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“Lezioni di tenebra” di Enrico Pandiani

Lezioni di tenebra di Enrico Pandiani«Lui stesso […] non avrebbe capito molto bene come si era incatenata la serie di sottili ma irrevocabili casi che lo portarono fino a quel punto». Questa citazione tratta da Cent’anni di solitudine, valsa il premio Nobel a Gabriel Garcìa Màrquez, calza a pennello con l’inizio di quest’altro romanzo a dir poco mozzafiato. Non mi vengono altre parole per descrivere lo sgomento che deve aver provato il commissario Mordenti quando, dopo aver accusato un improvviso quanto inspiegabile malore al ristorante, si trova faccia a faccia, una volta rincasato, con un misterioso e spietato serial killer, che prima lo immobilizza, legandolo come un salame, poi gli uccide la fidanzata a revolverate e, infine, sparisce nel nulla.

È solo il primo di una lunghissima serie di omicidi e delitti vari, quali stupri, minacce e furti di inestimabili opere d’arte, compiuti dallo spietato serial killer: una donna, che pare ostentare una perversa passione per un particolare tipo di erotismo estremo e una spietatezza da vera psicopatica. Tali delitti sono collegati a un losco traffico, che porterà Mordenti e parte della sua squadra da Parigi – sfondo abituale delle vicende di questi personaggi – a Torino, dove la storia terminerà in un sorprendente epilogo.

Spesso viene spontaneo trattenere il respiro durante la lettura di questo raffinato noir, tanto è incalzante il ritmo narrativo e tale è la velocità con cui si susseguono i colpi di scena. Solo un osservatore poco attento può però confondere questo romanzo con un banale poliziesco all’americana, ricco di armi efficaci e potentissime, sangue, cadaveri e donne bellissime. Perché se è vero che in alcuni punti pare quasi di sentire gli spari e di vedere il sangue scorrere a fiumi – così come, dopo alcuni rocamboleschi inseguimenti, ci si aspetta quasi di sentire Mordenti dire: «Il mio nome è Bond, James Bond» – è altrettanto vero che la figura del commissario, con il suo animo sensibile e la sua indole eroica, ma a volte un po’ pasticciona, è ben lontana dai cliché proposti dalla letteratura e dal cinema angloamericani.

La personalità del commissario è permeata da un eroismo che si stempera nell’autoironia, che fa dire a Mordenti, per esempio, dopo aver dato una sonora capocciata: «Ho visto tutte le stelle del firmamento, anche la cometa che non passava da almeno 150 anni». Ma le vere caratteristiche che permettono di distinguere il parigino di origine italiana dai patinati eroi dei polizieschi del grande schermo sono la sensibilità e la vulnerabilità, a ricordarci che Mordenti, più che un impeccabile eroe, è un essere umano. Un essere umano con le sue debolezze, che a volte prendono il sopravvento sui rigidi schemi imposti dalla società e dal suo dovere di poliziotto. Un essere umano con le sue emozioni, che a volte lo fanno agire d’impulso e seguire, più che il ragionamento, la voce del cuore. Perché a volte, attraverso gli occhi e la mente, paura e odio convertono la solidarietà in pregiudizio, e solo attraverso il cuore si potrà arrivare alla verità. A costo di pagar care le decisioni impulsive, infatti, Mordenti sceglie di arrivare alla verità attraverso la via più difficile, per non lasciare nulla di intentato, perché è così che lo guida la sua coscienza.

Il finale è lieve, doveroso dopo tanta tensione, ma non scontato. Anzi, una vera sorpresa. Da non perdere.

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