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Libertà di perdersi, come un addio. “L'ora del mondo” di Matteo Meschiari

Libertà di perdersi, come un addio. “L'ora del mondo” di Matteo MeschiariSe esiste l'ultima Thule, la terra estrema perché irraggiungibile oppure perduta, probabilmente Matteo Meschiari sa dove si trova. L'ora del mondo, il suo nuovo libro, uscito per Hacca Edizioni è, più che una precisa bussola o un infallibile GPS, il sensibile e incerto bastone del rabdomante, che ci guida alla ricerca di ciò che noi, e la terra su cui camminiamo, fummo, e rischiamo di non essere mai più.

Meschiari è antropologo, ma è anche uno scrittore; anzi, è soprattutto un poeta: mestieri di cui, si voglia o no, quasi ogni materia accademica è impastata, soprattutto se questa riguarda il passato e ne sono scomparse le tracce. È poesia il De rerum natura di Lucrezio, quando narra il farsi e disfarsi continuo della sostanza, alieno all'intervento degli dèi, che pure esistono. E se allora il poeta incitava a sbarazzarsi della superstizione e delle paure che il potere celeste incuteva, turbando la pace dell'uomo, oggi è il mondo di sotto la minaccia, è l'uomo stesso il simbolo dell'annientamento del mondo: «Siamo qui per perdere tutto, prima o poi», esordisce uno dei personaggi, facendoci lasciare quasi ogni speranza mentre iniziamo ad addentrarci nella selva (non troppo oscura) di queste pagine e dei luoghi che contengono.

 

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Si chiama Libera la protagonista de L'ora del mondo; ha dieci annied è una bambina eterna, inossidabile, gettata via dalla madre subito dopo la nascita, perché imperfetta.Libera è nata senza una mano, eppure sarà lei a reggere, senza esitazioni per tutto il racconto e fin dalla notte dei tempi e poi oltre, il bastone del rabdomante, mentre percorre un tracciato di pietre ancestrali, di sparizioni, di ricerca dell'anello mancante. L'ora del mondo è un po' fabula medievale, un po' poema in prosa, un po' graphic novel senza disegni, perché Libera non può e non sa scrivere né disegnare, e quindi il suo è un cunto scritto con la bocca, con la saggezza antica di chi sa come porre alla natura le domande per ottenere le risposte giuste, pur non conoscendo nulla. Libera attraversa le epoche perché è dotata dell'unica virtù che, coltivata col giusto grado di esposizione al sole della vita, ci può salvare: la frugalità. Non sappiamo dove abbia imparato a definirla, ma è una definizione che dovremmo far nostra con urgenza: «Ognuno per vivere deve rubare un po' di vita agli altri. Una rete di legami. Dare e ricevere. Dare e ricevere cura. Forza vitale». Prenderci, da ciò e chi ci circonda, solo il necessario, perché in realtà nessuno possiede nulla; di certo non possiede la propria esistenza né governa quella degli altri: siamo solo passatori, siamo tanti Tönle Bintarn che trasportano qualcosa di proibito oltre il confine.

