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Letteratura serba in mano croata. Intervista alla traduttrice Anita Vuco

Letteratura serba in mano croata. Intervista alla traduttrice Anita VucoFrattura tra Oriente e Occidente e fra due generazioni che rifiutano di comunicare, tra Corfù e la Serbia alla viglia della guerra del Kosovo: sono questi i due fili conduttori del romanzo finalista del premio NIN, il più prestigioso premio letterario serbo, e insignito del Premio dell'Unione Europea per la letteratura del 2017, La frattura di Darko Tuševljaković (Voland). Ne parliamo con Anita Vuco, la voce italiana del giovane autore serbo. Se posso usare un'espressione fuori contesto, Anita è una traduttrice double face, o persino triple face, perché usa tre combinazioni linguistiche: da croata di nascita traduce autori serbi in italiano e autori italiani in serbo.

 

Cara Anita, com'è nata la scelta di tradurre questo romanzo?

La frattura (titolo originale Jaz, Arhipelag, Belgrado 2016), l'ho letto su consiglio di un amico dei cui gusti letterari mi fido, eppure non è stato amore a prima vista; è un libro molto diverso da quelli che avrei definito miei. Mi ci è voluto del tempo per riconoscere la genialità del giovane autore, traduttore editoriale dall'inglese, nonché revisore e correttore di fumetti di professione. Il fatto che il suo romanzo fosse nella rosa dei candidati per il più prestigioso premio letterario serbo NIN e che avesse vinto il Premio Europeo per la Letteratura 2017 sono quel genere di freddi dati statistici che non mi dicevano nulla della sua sensibilità e dell'abilità con cui ha costruito la storia, ed erano ancora insufficienti per farmi desiderare di tradurlo. Solo a libro ormai letto e chiuso mi sono trovata a dover riconoscere che era riuscito a smantellare quell'aspettativa creatasi persino dentro di me – io che mi sento tanto una paladina della lotta contro i pregiudizi –, riguardo a ciò che sulle pagine di un autore serbo davo per scontato di dover trovare. Lui, invece, non è caduto nella tentazione che negli ultimi decenni il documentario e l'autobiografico comportano, ha saputo evitarli e trattare gli eventi bellici degli anni Novanta come una cornice all'interno della quale si giocano le relazioni, accadono i drammi individuali: la crescita umana e personale di alcuni dei protagonisti, le vicende di coppia, la sessualità, la ricerca della felicità, il difficile rapporto padre-figlio, un crescente senso di disorientamento, di precarietà e di insicurezza sociale, l'amarezza della sconfitta dei valori umani di intere generazioni. E l'elenco non finisce qui, sono pressappoco infinite le questioni che questo relativamente breve romanzo solleva, sviluppandosi come una storia piuttosto lineare, o se preferiamo due storie principali – la prima raccontata dal punto di vista del genitore, immersa in un'atmosfera di essenzialità razionale che si addice al carattere burbero del personaggio, e la seconda, come in un gioco degli specchi, restituitaci dall'ottica del figlio dove il fantastico prende il sopravvento e in cui man mano si incastrano altre testimonianze più piccole, dove a battute apparentemente ingenue è affidato il compito di lasciar intuire quel turbinio di sentimenti che nella vita reale, fuori dalle pagine di un libro, facilmente seppellisce le persone. Da traduttrice ho davvero apprezzato quel grado di forza e di autorevolezza con cui Tuševljaković si è mosso, senza caduta di tono o sbavature. Per quanto io prediliga i testi realistici, mi sono dovuta ricredere sulle possibilità che il fantastico offre, innescando l'effetto di angoscia, ossia quel timore che (anche se dovuto alle esperienze di base diverse) l'uomo moderno conosce fin troppo bene, quella sensazione di sospensione tra realtà e sogno, in cui pur facendo del suo meglio non riesce a migliorare la propria posizione in maniera significativa – a meno che non ritrovi in se stesso la capacità di lasciarsi aiutare dall'esterno. Un semplice fidarsi degli altri: lasciarsi aiutare e, laddove ce ne sia bisogno, rendersi utile a sua volta. In altre parole, se leggo, e di conseguenza traduco, sempre e solo testi in cui posso facilmente identificarmi con i personaggi o magari con le situazioni che vivono, vuol dire che mi sono privata di una delle esperienze importanti che la letteratura offre: l'incontro con l'altro, con il diverso da me. Una delle mie sfide più grandi è proprio quella di far conoscere la varietà di voci che operano in quella lingua.

