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Librerie italiane – Intervista alla Libreria Trebisonda (Torino)

Libreria Trebisonda, TorinoSe è vero sono i quartieri a fare le città, un ruolo prominente nell'animare i quartieri lo hanno le librerie e i librai indipendenti. A Torino abbiamo già conosciuto l'esperienza della Libreria Therese e oggi presentiamo quella della Libreria TrebisondaLuogo simbolo del quartiere di San Salvario, un condensato di aperitivi trendy e multiculturalità, che vive di notte e "convive" di giorno, la Trebisonda ha proprio le caratteristiche della libreria dietro l'angolo, del corner bookshop americano. Uno spirito di comunità che coltiva nel quotidiano con le sue iniziative pubbliche (non solo presentazioni ma anche reading, corsi di scrittura e di avvicinamento alle lingue straniere, tra cui l'arabo e il persiano) e i consigli di lettura da librario vecchio stampo, quelli che sanno scovare le perle e sono sordi alla logica del best seller.

Ha risposto alle nostre domande (e suggerito buone letture) la proprietaria, Malvina Cagna.

 

Dall’ultima convention dell’American Bookseller Association è emerso come il 2013 sia stato un ottimo anno per le librerie indipendenti negli USA. Oltreoceano il 2014 si prospetta ancora più roseo per la categoria, anche grazie al declino registrato dalle librerie di catena. Quella del franchising del libro è una bolla destinata a sgonfiarsi anche in Italia quando i tempi saranno maturi?

Attingo a piene mani alle mie facoltà divinatorie e rispondo di sì, perché tutte le bolle prima o poi scoppiano o, almeno, si sgonfiano. Dopodiché, in Italia, rimarremo coi soliti problemi: si legge troppo poco; la cultura, e in particolare la piccola editoria e le piccole librerie, non sono minimamente sostenute, mentre all'estero il lavoro delle librerie indipendenti è riconosciuto. Autori come Fulvio Ervas (Marcos y Marcos), o Paolo Cognetti (minimum fax), o Fabio Geda (che pubblicò i primi titoli con Instar), arrivano dalla piccola editoria e, in primis, sono stati amati e consigliati dai piccoli librai. Uno dei libri più belli degli ultimi mesi,Mia moglie e io di Alessandro Garigliano, è pubblicato da una piccola casa editrice, LiberAria. Nell'ultimo anno ho molto amato e venduto We are family di Fabio Bartolomei (e/o) e La famiglia Karnowski di Israel J. Singer (Adelphi): si è creato un passaparola, e i clienti tornano a comprarli, per regalarli. Credo che ogni libraio possa raccontare storie del genere. Si tratta di piccoli passi, che messi insieme potrebbero costruire un lungo percorso di storie stupende, autentiche, che vale la pena di intraprendere. Libri da continuare a rileggere e da consigliare agli amici.

La grande catena viaggia su altri binari: casi editoriali che spesso si rivelano fregature o che durano una stagione. È enorme la mole di libri pubblicati e buttati sul mercato, come si fa a scegliere? È ben diverso entrare in un posto tranquillo, raccolto, con pochi bei libri messi bene in evidenza, in cui puoi perderti a curiosare e sfogliare, mentre silenziosamente qualcuno mette a posto i libri e su richiesta dà un consiglio a un altro lettore. E magari, seguendo quel consiglio non per te, scoprire qualcosa di nuovo, e di bello. Capita anche questo.

 

Dedicate ampio spazio alla sezione per l’infanzia. Dagli ultimi dati Nielsen questo è l'unico segmento letterario che registra una crescita nelle vendite (+0,3%) nel nostro Paese. Per salvaguardare le nuove generazioni bisogna prima far innamorare dei libri i genitori?

Anche i piccoli lettori possono – speriamo temporaneamente – disamorarsi della lettura, quando diventano adolescenti e dalla scuola e dai coetanei ricevono messaggi sconfortanti: leggere è noioso, chi legge è uno sfigato. I bambini sono naturalmente curiosi e attratti dalla bellezza, e i libri, anche se in casa non ce ne sono, li incuriosiscono assai. Non è impossibile che un bambino inizi a leggere anche se i genitori non leggono. Certo, è difficile. Ma ancora più difficile, tornando alla domanda, è iniziare a far scoprire la lettura agli adulti. La libreria è aperta spesso la sera. Dalle grandi vetrate si vede l'interno, se c'è un incontro le persone che passano, per andare a cena o all'orrido apericena, si fermano a guardare da fuori. A volte sento che dicono: “c'è la conferenza”, ed è come se dicessero “c'è la messa”. Anche se lo spazio è aperto, apertissimo sulla strada, non tutti entrano. Alcuni magari sono disinteressati, ma altri sono intimiditi. Al cinema, nelle fiction televisive, nelle pubblicità, quante volte vediamo un libro o un personaggio che legge? E quanto invece si vedevano, negli anni Trenta, Quaranta, Cinquanta, le sigarette fare da protagoniste nei film?

Recentemente ho visto un bel film, Locke. Lo sceneggiatore, che è anche il regista, ha deciso che il protagonista non ama i libri e il teatro. Ma, di fatto, quel film è una pièce teatrale, è un libro. Chi scrive per il cinema, per il teatro, per la televisione, per la pubblicità, di solito ha letto, legge molto. Possibile che rarissime volte vi sia condivisione di questo sapere con lo spettatore? Quando un autore che amo mi consiglia un altro autore, in un suo libro, l'apprezzo molto, lo considero un atto di generosità. Niente affatto noioso, tra l'altro.

