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Lo sguardo che illumina il mondo. Intervista a Susanna Tamaro

Lo sguardo che illumina il mondo. Intervista a Susanna TamaroIn un tardo e afosissimo pomeriggio milanese di metà settembre, di quelli in cui l’umidità trasforma le ossa in tocchetti di torrone morbido e appiccicoso, la neonata casa editrice Solferino ha invitato alcuni giornalisti e lit-blogger a un incontro con Susanna Tamaro per un’anteprima del suo ultimo romanzo (Il tuo sguardo illumina il mondo, nelle librerie a partire dal 20 settembre). Un libro in cui l’autrice di Va’ dove ti porta il cuore¸ Ogni angelo è tremendo e Un cuore pensante, racconta della sua amicizia con Pierluigi Cappello, una delle voci poetiche più limpide e disarmanti degli ultimi anni, scomparso lo scorso ottobre. Non è la prima volta che incontro Susanna Tamaro, eppure ogni volta non posso smettere di domandarmi come sia possibile che tutto quel vento narrativo capace di spostare l’equilibrio del nostro sentire con un “semplice” aggettivo sia racchiuso in un corpo minuto e sottile, come «un sentiero di matita»[1].  Forse, mi dico, questo incontro mi darà qualche risposta o forse è proprio questo “mistero” a rendermi necessario leggere le sue storie. Ma la prima domanda lanciata all’autrice incombe, è il tempo di ascoltare.

 

Com’è nato il suo rapporto con Pierluigi Cappello?

Sono molto timida e non avevo coraggio di contattare Pierluigi. Poi al festival di Pordenone mi hanno chiesto di presentare un suo libro e da lì è cominciata la nostra amicizia. Abbiamo scoperto di avere tante passioni comuni: insetti, cucina, ricordi del terremoto, della nostra terra comune [il Friuli, ndr]. Io non ho molte amicizie nel mondo letterario, ma fra noi è nato subito qualcosa di importante, profondo, un’affinità. Forse anche perché siamo due solitari e nessuno di noi ha studiato lettere. Io ho finito a fatica l’istituto magistrale che, ai miei tempi, era considerata la scuola per chi non ce la faceva da nessuna altra parte, siamo due autodidatti. Con Pierluigi parlavamo spesso della situazione attuale della poesia, del suo esilio da un mondo che vuole sempre l’efficienza e il risultato, come se l’essere umano acquisisse un valore solo producendo quello che gli è stato richiesto.

 

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Lei ha scelto la forma epistolare per questo libro, dimostrando ancora una volta la sua capacità e volontà di mettersi in discussione con forme sempre diverse di scrittura. Da dove nasce questa necessità?

Io ho avuto successo con un certo tipo di romanzo (Va’ dove di porta il cuore) e, secondo la regola non scritta dell’editoria contemporanea, avrei dovuto continuare a scrivere brutte copie di quel libro, ma la scrittura per me è avventura, scoperta. Se avessi continuato a scrivere innumerevoli versioni del romanzo, con tutti i prequel e i sequel possibili, mi sarai annoiata io per prima e, se mi annoio io, figuratevi i lettori. C’è una parte di me che è folle e deve confrontarsi con personaggi come quelli de Il cerchio magico o Cuore di ciccia che non posso mettere nei libri per adulti, ma mi piace anche parlare della società che mi circonda con riflessioni o saggi. Questo ovviamente vuol dire perdere lettori per strada, perché il lettore spesso cerca un libro molto simile a quello di cui si è innamorato. Devo dire però che quelli che sono rimasti in sella sono fedelissimi.  

Lo sguardo che illumina il mondo. Intervista a Susanna Tamaro

In queste giravolte la critica letteraria non l’ha aiutata.

Va’ dove ti porta il cuore è stato un successo grande e inatteso. Ero una ragazza giovane e inerme, con alle spalle un piccolo editore, è stato molto facile prendere la mira e sparare. Il momento più difficile è stato riprendere a scrivere dopo Va’ dove ti porta il cuore. Ho lottato per mantenere la passione per la scrittura, anche se devo dire che la gioia della scrittura sono riusciti a togliermela. Dopo questo libro spero di ritrovarla e per poter andare avanti a raccontare storie.

 

In questo libro lei racconta del suo dolore per la perdita di un amico, da cui è stata costretta a staccarsi all’improvviso. Il lettore penserà subito al paragone che lei fa nel romanzo fra esseri umani e scoiattoli. Mentre questi ultimi mettono sempre da parte le ghiande per i periodi di difficoltà, l’essere umano sembra essere impreparato di fronte a un dolore improvviso. Questo libro è diventato la sua ghianda emotiva?