 

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Ci interesserebbe sapere che cosa pensa dell'attività di traduttore editoriale.

Spesso si sente dire che occuparsi di traduzione sia un lavoro come un altro, e non posso essere d'accordo con questo. A cominciare dal fatto che trovo inappropriato il verbo “occuparsi” quando si parla di letteratura, sia che si tratti di un testo proprio o della traduzione di altri autori, visto che condivido il pensiero secondo cui siamo immersi in essa fin dalla nascita. Al costo di risultare noiosa, non mi stanco mai di citare Danilo Kiš, ossessionato dall'idea che non esiste una netta separazione tra letteratura e vita, tanto che, esprimendosi a proposito del loro compenetrarsi tralascia volutamente la congiunzione, la quale altrimenti, a suo avviso, «separerebbe in maniera forzata ciò che è indivisibile». Un foglio trovato tra i suoi manoscritti su cui, in forma di frontespizio, a macchina era stato scritto: Danilo Kiš, LIFE, LITERATURE, in seguito funge da titolo a una raccolta postuma curata da Mirjana Miočinović –Život, literatura [Vita, letteratura], Sarajevo 1990 – che unisce diversi saggi, interviste e manoscritti su questo argomento nati tra il 1983 e il 1989. Parafrasando una citazione del premio Nobel Imre Kertész – «La mia morale è vivere e scrivere lo stesso romanzo» –, potrei dire: «La mia morale è vivere e tradurre lo stesso romanzo».

Letteratura serba in mano croata. Intervista alla traduttrice Anita Vuco

Dalle sue parole traspare una passione sincera; è sufficiente?

Certo, per quanto l'entusiasmo rivesta un'importanza estrema per svolgere una qualsiasi professione creativa e culturale, di per sé non è sufficiente. A scanso di equivoci, il lavoro intellettuale è durissimo e non deve essere considerato un passatempo. La professionalità richiede impegno, mezzi e un continuo aggiornamento. Non è concepibile che uno si alzi la mattina, e perché conosce due o più lingue, apra un libro e lo traduca. Quale libro e per chi? Per arrivare all'editore giusto occorre avere un'ampia conoscenza di tutto quello che si produce in quell'altra lingua, in modo da poter associare il testo prescelto a chi effettivamente sarà in grado di offrirgli tra le migliaia di titoli pubblicati in Italia ogni anno una nuova vita. Parlo ovviamente dal punto di vista di chi, come me, traduce da una lingua considerata “minore”. E trovare quella formula espressiva che fa davvero la differenza e fa sì che la tua proposta di traduzione venga accolta, non è un compito facile. È un lavoro prima del lavoro stesso. Richiede determinazione, pazienza, preparazione, supporto economico. Non si realizza nulla senza il denaro, figuriamoci se si possono fare delle traduzioni di qualità. In una bella intervista dal titolo La traduzione letteraria è una questione di pratica, non di teoria, Vladimir D. Janković – vicepresidente dell'Associazione dei traduttori editoriali della Serbia, saggista, poeta e traduttore editoriale dal francese e dall'inglese, con circa duecentocinquanta titoli tradotti, di cui più di cento romanzi – sostiene che l'arte non ama la pressione, anche se talvolta è proprio quando si trova sotto pressione che produce dei capolavori. È quasi impossibile dare il massimo in un ambiente frenetico, con poco tempo a disposizione e senza soldi. «Sono i periodi di quiete a favorire e promuovere l'arte. Sarebbe una grossa illusione credere che la creatività abbia bisogno del caos. Quest'ultimo di certo la precede, ma una volta iniziata la creazione, il caos dovrebbe rimanere dietro di noi. Che esso, in quanto tale, rappresenti il terreno fertile, rappresenta solo un approccio dall'esterno. Vista dall'interno, la questione cambia radicalmente: anche il traduttore letterario, come qualsiasi altro artista, avverte un bisogno quasi fisiologico di poter contare su una sorta di pace». Aggiungo che ogni tipo di lavoro dovrebbe garantire una vita dignitosa a chi lo svolge, traduttori letterari compresi.

