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Lisbona, tra allegria e saudade. Intervista ad Alessio Romano

Lisbona, tra allegria e saudade. Intervista ad Alessio RomanoQuale segreto nasconde una città come Lisbona, così divisa tra il Mediterraneo e l’Oceano? Quale mistero ha affascinato così tanto uno scrittore come Tabucchi? E perché, ancora oggi, uno scrittore come Alessio Romano decide di dedicare un libro a Lisbona, alla sua cucina e alla sua cultura, con Amália Rodrigues e Pessoa in prima linea a fargli quasi da ciceroni?

Proprio di questo abbiamo voluto parlare con Alessio Romano, da poco in libreria con D’amore e baccalà, il suo omaggio sentito a Lisbona da poco pubblicato da EDT.

 

Cominciamo dalla domanda più scontata, ma spero mi perdonerà: perché ha scelto proprio Lisbona? Cosa rappresenta per lei?

Ho scelto Lisbona perché l’amavo e la conoscevo bene già da prima di andarci a vivere per un mese e scrivere. C’ero stato solo per brevi periodi guidato lì dal suo mito cinematografico e letterario (da Antonio Tabucchi a Wim Wenders) e soprattutto seguendo la bussola generazionale di bohémien e artisti di tutto il mondo che si sono trasferiti a vivere lì, come era capitato alla Berlino degli anni Novanta. Ora per me Lisbona rappresenta una seconda casa e un luogo dove divertimento e riflessione vanno di pari passo.

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Lisbona, come tutto il Portogallo, mi ha sempre dato l’idea di una città che guarda verso l’Oceano ma è radicata nel Mediterraneo. C’è qualcosa di vero in questa mia sensazione?

Assolutamente sì. Il Portogallo ricorda così tanto il nostro sud d’Italia più autentico e che sta scomparendo. Per modi, tradizioni, cucina, cultura e sensibilità culturale. Ma ha in più la sensazione da noi sconosciuta di trovarsi di fronte a un mare aperto: quello che per tanto tempo era considerato come la fine del mondo conosciuto e che poi è diventato la frontiera, teatro delle grandi avventure e scoperte geografiche. Il suo rapporto con l’acqua (come per Napoli o Genova) è segnato dalla verticalità. Quando guardi il mare dalla pianura ti perdi nel suo infinto orizzonte. Quando lo guardi dall’alto non puoi fare a meno di specchiarti e guardare anche dentro te stesso.

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Il libro si apre con un suo incontro molto particolare con Amália Rodrigues. A quasi venti anni dalla morte, cosa resta della sua eredità nella cultura portoghese?

Resta il ricordo di un mito che non è mai stato intaccato neanche dal suo rapporto ambiguo con la dittatura. Amália è il fado e il fado è una tradizione musicale sacra per tutti i Portoghesi. Quando in una tasca o in una casa do fado si spengono le luci, c’è il silenzio e il rispetto che c’è in una Chiesa durante una messa. Il fado è una religione laica e Amália è la sua principale divinità, ancora viva nel cuore di molti.

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Il suo viaggio a Lisbona prosegue anche in compagnia di Pessoa e Tabucchi… Com’è Lisbona vista attraverso i loro occhi?

C’è tutto il fascino del mistero e della poesia che questa straordinaria città concede in ogni suo angolo, via, salita, discesa, belvedere o locale notturno. Un luogo di apparizioni e di visioni, di tradizione e innovazione. Pessoa in realtà non era nato lì e la sua lingua madre era l’inglese. Tabucchi era italiano. Eppure entrambi hanno eletto questa città come sede della propria casa e come luogo preferito delle proprie narrazioni. Nei loro occhi c’è intatto tutto il senso di meraviglia che Lisbona regala a chi la visita per la prima volta.

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D’amore e baccalà è un misto di allegria e saudade. Dove affonda le sue radici la saudade portoghese?

Nello sguardo di una donna sul porto mentre aspetta il ritorno del proprio marito partito per il mare, nell’attesa di un marinaio sul punto di partire per un nuovo viaggio, nella cucina di una tasca dove le madri tramandando ricette alle loro figlie, tra le risate degli studenti universitari che corrono con le loro divise eleganti, tra la polvere delle librerie dei volumi dei grandi poeti, tra le rovine del Convento Do Carmo, una chiesa lasciata come era il giorno dopo il terribile terremoto del ‘700. È nostalgia del passato, ma anche del futuro. È essere felici della propria tristezza o tristi per la propria felicità.

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Dall’Italia, cosa le manca di più di Lisbona?

Banalmente ogni mattina non poter fare più colazione con un paio di pasteis de nata. E poi tantissimo mi mancano tutti gli amici. Ma anche i suoi passanti: quei vecchietti vestiti come negli anni Settanta che camminano lungo le sue salite tra lo sferragliare dei tram. Credo tornerò presto. E chissà che un giorno non decida di rimanerci a vivere.



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