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Lo scrittore americano che ama Camilleri e Marco Vichi. Intervista ad A.J. FinnLa donna alla finestra (Mondadori, 2018 – traduzione di Stefano Bortolussi) è stato l'esordio strepitoso di A.J. Finn, pseudonimo dietro cui si cela Daniel Mallory, un trentottenne newyorchese appassionato di Patricia Highsmith, a cui ha dedicato la tesi di laurea, e dei film di Alfred Hitchcock. Editor di professione, Mallory ha preferito inviare il suo manoscritto all'editore utilizzando uno pseudonimo, anche se il grandissimo successo ottenuto dal romanzo, già tradotto e diffuso in numerosi paesi, l'ha portato a uscire quasi subito allo scoperto.

La storia è chiaramente ispirata alle atmosfere dei grandi film di Hitchcock, in particolare a La finestra sul cortile: come il fotografo interpretato da James Stewart, Anna Fox, la protagonista del romanzo, vive reclusa in casa, anche se non ha impedimenti fisici ma psichici, perché soffre di una forma di agorafobia, unita a unevidente depressione causata da un violento trauma subito mesi prima, di cui il lettore conoscerà a poco a poco tutti i dettagli.

Anna trascorre quindi le sue giornate aggirandosi per la casa, guardando e riguardando i vecchi film noir della sua enorme collezione di DVD, e bevendo in continuazione, per quanto sia consapevole che mescolare l'alcool agli psicofarmaci che deve assumere non sia la cosa migliore da fare. A parte le visite dello psichiatra e della fisioterapista che la seguono, i suoi unici contatti con l’esterno avvengono attraverso Internet,mentre tutto ciò che vede del mondo circostante è ciò che inquadra dalle finestre col potente teleobiettivo della sua macchina fotografica. È in questo modo che una sera è testimone di una scena angosciante: un omicidio che avviene nella casa di una delle famiglie di vicini che si divertiva a osservare.

 

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Ma chi è disposto a credere che ciò che Anna ha visto sia realmente accaduto, e non sia invece un prodotto della sua mente malata, devastata dal troppo alcool e dai farmaci?

La donna alla finestra è quindi un thriller molto classico, claustrofobico e confezionato su misura per gli amanti di una certa letteratura noir e di quella felice stagione hollywoodiana che ci ha regalato una serie di capolavori immortali, spesso ancora in bianco e nero.

Abbiamo fatto qualche domanda ad A.J. Finn in occasione del suo passaggio da Milano per la presentazione italiana del libro.

Lo scrittore americano che ama Camilleri e Marco Vichi. Intervista ad A.J. Finn

Visto che questo è il suo primo romanzo, com'è stato per lei calarsi nei panni di una donna, e trovare uno stile che fosse compatibile con un personaggio femminile?

Ho scelto una donna per due ragioni. La prima è che sapevo che in questo libro avrei esplorato alcuni problemi psicologici che sono in parte anche miei e non volevo che qualcuno confondesse me con il personaggio: mi è sembrato più saggio trovare un punto di vista diverso.

La seconda ragione, che è anche quella più importante, è che lavorando nell'editoria ho notato che neithriller c'è una tendenza per cui, in generale, i personaggi femminili hanno una certa ossessione nei confronti degli uomini. Devono sempre essere salvate da un uomo, preoccupate per quello che un personaggio maschile fa, e quindi non sono mai in prima linea. Questo per me non è per nulla realistico, perché nella realtà le donne sono quasi sempre migliori degli uomini.

Ho cercato quindi di scrivere il mio romanzo come antidoto a questa tendenza. Anna Fox non è certamente una donna perfetta, di sicuro suscita un pandemonio, ma non è certo la classica donzella spaventata, tanto che si salva da sola senza l'aiuto di nessuno.

 

Anna Fox è appassionata di vecchi film in bianco e nero. Qual è il suo rapporto con il cinema in generale, e in particolare con i vecchi film noir citati nel romanzo?