 

Tradurre dal serbo ha anche una valenza politica, oltre che culturale?

Mi chiedo se mi sarei mai avvicinata alla traduzione, o forse alla letteratura in generale, se la Jugoslavia non si fosse disgregata, o se la sua dissoluzione non avesse portato ai conflitti armati, o se proprio in quel momento non mi fossi già trovata all'estero... Una domanda ne genera un'altra. La verità è che non lo so, e che a questo punto non fa nessuna differenza. Per quanto inutile possa sembrare agli occhi del mondo, la traduzione letteraria è una mia risposta alla guerra. L'unica di cui sono stata capace. È il meglio che io possa fare; non sono uno scultore, né un musicista. Uso le parole per esprimermi e le soppeso con cura. Sulle atrocità commesse il mondo è già stato informato, per rivivere quell'incubo basterebbe riguardare i titoli dei quotidiani di allora. Urlati, insopportabili. Avrei voluto che almeno per un attimo se ne stessero zitti, tutti quanti, e mi lasciassero piangere in pace. Ma questo non è avvenuto. Anche in seguito, la mia sopportazione nel sentirmi spiegare cosa è successo, chi è il colpevole, chi ha iniziato, chi ha caldeggiato il conflitto, chi è il più nazionalista, è sempre rimasta sull'orlo di una crisi di nervi tale da farmi pensare che avrei potuto sopprimere seduta stante chiunque mi rivolgesse l'ennesima domanda idiota. L'unico sollievo è arrivato, per quanto ogni volta di breve durata, dalla e nella letteratura. Dalle pagine di Danilo Kiš in particolare, che in Simon Mago, il racconto che apre Enciclopedia dei morti (Adelphi 1988, trad. di Lionello Costantini), scrive: «Bisogna riconoscere che era lui stesso a secondare tale confusione, perché a chiunque gli chiedesse innocentemente notizie sulla sua provenienza era solito rispondere con un ampio gesto della mano che includeva tanto l'abitato più vicino quanto una buona metà del lontano orizzonte.» E più avanti ancora, nelle parole che concludono il racconto È glorioso morire per la patria, contenuto nella stessa raccolta: «I vincitori scrivono la storia. Il popolo tesse la tradizione. Gli scrittori fantasticano. Certa è solo la morte». Riassumendo così in poche righe tutto ciò che avrei voluto dire di me stessa. Non una parola di più. Danilo Kiš è uno scrittore seriamente impegnato a trovare i mezzi espressivi adatti per trattare la morte con il massimo rispetto. Nella sua poetica sente il bisogno di rivestire i corpi umiliati, e non giustifica in alcun modo il loro brutale uso per produrre un effetto scioccante nel pubblico. «La posizione della vittima» – sostiene in un'intervista del 1985, Imenovati znači stvoriti[Denominare significa creare], contenuta nel libro Gorki talog iskustva [Il residuo amaro dell'esperienza] – «è una posizione di debolezza e di umiliazione, come se dovessimo mostrare in pubblico moncherini oppure cicatrici. Non nominarli significa conferire loro la dignità. L'esibizione delle cicatrici è ugualmente penosa sia per chi le mette in vista, sia per chi le osserva». E ancora prima, in una recensione del 1960, Hirošimo ljubavi moja[Hiroshima mon amour], inclusa in Varia [Varie], in cui critica la tecnica cinematografica di Alain Resnais per l'uso dei materiali d'archivio dei nazisti e degli alleati – la motivazione profonda che lo spinge a utilizzare i ricordi nei suoi libri si potrebbe definire esattamente antitetica in quanto Kiš non vuole aprire le tombe, ma erigere i cenotafi lì dove le tombe mancano – e arriva a scrivere che «tocca ai poeti richiudere le voragini e seminare i germogli di una quiete temporanea, ma sovrumana». Gli unici che anche oggi devono essere chiamati sul banco dei testimoni per far intendere quanto, nonostante tutto, i popoli balcanici siano in grado anche di amarsi. In questo senso la traduzione letteraria mi lascia uno spiraglio di speranza che grazie a testi di indubbio valore artistico io possa presentare quanto di meglio c'è in quelle terre, e diventa perciò una chiara opposizione ai nazionalismi. Non tradurrei mai un criminale, e nemmeno qualcuno che abbia anche solo simpatizzato con i responsabili delle uccisioni. Allo stesso tempo sono la prova vivente che l'odio a cui sembriamo propensi non è l'unica reazione possibile: di fatto sono una croata che traduce autori serbi. Se tutto questo non fa della traduzione letteraria una metafora del Bene possibile e non la rende un'occasione straordinaria per cercare di essere migliori, superando i meccanismi perversi innescati da una guerra fratricida, non so allora cosa lo straordinario sia. Potrei mai non essere così emotiva nel lavoro che faccio?