In sintesi, serve che il libro entri a far parte della quotidianità. E servono maestri, e maestre, che sappiano far innamorare.

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Libreria Trebisonda, TorinoNell'ottica di rendersi più appetibili e incrementare il giro d'affari alcune librerie indipendenti stanno virando verso il "concept store". Il caffè letterario è ormai un classico, ma ora la libreria diventa anche cinema, emporio, fioraio, galleria d'arte... Voi concepite l’idea di abbinare altri prodotti alla vendita dei libri o siete dei “puristi”?

La Trebisonda è nata con l'idea di non vendere solo libri. In questo momento vendiamo articoli in canapa (borse, zaini, portafogli, portatabacco) e giocattoli in legno fatti a mano da un amico artista e artigiano, Alessandro Rivoir. Forse amplierei l'offerta di oggetti da regalo, sempre che siano particolari, unici, possibilmente autoprodotti. Trovo il caffè letterario un'idea piacevole, bella, ma difficile da realizzare per come lo intendo io. Sarebbe bello poter frequentare un posto un po' bohemien, polveroso, che ricordi una cave, non pastelloso o patinato come quelli che mi vengono in mente qui a Torino (che spesso finiscono per essere poi meta di aperitivisti piuttosto che di lettori). Qui da me comunque non avrebbe senso: sono circondata da caffè, bistrot, e chi più ne ha più ne metta. Non sono purista perché il libro è anche una merce. Una merce particolare, molto particolare, più simile a un medicamento, a un elisir: potrebbe essere un farmaco da banco.

 

Dal nome che avete scelto per la libreria è chiaro che credete nelle sue potenzialità come punto di riferimento. Quali sono invece i fari per un libraio indipendente? Cosa vi aiuta a non “perdere la trebisonda”?

I libri belli continuano a essere pubblicati, si tratta di scovarli. Nell'impossibilità di leggere tutto, anch'io ho i miei punti di riferimento: amiche, amici, conoscenti scrittrici e scrittori, lettori di ottimi gusti. Poi, sì, anche le recensioni, in particolare quelle di «Internazionale» e di «Alias». Editori e autori sono stelle polari. Di alcuni vale la pena di avere tutta la bibliografia o tutto il catalogo, perché non sbagliano un colpo.

Scopro bei libri anche attraverso le richieste di presentazione: chiedo sempre una copia da leggere, e se il libro mi piace la presentazione si fa. Devo dire che i sì sono nettamente superiori ai rifiuti.

Negli ultimi anni mi sono imbattuta in lavori molto belli di autori italiani; oltre a quelli citati sopra, penso a La resa di Fernando Coratelli (Gaffi), a Qui non crescono i fiori di Luca Giordano (Einaudi), a Smamma di Valentina Diana (Einaudi). Alcuni lettori però, negli anni, si sono disamorati degli autori italiani, e prediligono la narrativa straniera. Sono quelli che in passato si sono fidati della recensione, del passaggio televisivo, del premio letterario che era solo una marchetta.

 

San Salvario è una "zona calda" di Torino: in questi anni, come pensate di aver cambiato il quartiere e come, invece, il quartiere ha cambiato voi?

A metà anni Novanta, e fino a pochi anni fa, essere di San Salvario, abitarci, viverci, era uno stigma. Si narra di ragazzi di zone periferiche torinesi, vere suburre, tuttora impauriti all'idea di traslarsi a San Salvario, ma per lo più, ora, stare a San Salvario è molto bello. Dai turisti è paragonato a quartieri “alternativi” di città cosmopolite. Ci vivono e hanno le proprie attività qui artisti e artigiani geniali. Ci vivono, ed è quello che mi riguarda più da vicino, grandi autori e traduttori, insegnanti e maestre validissime.

Credo che la Trebisonda abbia contribuito ad arricchire un'offerta culturale già interessante.Durante il Salone del Libro Off 2014 San Salvario (che ho coordinato, quest'anno insieme a Enrico Gentina) è stato il quartiere con il maggior numero di iniziative, battendo anche il Centro. Guardando indietro, un piccolo seme è stato gettato, all'inizio del 2013, con GiraLibro a San Salvario, progetto in cui più di 200 libri donati da piccoli e medi editori italiani sono stati disseminati per una trentina di luoghi, anche locali notturni e di ristorazione, in prestito libero. Un'iniziativa servita anche a far familiarizzare i lettori con autori ed editori meno noti ma non per questo meno validi dal punto di vista della qualità. Anzi. Il riscontro c'è stato. Ho più richieste di titoli di alcune piccole e medie case editrici a scapito dei titoli delle grandi, che tanto le persone vanno a comprare dove sanno di avere degli sconti altissimi (ma non c'era una legge Levi che proibiva sconti superiori al 15% fuori campagna?).

In generale, credo che la Trebisonda, come un porto, sappia comunicare (anche attraverso il sito e i social network, certo) un'idea di apertura e di curiosità. Vuol dire che in questi anni, grazie al rapporto di fiducia con case editrici come La Nuova Frontiera, Del Vecchio e Ponte33 sono arrivati a Torino autori come Deborah Willis, Alberto Fuguet, Lina Meruane, Moussa Konatè, Mohammadi Mohammad-Hossein. Oltre a tanti autori e autrici non torinesi che hanno tenuto qui la loro unica presentazione, come, ultimamente, Giorgio Fontana (il suo Morte di un uomo felice, Sellerio, è l'ultimo consiglio di lettura che do).

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