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Lo sguardo avido di sapere di un grande intellettuale. “533. Il libro dei giorni” di Cees Nooteboom

Lo sguardo avido di sapere di un grande intellettuale. “533. Il libro dei giorni” di Cees NooteboomAlcuni mesi fa ho assistito all’intervista di Andrea Di Consoli a Franco Cordelli nell’ambito della mostra “Poeti a Roma. Resi superbi dall’amicizia”,ospitata nella Capitale dagli spazi WeGil di Largo Asciangi. Le interviste hanno bisogno di un intervistato interessante ma anche di un intervistatore accorto e abile, come lo è stato Di Consoli. Cordelli, uno degli ultimi giganti della letteratura italiana, si atteggiava a una specie di tigre siberiana altera e annoiata. Di Consoli allora ha cominciato a punzecchiarlo affettuosamente come fosse un domatore con in mano una sorta di bastone. La tigre ha ben presto assestato le zampate richieste. 1979, Festival internazionale dei poeti a Castel Porziano: Cordelli grande sacerdote di uno degli eventi letterari più importanti, e non solo, del secondo Novecento italiano. Di Consoli lo “accusava” di aver poi abbandonato improvvisamente la poesia e i poeti italiani che vedevano in lui il loro mentore indiscutibile. Cordelli sbuffava infastidito e poi ammetteva che la poesia a un certo punto lo aveva infastidito; lo aveva saturato. A parte eccezioni. Per esempio, e qui Cordelli quasi si rianimava:

«Mi è arrivato un libro di poesie dal titolo L’occhio del monaco. Ho letto la poesia sulla copertina (collezione poesia dell’Einaudi)… che bella! Allora ho aperto il libro dov’erano presenti 33 poesie, altrettanto meravigliose e mi sono messo pure con la matita a prendere appunti. Erano anni che un libro di poesie non mi colpiva così tanto.»

 

Quel libro è stato scritto dall’olandese Cees Nooteboom, uno degli intellettuali più importanti del nostro continente, il quale meriterebbe di avere il Nobel vista la sua produzione sterminata e sempre di altissima qualità (non foss’altro che l’età avanza e il nostro ha più di ottant’anni). Una produzione che comprende appunto la poesia e il romanzo/racconto, il saggio e il diario di viaggio (come Tumbas, lo splendido vagabondaggio sulle tombe degli scrittori e degli intellettuali amati dall’autore).

 

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Iperborea ha appena pubblicato un altro libro dell’autore olandese: 533. Il libro dei giorni (traduzione di Fulvio Ferrari). Un testo scritto tra il 01 agosto 2014 e il 15 gennaio 2016 e che parte descrivendo il giardino di Nooteboom a Minorca, un’isola delle Baleari spagnole dove lui va ad abitare nei mesi estivi (quelli invernali li trascorre in un paese alpino della Germania). Un’indagine che avvolge nelle prime pagine i cactus che ha comprato sull’isola e che lui ha la modestia di confessare di non conoscere dal punto di vista botanico. Ogni loro manifestazione esterna è un motivo di analitico stupore da parte dello scrittore che ha davanti le trasformazioni e gli accadimenti che si susseguono nel giardino molto spesso “attentato” da veri e propri nemici. Ad esempio, la Oruga barrenadora de las palmeras, un vorace lepidottero, un famelico intruso originario dell’Uruguay e dell’Argentina che mette in pericolo la vita delle palme. Lo scrittore ne descrive forme e colori attraverso la foto che comunicava l’allarme per i palmizi dell’isola: «Esistono forme di bellezza che, una volta ingrandite, entrano a far parte dell’arsenale dell’incubo».