Questo libro è stato dolorosissimo. L’ho promesso a Pierluigi negli ultimi giorni della sua vita: lo scriveremo insieme, gli ho detto. Pensavo sarebbero serviti mesi per elaborare quel dolore e poi portarlo sulla pagina, invece lui è morto il primo ottobre e io alla fine di dicembre ho cominciato a scrivere. Ho iniziato a scrivere le prime cinquanta pagine nel mio studio in mezzo al bosco, circondata dalla neve, e mi sentivo impotente davanti a questa storia. Poi dopo la pagina 50 ho ingranato e ho scoperto che stava diventando un modo per dire tante cose che non ero riuscita a dire, è stato un libro liberatorio.

 

È un libro con cui Susanna Tamaro si racconta senza paura al lettore, aprendogli la porta del suo studio in Umbria e della sua anima. Ci sediamo vicino a lei ad ascoltare i borbottii della stufa Argo, provando a condividere la capacità di guardare fuori per ascoltare il dentro che ognuno di noi custodisce. Quanto è stato difficile per lei (se lo è stato) aprirsi così con i suoi lettori?

Quando si scrive bisogna essere molto onesti. Io lo sono sempre stata, perché sento un grande affetto e stima verso i miei lettori, per questo penso di potermi fidare di loro senza sentire il pericolo di questa scelta. Posso condividere quindi anche le verità più difficili, come accade in questo libro, con leggerezza. Spesso, proprio nei momenti più difficili della mia vita, è stata la scelta di fidarmi dei miei lettori ad aiutarmi e sostenermi.

Lo sguardo che illumina il mondo. Intervista a Susanna Tamaro

In questo libro il tema dell’ascolto è centrale e con esso quello del silenzio in cui lei si rifugia per poter ascoltare davvero le sue sensazioni. Come riesce a difendersi dal “rumore” in cui siamo immersi, «quel frastuono che rendeva inutilmente difficile e spesso crudele» i suoi giorni?

Ho bisogno di silenzio. Io ho la sindrome di Asperger e uno dei problemi di questa sindrome è la forte intolleranza al rumore, questo vuol dire che vivere in un mondo così rumoroso come quello in cui viviamo è per me quasi impossibile, ma vuol dire anche che mi sono accorta prima degli altri di quanto rumore di fondo disturbasse le nostre giornate. Il rumore ci divora interiormente. Noi abbiamo bisogno del silenzio, ci porta a esplorare la nostra essenza, la nostra eternità, a capire chi siamo. Se siamo sempre intrattenuti dal rumore, diventiamo senza centro e questo è molto pericoloso. Io il problema l’ho risolto con le mie fidate cuffie che porto ovunque per proteggermi, anche perché la bulimia di rumori in cui siamo immersi fa male anche alla nostra creatività, è il motivo per cui siamo immersi in un mare di libri tristi, senza poesia. Il rumore ci rende banali, perché le parole che lasciano un segno nascono dal silenzio.

 

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Come convive la poesia con un mondo in cui “tutto e subito” detta legge?

La poesia è la nostalgia dell’eterno. È questo che ci manca moltissimo, perché effettivamente viviamo in un mondo in cui bisogna ottenere tutto e subito e questa è una forma ansiogena di vita. L’essere umano ha bisogno di spazi in cui riflettere su se stesso, di capire dove e come vive. Questi spazi sono stati divorati. Pensiamo al mondo del lavoro per esempio. Una volta uno staccava di lavorare e tornava a casa, una fetta della sua giornata era dedicata esclusivamente alle sue passioni, ai suoi affetti. Adesso il lavoro ti insegue tutto il tempo. Assistiamo a una ruberia del tempo privato. Bisogna ribellarsi e liberarsi dalla tirannia che questo modo di pensare ha imposto sulle nostre vite. Abbiamo bisogno di imparare ad ascoltare e quindi fare silenzio e poi imparare a vedere e quindi pulire, depurare la massa di immagini e informazioni, vere o presunte, che ci piombano addosso. Abbiamo bisogno di ricominciare a parlare della nostra anima. Esiste una parte di noi stessi così misteriosa e complessa che noi proviamo a ignorare.

 

Con Pierluigi vi confrontavate sugli esiti delle vostre osservazioni, nel libro se ne parla spesso, vi confrontavate anche sulle vostre opere? Vi leggevate a vicenda?

Spesso Pierluigi mi chiamava nel cuore della notte per leggermi una sua poesia. Io gli mandavo sempre i miei libri. Sì, condividevamo questo sguardo sul mondo e le pagine che esso generava. Quando mi chiamava gli dicevo: “beato te che in una notte riesci a creare un’opera compiuta, io ci metto dei mesi”. Mi manca molto questa parte del nostro rapporto. Tra l’altro Pierluigi era anche un grande prosatore, penso a Questa libertà, aveva una lingua cristallina, assai rara.


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Per la prima foto, copyright: Tobias Tullius.

 


[1] dalla poesia Piove di Pierluigi Cappello

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