Da adolescente, la mia più grande passione era passare interi fine settimana in un cinema d'essai vicino a casa mia, guardando tutto ciò che avessero in programma. Nella maggior parte dei casi si trattava appunto di film classici o di maratone tipo "tutto Hitchcock". Ho amato in modo particolare il fatto che fossero film molto raffinati e senza tempo, che riaffermassero il valore per me importantissimo del restare un passo indietro, senza essere mai troppo espliciti e senza mostrare sempre tutto o troppo di una storia.

Mi ricordo che a diciassette anni avevo visto un film horror, Scream, in cui un personaggio veniva letteralmente fatto a pezzi e buttato in faccia agli spettatori. Nonero affatto spaventato, casomai disgustato da tutta quella carne a brandelli! La sera dopo, però, vidi per la prima volta Psycho, dove non c'è praticamente nessuna scena violenta, tutto è suggerito, e da lì ho iniziato ad amare Hitchcok e la sua scuola, cioè quei registi che hanno capito una cosa fondamentale: l'importanza di ciò che la mente umana può elaborare, e che può essere molto più oscuro della scena più violenta che si possa mostrare. Amo il loro stile e l'ansia che sanno generare nello spettatore, la capacità di coinvolgerci nella trama in un crescendo.

Lo scrittore americano che ama Camilleri e Marco Vichi. Intervista ad A.J. Finn

La struttura di questo libro è particolare, divisa in tanti capitoli, di cui alcuni anche molto brevi. È stato difficile scrivere il romanzo in questo modo?

Sì e no. Ho scritto il libro esattamente in questo modo. La mia principale fonte di ispirazione è stato Andrea Camilleri, nelle edizioni tradotte in inglese dei suoi libri i capitoli appaiono piuttosto brevi e a me leggendo sembrava di volare tra una pagina e l'altra.

Di sicuro l'ho fatto apposta per ricreare la tensione che il personaggio deve comunicare al lettore.

 

Un personaggio è più realistico se deve affrontare dei conflitti. Come mai per Anna Fox ha scelto di farla combattere con questi attacchi di panico da agorafobia e non con qualcosa d'altro?

Perché volevo colpire la mente e il cuore dei lettori più di quanto faccia di solito un thriller medio, inserendo un tema serio come la battaglia di Anna per la sua salute mentale. Meglio l'agorafobia della depressione, perché chi non è mai stato depresso non riesce a capire fino in fondo uno stato di depressione, mentre la sensazione di panico che può nascere dall'agorafobia può essere compresa di più. La metafora di essere intrappolati dentro una casa mi sembrava azzeccata per descrivere chi si sente intrappolato dentro il proprio cervello. Con questo libro volevo anche riuscire a dare un omaggio personale alle storie di Hitchcock, come La finestra sul cortile o Nodo alla gola.

 

Di solito lavorando in editoria ci si disamora un po' di questo mondo: come mai lei, pur conoscendolo a fondo, ha deciso lo stesso di scrivere un libro?

Ero felice del mio lavoro di redattore editoriale e non avevo nessuna intenzione di lasciarlo, almeno finché non ho avuto l'idea per questo romanzo. Mi ci sono voluti un paio di giorni per preparareun abbozzo del libro, e due anni per scriverlo, anche perché proprio lavorando nell'ambiente non volevo scrivere un libro fotocopia di altri. Amavo il mio lavoro, ma l'ho lasciato perché da quando scrivo mi manca il tempo per fare entrambe le cose, ed essendo diventato ricco con questo romanzo non ne ho più bisogno!

 

Nel romanzo si narra di questa donna che dalla sua finestra vede accadere qualcosa di brutto. Scriverebbe una storia in cui qualcuno assiste a qualcosa di bello?