Lo sguardo avido di sapere di un grande intellettuale. “533. Il libro dei giorni” di Cees Nooteboom

533. Il libro dei giorni è un enorme palinsesto dove ogni argomento si lega al precedente in maniera segreta e affascinante per narrare la ricerca di un possibile codice di letture delle cose, una ricerca che molto spesso s’impantana nella semplice, scontata ignoranza delle leggi che soprintendono la crescita di un cactus, il comportamento delle tartarughe e dei ragni, o il volo dei gabbiani, i quali però hanno il potere di far tornare alla mente allo scrittore, in una sorta di madeleine proustiana, suo padre che nel 1945, prima di morire sotto un bombardamento, dava loro la caccia a L’Aia, la città natale di Nooteboom. Ed è proprio la guerra, in particolare la Seconda guerra mondiale, uno dei ricordi più atroci dell’autore, forse il ricordo, il dolore più radicale che il silenzio del giardino rende ancora più acuto, ancora più lacerante:

«Hai guardato i volti dei soldati fin da quando avevi sei anni: volti tedeschi, volti iraniani, elmetti spagnoli e colombiani, sei tappezzato interiormente di giornali pieni dei morti caduti fino a oggi. Anche se personalmente sei al sicuro, sei imbrattato della merda della guerra che accompagnerà i tuoi giorni fino alla fine, che tu lo voglia o no. Questa settimana, qui si commemora Auschwitz, l’anno scorso a Cracovia hai visto taxi e pullman turistici che offrivano escursioni al campo di concentramento a tariffa ridotta, una forma della più amara ironia. Hai visto dei sopravvissuti e quello che la storia della violenza gli ha scritto in faccia, il tuo sguardo ne sarà contaminato finché scomparirai.»

 

“Riparazione” mi sembra un’altra parola adatta per questo libro. Come gli alberi, le palme, i pini sono infestati da parassiti che ne minano l’esistenza, così anche i volumi presenti nella libreria della casa di Minorca sono attaccabili dalle condizioni climatiche del lungo inverno. Questo tipo d’incidente capita al “grande Van Dale”, l’enorme dizionario della lingua nederlandese, un'altra forma di codice/lettura del mondo in possesso di Nooteboom:

«La mia copia era rilegata in tela verde, l’umidità dell’aria l’ha pian piano, danneggiata, il sale marino portato dal vento ha compiuto il suo lavoro di distruzione, il volume ha cominciato a disfarsi, la copertina a staccarsi, quando lo prendevo in mano si mostrava risentito, lasciava cadere fogli che poi dovevo reinserire sciolti tra le pagine.»

Lo sguardo avido di sapere di un grande intellettuale. “533. Il libro dei giorni” di Cees Nooteboom

Lo scrittore porta il libro da una rilegatrice dell’isola che gli promette di riconsegnarglielo dopo due mesi “vivo e vegeto”, così da poter continuare a interagire con gli altri volumi presenti nella casa di Minorca, che hanno il compito di disegnare, costruire, anche nella loro vicinanza fisica, delle rotte di senso, di significato. Le stesse rotte che l’autore tenta di tracciare cercando di combinare insieme i suoi amati scrittori: ad esempio Canetti e Bernhard, oppure Borges e Gombrowicz, i quali non potevano comunque sopportarsi (soprattutto Borges le cui punte di malignità e disprezzo potevano essere vertiginose).  Ci sono poi le descrizioni puntuali, fisiche di Max Frisch su Brecht registrate sul suo diario, la visita di Nooteboom alla casa di Dürrenmatt sotto lo sguardo della vedova. La visione dell’immensa sedia, “quasi minacciosa” dove lo scrittore svizzero sedeva per scrivere i suoi testi corrosivi e mai pacificati:

«Per un po’ sono rimasto lì in piedi, nella chiara luce della stanza, immaginandomelo seduto a scrivere, da solo, una forma di solitudine che appartiene alla scrittura e che penetra irrimediabilmente fin nel midollo anche dei cattivi scrittori.»

 

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Come sole nello spazio interstellare sono le sonde spaziali Voyager 1 e 2, partite nella seconda metà degli anni Settanta, e che ora viaggiano nello spazio interstellare, una cosa talmente vasta e sconosciuta che lo scrittore «china la testa e si rifugia nel giardino», non smettendo però di creare nella mente connessioni, legami, ricordi, intuizioni: la grande testimonianza di uno scrittore europeo spiritualmente giovane, sempre alla ricerca avida della bellezza segreta, spesso tragica del mondo. 

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