Libertà di perdersi, come un addio. “L'ora del mondo” di Matteo Meschiari

I capitoli del romanzo hanno titoli da Commedia dantesca, e puntellano il viaggio infinito e pertinace di Libera lungo le gibbosità dell'Appennino, tra Emilia Romagna e Toscana, alla ricerca del Mezzo Patriarca Perduto, che forse si è smarrito in pianura, mescolandosi agli umani. Per far perdere le proprie tracce avrà avuto i suoi buoni motivi, e non è detto che voglia essere ritrovato. Eppure la sua assenza rischia di sconvolgere le Terre Soprane, mentre abbiamo la certezza che il mondo di sotto, con tutte le sue miserie, sia già al collasso. Ogni passo di Libera, sulle sue gambette magre, gli occhi viola sfolgoranti e i capelli di un rosso selvaggio più del suo cuore, è destinato a cancellare gli opposti: l'amore e l'odio, il sotto e il sopra, il dentro il fuori, la sinistra e la destra. Sembra favola, ma è un libro fortemente politico. A Libera possiamo cambiare il nome, e darle quello della nostra coscienza, dell'impegno che ci mantiene in piedi, del silenzioso stratagemma con cui ci prendiamo cura del mondo quando è controproducente fare rumore. È il nostro agire impercettibile come un fremito di felce, lo strusciare di una coda di lince, il respiro della chioma di un tasso, l'appallottolarsi di una nuvola, l'ovatta della nebbia che smussa gli spigoli di una cengia. La necessità che diventa virtù e sopravvivenza. Oppure possiamo chiamarla «signorina anarchia»; o Libera come «la libertà di perdersi, come un addio». Io l'ho chiamata Tau, l'inizio di ogni scoperta, la 19ª lettera dell'alfabeto greco e la “t” di quello latino, “t” di traduzione, “t” di terra. La lettera della frugalità francescana e del suo modo   rivoluzionario e folle di comunicare con ogni essere vivente. Libera traduce, trasporta un messaggio tra il mondo di sopra e quello di sotto. Lo fa assumendone il rischio, la responsabilità. Ma anche la forza, l'energia. Starà in un manicomio, si affaccerà agli inferi, vedrà la cuspide del mondo e la sua neve: «Finché c'è vita c'è felicità. E decise di stare molto attenta ma di lasciarsi indietro la paura. Se deve succedere succede. Se è finita è finita. E quello che succede adesso è che le Terre Soprane sono l'angolo più bello del mondo e camminarci dentro è un dono degli Dei anche se gli Dei vorrebbero staccarti le dita dei piedi e divorarli come una cotoletta alla pizzaiola. Ma sei viva. E finché sei viva sei viva. Allora vai».

 

Libertà di perdersi, come un addio. “L'ora del mondo” di Matteo Meschiari

Così va, Libera, alla ricerca del Mezzo Patriarca perduto in un territorio scandito con precisione dai nomi di ogni lago, ogni vetta, ogni granaio, ogni rudere abbandonato, ogni rupe, ogni sentiero, ogni falda, gola, pendio. Posti che, mentre si legge, si vuole localizzare su una mappa dei nostri giorni, vedere se esistono, cercare le foto, ricordare se possiamo essere passati lì accanto e non avere visto. L'accumulazione di toponimi, l'aggettivazione abbondante ma mai ridondante, la precisione poetica delle descrizioni morfologiche della terra rendono L'ora del mondo e la sua prosa un atto di difesa di ciò che esiste, che esiste ancora proprio perché se ne può scrivere, e solo attraverso la parola scritta esisterà per sempre. È anche un libro di atmosfere, di paesaggi che invitano a infilarcisi dentro e a trovare lì l'alternativa ai dolori, alle brutture che l'asfalto produce. È un libro di anime, di brume, umidità, riti e misteri; potrebbe essere una leggenda celtica; potrebbe essere la versione appenninica del mistero galiziano della Santa Compaña o una romantica lirica stregata di Gustavo Adolfo Bécquer.Non può essere un caso che Matteo Meschiari abbia raccolto in versi l'oralità di una storia di nascita e morte del nostro pianeta,  in un poema epico intitolato Finisterre. Con L'ora del mondo il poeta, il cantore, attraversa le epoche, le soglie e le colonne d'Ercole esattamente come Libera, la sua interprete, il fuso che fila i destini e intesse il futuro.

 

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Se avete amato la trilogia e la filosofia umana e ultraterrena di Nane Oche di Giuliano Scabia, non potrete non intenervirvi e al tempo stesso fremere per i dialoghi tra Libera e l'Uomo-Somaro, in questo libro: indagare l'universo in cui queste creature si muovono significa vedere l'abisso su cui l'uomo si sporge e capire che sono mani, moncherini e zampe, senza distinzioni, a doversi stringere forte, per non precipitare in quel «perdere tutto» con cui il libro si apre.

Infine, troverete molto di García Lorca, il poeta terragno della simbologia potentemente legata alle manifestazioni della natura, tra le pagine de L'ora del mondo di Matteo Meschiari:«Ogni cosa ha il suo mistero, e la poesia sta in ogni cosa»; «Verde che ti voglio verde./Verde vento. Verdi rami» diceva e scriveva Federico. Sulle pendici del Lanjarón come sul Cimone.


Per la prima foto, copyright: niko photos su Unsplash.

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