 

So che frequenta assiduamente gli incontri riservati ai traduttori in Serbia. Può parlarcene?

UKPS (Udruženje književnih prevodilaca Srbije), l'Associazione dei traduttori editoriali della Serbia, è un'organizzazione senza scopo di lucro, intenta a promuovere la traduzione letteraria, a rappresentare i traduttori letterari e proteggere i loro diritti, fondata nel 1951 da un gruppo di illustri traduttori attivi prima della Seconda guerra mondiale. Fin da allora l'Associazione organizza gli annuali Incontri internazionali belgradesi di traduttori editoriali (BEPS), favorendo il dialogo tra gli autori e i loro potenziali traduttori verso diverse lingue. Su loro invito nel 2012 sono tornata per la prima volta a Belgrado dopo una pausa lunga trent'anni, e anche questa è stata un'emozione indescrivibile. Da allora non perdo un incontro, una fiera, un'occasione qualsiasi per visitare la capitale serba e riabbracciare i colleghi la cui mera esistenza garantisce ogni volta una sensazione di rifugio e di casa ritrovata. L'identità non è una cosa scontata, ed è solo grazie a loro che ho potuto ricomporre la mia: un mosaico in continua costruzione. Anche a distanza il loro sostegno tacito diventa una fonte di forza indispensabile per affrontare le difficoltà concrete. La pubblicazione dei libri a cui tengo in una qualsiasi delle lingue del mondo diventa una mia vittoria personale, come se l'avessi tradotti io; la gioia in tal caso non è per niente minore.

       

Quali o meglio chi sono i suoi riferimenti?

Dovrei fare almeno una cinquantina di nomi che hanno avuto un forte impatto sul mio percepire l'importanza della traduzione letteraria, forse anche di più, e rischierei di essere ingiusta dal momento che sono tutti ugualmente importanti, straordinari. Perciò se parlo ora di Alain Cappon, è solo perché lo considero una perfetta metafora di ciò che la traduzione letteraria rappresenta. È l'uomo che – pur non avendo alcun legame di sangue con la mia terra, il che visto da fuori per qualcuno potrebbero essere una spiegazione logica di tanto smisurato amore – nel 1999 verso la fine del maggio, quando la Francia, considerata la pericolosità del viaggio essendo in atto l'operazione militare della NATO denominata “Angelo misericordioso” portata avanti per oltre due mesi, negava il visto ai propri cittadini per visitare la Serbia, attraversò la frontiera serbo-ungherese a piedi all'andata e, carico di libri che mostra in una fotografia in bianco e nero, anche al ritorno, perché non voleva mancare agli Incontri di quell'anno. Ciò che mi commuove particolarmente è sapere che la maggior parte di quei testi grazie al suo impegno e alla sua dedizione sono in seguito stati pubblicati in francese. E poi, quando si parla delle difficoltà che incontrano coloro che svolgono la nostra professione, il mio pensiero non può che abbracciare Ben Andoni, un albanese di Tirana con all'attivo diverse traduzioni di letteratura serba (tra cui anche del Jaz di Tuševljaković; Humnera, Albas 2019); il suo sforzo di voler continuare a vedere la bellezza e insegnare il dialogo lì dove i politici di entrambe le parti gli griderebbero in faccia quanto questo sia ridicolo e impensabile, credo non abbia bisogno di commenti. I traduttori editoriali sono anime delicate, occorre coltivarle. Da ragazzo, all'insaputa dei suoi familiari che altrimenti glielo avrebbero impedito perché sotto la dittatura di Enver Hoxha per una disobbedienza del genere si rischiava l'arresto, nella soffitta della propria casa Ben aveva assemblato una vecchia televisione, la cui antenna improvvisata arrivava a captare a malapena i nostri due programmi jugoslavi. Nel sentirmelo raccontare, capisco che quella meraviglia di scoprire il mondo attraverso una lingua all'epoca sconosciuta – sentire per la prima volta uno dei Notturni di Chopin con temi contrastanti al suo interno, imbattersi in dipinti di Goya o altri – ora, da adulto, la rivive a ogni pagina tradotta, e trova il senso solo nel condividerla con il maggior numero possibile di persone.

