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Liberarsi dalla schiavitù del possesso. “Fame” di Knut Hamsun

Liberarsi dalla schiavitù del possesso. “Fame” di Knut HamsunFame di Knut Hamsun (in norvegese Sult) fu pubblicato nel 1890 e diede al suo autore fama internazionale. Fu tradotto in quarantasette lingue e in Italia apparve nel 1921, nella traduzione di Federigo Verdinois per l’editore Giannini di Milano, poi ripubblicato più di recente da Adelphi (traduzione di E. Pocar) e dalle Edizioni Clandestine (traduzione di C. Kolbe).

Knut Pedersen (vero nome di Knut Hamsun) nasce nel 1859 a Lom-Gudbrandsdalen, nel sud della Norvegia, ma trascorre la sua infanzia e la sua adolescenza a Hammarøy nella provincia del Nordland, al largo delle Isole Lofoten e al di là del Circolo polare artico, una patria da lui sempre amata e che sarà lo sfondo di tutta la sua opera. A nove anni viene affidato a uno zio puritano, predicatore, cultore della teologia moralizzante e proprio per sfuggire alla rudezza e alla brutalità di questo predicatore evangelico che picchia per il bene di Dio nel giovane Hamsun nasce il desiderio di “vagabondare”, di sperimentare la vita in tutte le sue forme.

Nel 1876 scrive la sua prima opera, Misteri, che gli dà una certa fama “locale”, e nel 1879 Frida che però gli editori rifiutano Nel 1882, a ventitré anni, parte per l’America dove la vita sarà assai più difficile che in Norvegia e dove Hamsun sarà di volta in volta guardiano di porci, impiegato di commercio, aiuto muratore e commerciante di legname. Dopo un breve ritorno in Norvegia, ritorna in America e vive a Chicago dove fa il bigliettaio di tram. Questo secondo soggiorno americano durerà pochi anni e, definitivamente deluso, rientra in Norvegia. Da lì si trasferisce in Danimarca a Copenaghen, in una squallida mansarda nella povertà assoluta a combattere con la fame. In questa mansarda egli però scrive un romanzo la cui bozza presenta a Edvard Brandes, fratello di Georg Brandes, amico danese ed ebreo di Nietzsche. Georg Brandes fa uscire questo abbozzo anonimamente nella rivista «Ny Jord» («Terra Nuova») e il pubblico si entusiasma, i giornali reclamano testi di questo autore sconosciuto e così affascinante. A ventinove anni Hamsun ha finalmente sconfitto la fame.

«A quel tempo ero affamato e andavo in giro per Christiania, quella strana città che nessuno lascia senza portarne i segni...»

 

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Liberarsi dalla schiavitù del possesso. “Fame” di Knut Hamsun

Così comincia Fame, il cui protagonista vaga per Christiania (l'attuale Oslo) assediato dalla fame con cui lotterà durante tutto il corso della narrazione, una fame non solo fisica ma mentale che lo porterà vicino alla follia in continua lotta contro la società nella speranza di ritrovare l'affermazione personale e una connessione pura con la natura. Ed è proprio quando si immerge nella bellezza della natura che il dolore fisico prodotto dai crampi quasi scompare. La natura infatti si fonde con i sentimenti del protagonista, diventando essa stessa non un fatto estraneo alla vicenda, ma un’identificazione dell'animo umano. L'individuo in Hamsun è una persona in costante lotta, lacerato e angosciato, in cerca di un posto nella società e allo stesso tempo desideroso di fuggire da essa. Una società che ti accetta per annientarti, per inglobarti in meccanismi fasulli. E sono proprio gli ideali e i sogni del protagonista di Fame che vengono messi alla prova, distrutti, disprezzati, incompresi.

«I tanti rifiuti, le promesse dette a mezza voce, i tanti «no», le speranze illusorie di cui m'ero per tanto tempo nutrito, i nuovi tentativi, che ogni volta si dimostravano vani, avevano fiaccato il mio coraggio».

