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“Lo Scuru” di Orazio Labbate: un esordio letterario di indubbia potenza

Orazio Labbate, Lo ScuruTra le novità della collana di narrativa di Tunué, curata da Vanni Santoni, troviamo Lo Scuru di Orazio Labbate.

La fascetta promozionale con la frase di Antonio Moresco annuncia un tatuaggio con la faccia di Kafka sul petto dell'autore (vero!, ho controllato su internet) e la fiamma nella sua scrittura.

Poi ecco paragoni e scrittori fonte d'ispirazione, tra cui si annoverano Faulkner, McCarthy e Bufalino. Veniamo subito a questo: se proprio si vogliono trovare delle affinità, possiamo dire che di Kafka si rintraccia l'elemento grottesco, di McCarthy l'ambientazione simile a quella delle sconfinate praterie americane e di Faulkner e Bufalino gli esperimenti di linguaggio. Quest'ultimo è il punto che maggiormente cattura e affascina di fronte a un esordio letterario di indubbia potenza, e del cui autore va segnalata anche la giovane età (Labbate è nato nel 1985).

Impressionante, infatti, il lavoro sulla lingua (e, immagino, pure a livello di editing), tra immersioni dialettali e passaggi più comprensibili, anche se il tutto, almeno a mio giudizio, non è sempre di facile lettura. Tuttavia l'intuito compensa e avvia il processo interpretativo di singoli termini o di intere frasi. Semmai, nel contesto di simili peripezie linguistiche, è l'eccesso di intellettualismi a far scricchiolare leggermente l'armonia del romanzo (per esempio, frasi come «Amava la sua propensione all'alienazione incorporea»). Ma, nel complesso, e sull'onda dei vari Joyce, Döblin, Faulkner, Queneau, Burgess e lo stesso McCarthy di Suttree, l'impegno da veri scalpellini sul senso e sull'utilizzo della parola (anche nella sua accezione più sacra, perché no, se ci si rivolge agli Dei della letteratura) è da considerarsi audace e appassionato, e dunque da portare avanti.

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Orazio LabbateA un'occhiata più generale e ponendo attenzione alla struttura, il testo si mostra interessante sin dalle prime righe, quando, dopo il monito in epigrafe con la citazione di Burroughs circa le chiese e i preti, troviamo un cappello introduttivo in puro italiano, seguito da un nucleo centrale nel quale emerge e s'impone il dialetto siciliano, per poi ripassare la palla, in chiusura, alla stesso linguaggio usato in partenza.

Razziddu Buscemi, avvocato in pensione emigrato negli Stati Uniti, per l'esattezza a Milton, West Virginia, sta morendo. Sullo scenario dei Monti Appalachi, fra spaventapasseri e corvi, un rubinetto che perde da anni e «sotto la luce morta della luna», Razziddu rievoca i propri fantasmi, la famiglia matriarcale e un padre scomparso in mare mentre traghettava profughi africani, e poi Rosa, la moglie defunta ormai da tempo. Sono i luoghi dell'infanzia e della gioventù a essere ricordati, quelli della Sicilia meridionale dei pescatori (Butera, Gela, Falconara), dove, parafrasando l'autore, «le nuvole sono diverse», e anche dove il protagonista, ragazzino e chierichetto, racconta i preparativi per la settimana della Passione: processioni, statue del Cristo, corone di spine, crocefissi. E la minaccia della morte è l'occasione giusta per ricordare un passato fatto di visioni e sogni, superstizione e magia. Ecco dunque la dimensione più oscura del romanzo, quella propria di certe storie gotiche. La Sicilia arcaica di Labbate è una terra di mezzo nella quale si mischiano religione e magia, e nella quale convivono e si combattono l'uomo, la Chiesa e il Diavolo. Partorito fuori dal matrimonio, il piccolo Razziddu deve subire dalla nonna Concetta gli esorcismi fatti in casa per scacciare il maligno. Il fascino del libro sta anche in questo coacervo di stregonerie, sfilate verso il cimitero, riti magici, incantesimi e credenze popolari. Infine, non pochi i passaggi più evocativi e poetici («Viti rugginose colluttavano col grano che si sgrovigliava dalla trama macilenta della grammatica dell'estate»), che contribuiscono a fare di Lo Scuru di Orazio Labbate un libro dal notevole impatto stilistico. 

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