L'anno scorso l'Associazione dei traduttori editoriali di Serbia, di cui fino a quel momento potevano diventare membri solo i cittadini serbi, ha cambiato il proprio statuto conferendo a Ben Andoni, Alla Tatarenko (Ucraina) e alla sottoscritta il titolo di membro onorario perché, con il nostro operato, contribuiamo alla diffusione della letteratura serba nel mondo. Per me questa non è una semplice aggiunta al curriculum ma a costo di sembrare stucchevole un pezzo del mio cuore posto sotto la lente di ingrandimento, affinché tutti possano vederlo.

Letteratura serba in mano croata. Intervista alla traduttrice Anita Vuco

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È recente la pubblicazione della traduzione serba a sua cura del romanzo di Nadia Terranova, Gli anni al contrario, un grande successo che ha reso la giovane scrittrice italiana una delle voci più importanti della letteratura italiana contemporanea. Può accennare alle difficoltà che ha incontrato rendendolo in serbo?

Quest'anno ho vissuto anche l'esperienza inversa, che finora non avrei creduto possibile. Ci sono innumerevoli modi per raggiungere un luogo, ed è da un po' di tempo che cominciavo ad avvertire come insufficiente il semplice prendere l'aereo e spostarmi. Per questo ho tradotto in serbo Gli anni al contrario di Nadia Terranova in serbo (Godine obrnutim redosledom, Areté 2019), costringendomi così a dover affrontare altri fantasmi ancora: quelli legati all'uso di una lingua da me mai adoperata per la scrittura. Significava riprendere in mano la grammatica di una delle mie due lingue materne, e imparare ciò che negli ultimi trent'anni mi sono persa, in primo luogo imparare a distinguere ciò che è serbo da ciò che è croato. Per quanto, probabilmente, nel mio intimo continuerò a sentire a vita il loro profondo legame, questo non può né deve diventare una scusa per non conoscere a fondo le regole che invece deve padroneggiare bene chiunque al giorno d'oggi intenda scrivere o tradurre in Croazia e in Serbia.

Letteratura serba in mano croata. Intervista alla traduttrice Anita Vuco

La ringrazio per questa apertura, per la sua sincerità, e le lascio l'ultima parola.

Ci tengo a ringraziare l'intera redazione Voland. Come scrive anche Tuševljaković alla fine del suo libro, nessuna opera è fino in fondo l'impresa di un solo uomo, senza il contributo di ognuno/a di loro la sua pubblicazione in italiano non sarebbe stata la stessa, a partire dalla stupenda veste grafica che mi fa sorridere ogni giorno. Sapendo che a cura di Daniela di Sora fra poco uscirà di stampa anche Mi različiti[Noi diversi] di Veselin Marković, non fa altro che moltiplicare questa gioia.


Per la prima foto, copyright di Zhanna Stankovych.

Per la terza e quarta foto, copyright di Ksenija Vlatković.

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