 

Il protagonista dunque si isola, non accetta compromessi e finisce per fare pazzie pur di non perdere stima di se stesso. La scrittura è l'unica cosa che ama, l'unica che lo fa sentire vivo e che lo avvicina alla natura, ma il dover trovare del cibo per sopravvivere rende la scrittura ansiosa, macchinosa e porta ogni suo tentativo al fallimento. In questa storia non c'è un viaggio, ma un eterno vagabondare tra i meandri della psiche, tra pensieri fugaci e sentimenti contrastanti, tra gli effetti terribili della fame e del senso di sconfitta. Egli è un uomo affamato, ma affamato sul serio, che non mangia da giorni ed è costretto a mettere sotto i denti trucioli di legno raccattati in una falegnameria. La fame mette alla prova la sua lucidità e allo stesso tempo svela di colpo quanto sia misera la vita. Questo processo di svelamento non riguarda soltanto ciò che lo circonda, ma anche, e forse soprattutto, se stesso. Egli scopre tutta la propria pochezza.

«Non avevo dolori, la mia fame li aveva attutiti; sentivo invece un vuoto piacevole, puro dal contatto di tutto ciò che mi circondava, ed ero felice di essere invisibile a tutti. Misi le gambe sulla panchina e con le spalle mi appoggiai, così potevo sentire meglio tutta la voluttà dell'isolamento. Non una nuvola nell'anima mia, né un senso di fastidio, non un desiderio o una voglia. Ero con gli occhi aperti in una condizione di completo distacco da me stesso, mi sentivo deliziosamente solo e lontano».

Liberarsi dalla schiavitù del possesso. “Fame” di Knut Hamsun

Lacerato e abbattuto dalle troppe promesse ricevute e dalle troppe speranze, deluso dalla sua incapacità di integrarsi in altri ambiti lavorativi, il narratore è un io che cerca conferme e un netto e irrefutabile riconoscimento del proprio ruolo da parte del sistema. Sembra quasi godere nello scavarsi dentro, sprofondando in se stesso, torturandosi, esasperato da un progressivo massacro del proprio equilibrio e della propria salute. Nel suo procedere disordinato e schizofrenico affastella azioni e considerazioni incessanti, in un continuo e solipsistico dialogo con se stesso. Impegna o vende tutto ciò che ha: si è liberato del panciotto, cercherà di liberarsi perfino dei bottoni e d'una vecchia coperta. L'io si sta liberando dalla schiavitù del possesso delle cose: egli ha soltanto se stesso, la sua fantasia e la sua creatività. In Fame possiamo ravvisare tutte le caratteristiche del romanzo psicologico che si affermò in Europa tra la fine dell’Ottocento e il Novecento: la narrazione in prima persona, il flusso di coscienza, la frantumazione psichica del protagonista, ma anche il senso di ribellione nei confronti della società che impone delle etichette. Il protagonista di Fame è un ribelle che si autoesclude dalla società che a sua volta lo esclude, è un antieroe solitario, un bohémien a tutti gli effetti.

 

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Vincitore del Premio Nobel nel 1920, Knut Hamsun è stato lasciato precipitare nell’oblio a causa delle sue simpatie per il Nazismo. Egli aveva addirittura donato a Goebbels la medaglia ottenuta al conferimento del Nobel. Eppure, malgrado ciò, Hamsun resta uno dei più grandi scrittori a cavallo tra Otto e Novecento, il cui stile ha influenzato molti scrittori successivi. Isaac Singer lo definì il «padre» della letteratura moderna proprio perché fu in grado di anticipare tutto: dalle terrificanti assurdità di Kafka all’esistenzialismo, fino ad arrivare alle esplorazioni autobiografiche di Bukowski e John Fante. Arturo Bandini, il protagonista di alcuni dei libri di Fante, viene da qui. Ed infatti è lo stesso Fante ad aver reso esplicito omaggio ad Hamsun, uno fra i suoi autori preferiti, nel Prologo di Sogni di Bunker Hill: «[..] aprii una valigia e tirai fuori una copia di Fame di Knut Hamsun. Era un oggetto conservato gelosamente, sempre con me dal giorno che lo avevo rubato alla biblioteca di Boulder. Lo avevo letto tante di quelle volte, che potevo recitarlo […] Mi sedetti davanti alla macchina da scrivere e mi soffiai sulle dita. Per favore, Dio, non abbandonarmi, per favore, Knut Hamsun, non abbandonarmi».


Per la prima foto, copyright: Max Böhme su Unsplash.

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