesimo anno diventa collettivo. Decine i collaboratori da tutta Italia. Numerose le iniziative e le partecipazioni a eventi culturali. Un progetto che crede nella forza delle parole e della letteratura. Uno sguardo continuo sul mondo contemporaneo dell’editoria e sulla qualità letteraria, la convinzione che la lettura sia un modo per sentirsi anzitutto cittadini liberi di scegliere con maggior consapevolezza.

La Webzine

La webzine Sul Romanzo nasce all’inizio del 2010, fra tante telefonate, mail e folli progetti, solo in parte finora realizzati. Scrivono oggi nella rivista alcune delle migliori penne del blog, donando una vista ampia e profonda a temi di letteratura, editoria e scrittura. Sono affrontati anche altri aspetti della cultura in generale, con un occhio critico verso la società contemporanea. Per ora la webzine rimane nei bit informatici, l’obiettivo è migliorarla prima di ulteriori sviluppi.

L’agenzia letteraria

L’agenzia letteraria Sul Romanzo nasce nel dicembre del 2010 per fornire a privati e aziende numerosi servizi, divisi in tre sezioni: editoria, web ed eventi. Un team di professionisti del settore che affianca studi ed esperienze strutturate nel tempo, in grado di garantire qualità e prezzi vantaggiosi nel mercato. Un ponte fra autori, case editrici e lettori, perché la strada del successo d’un libro si scrive in primo luogo con una strategia di percorso, come la scelta di affidarsi agli addetti ai lavori.