In teoria sì, ma in generale, per ambientare un thriller, ci vuole una trama che si regga su un conflitto, e sulla sua risoluzione. Se accade qualcosa di bello e il personaggio è felice, non può istillare nel lettore il dubbio. Il personaggio può anche vedere qualcosa di bello, ma in questo caso la vista deve suscitare comunque in lui un bisogno, un contrasto.

Lo scrittore americano che ama Camilleri e Marco Vichi. Intervista ad A.J. Finn

Cosa le ha insegnato Patricia Highsmith?

Ho scritto su di lei la mia tesi di laurea a Oxford e l'ho scelta perché sono affascinato e anche sconvolto dalla sua abilità nello spingere il lettore a parteggiare per il cattivo. Il filone della detective story doveva essere, dal punto di vista morale, un incitamento al trionfo dei valori positivi. Prendete ad esempio Sherlock Holmes, oppure Agatha Christie: il bene trionfa. Al contrario, Highsmith obbliga quasi il lettore a seguire la strada dell'antieroe fino a parteggiare per lui. Credo non abbia influenzato il mio romanzo in modo significativo, se non per il lavoro sulla psicologia dei personaggi: come trama e narrazione lei è sempre molto più amorale di me.

 

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La donna alla finestrasi inserisce nel filone del thriller psicologico, che fino a oggi però ci ha parlato soprattutto di ragazze, come in L'amore bugiardo o La ragazza del treno. Quella di scegliere come protagonista una donna più matura è stata una scelta voluta?

Sì, certamente. Da parte degli autori maschili c'è una certa tendenza a sminuire le protagoniste femminili, va detto però che L'amore bugiardo è anche molto ironico. Sono stato attento a non chiamare mai "ragazza" la mia protagonista, e del resto ogni ragazza, una volta maggiorenne, dovrebbe essere considerata "donna".

 

Il fatto di lavorare nell'editoria e conoscere il successo che stanno avendo i thriller psicologici in questo momento ha influenzato la scelta di scrivere questo libro?

Nel 2012 con la pubblicazione di L'amore bugiardoil thriller psicologico ha acquisito un gran numero di lettori e io, da ex studente di letteratura, seguivo questo successo e pensavo che mi sarebbe piaciuto avere una bella storia da scrivere. Solo nel 2015 ho trovato la storia giusta e ho deciso che quella sarebbe stata la mia strada. In un momento in cui il mercato era inondato di prodotti di questo genere, la mia unica ambizione era quella di scrivere la parola fine alla mia storia.Non mi aspettavo certo che il mio esordio scalasse la classifica del NYT!

 

Cosa ne pensa dei progetti per la trasposizione cinematografica del libro?

Sono assolutamente entusiasta che ad agosto partano le riprese. C'è un produttore famoso, uno sceneggiatore che è un premio Pulitzer, il regista è quello che ha girato L'ora più buia e l'attrice principale è Amy Adams, per cui io sono qui a bocca aperta ad aspettare quello che succederà.

 

Qual è stata in generale la sua formazione da lettore e come ha influenzato il suo lavoro da editor?

Sono cresciuto in una casa piena di libri di mistero, che leggevano genitori e nonni, per cui li ho letti anch'io. I libri di questo genere m'intrigano moltissimo perché sono uno di quei lettori che non azzeccano mai la soluzione, così come non finisco mai le parole crociate.

Da adolescente ho scoperto, oltre a Patricia Highsmith, anche Ruth Rendell, amata da mia madre,  che mi ha traghettato dal genere della detective story alle storie più psicologiche. A Oxford poi ho scoperto gli anni d'oro del genere, le autrici degli anni Trenta e Quaranta.

Oggi mi piace leggere gli autori stranieri come Andrea Camilleri, Fred Vargas, Marco Vichi. Mi piacciono anche i thriller storici, ma amo sempre il thriller psicologico, sia inglese, sia americano.


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Per la prima foto, copyright: Andrew Neel.

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