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Letteratura popolare o letteratura tradizionale? Il caso del Romanceiro pan-ispanico

a garden full of books, pic by Janaina C. FalkiewiczCosa si intende per letteratura popolare? E per letteratura tradizionale? C’è in genere poca chiarezza attorno a questi due termini che sembrano confondersi e confondere. Letteratura popolare, cioè la letteratura del popolo, sembra portare con sé un’accezione che rimanda all’antico termine di plebe, classe subalterna dominata da un’élite; letteratura tradizionale, invece, si lega strettamente con il concetto di tradizione. Eppure la questione non è così semplice da sciogliere; in realtà quando diciamo “popolare”, intendiamo non solo l’insieme delle persone escluse dall’esercizio del potere, ma qualcosa di più inclusivo e generico che comprende anche le classi più alte, senza differenze sociali. E la tradizione? Quand’è che un qualcosa arriva a essere tradizionale?

Quando pensiamo a letteratura popolare o tradizionale, ci viene subito in mente quel bagaglio poetico per lo più orale, dal forte sapore d’antico perché trasmesso di bocca in bocca, di padre in figlio. Ma è proprio nel lungo e delicato processo di trasmissione che si distingue la differenza tra popolare e tradizionale. 

Per spiegare meglio, prendiamo l’esempio del Romanceiro pan-ispanico. Il Romanceiro, genere letterario della tradizione orale iberica, è un canto-racconto in versi (ottosillabi con rima assonante) che, nato dall’epica cavalleresca, ha una vita di quasi mille anni. Parla di eventi epici, storici, classici ma li riconfigura sempre al quotidiano: gli eroi vengono demistificati e non sono ammessi verticalismi di classe. Si racconta per il piacere di raccontare, senza fini moralistici né etici e tutto si rimette alla forza dell’azione. Ritmo incalzante, linguaggio essenziale, il Romanceiro è la voce del popolo che prende forma in versi dall’enorme potere narrativo. Non conosce forma fissa: si parla infatti di opera sempre aperta (concetto tutto postmoderno tanto caro a Eco), in cui nessun ordine gerarchico autoriale viene ammesso. Ogni canto si ricrea nel momento in cui viene recitato e vive pertanto nelle sue varianti. Esiste un prototipo, una traccia di base (il nucleo della narrazione, l’intreccio dell’azione) che si mantiene sempre stabile; attorno a esso ruotano l’infinito numero di varianti che finiscono per atomizzarsi. Si notano già qui due istinti fondamentali: quello di conservazione e quello di ricreazione. L’istinto di conservazione fa sì che si rimanga il più fedeli possibile al nucleo base della narrazione, che funge da “canovaccio” guida; in questo modo si determina la sopravvivenza di una storia nonostante le cosiddette varianti di valore negativo, cioè quelle legate al dimenticare, all’equivocare ecc., figlie di una memoria organica tutt’altro che infallibile.

Ma a un forte bisogno di conservazione corrisponde un vivo spirito creativo che forma le varianti cosiddette positive, entro le quali il cantore-recitante «sente come propria la canzone anonima e, al ricrearsi in questa, la ricrea» (Pidal), arrivando a essere il coautore del canto, che si caratterizza per un’estrema fluidità.

Così, esistono delle varianti di una storia che non dipendono direttamente dagli errori di memoria, ma sono vere e proprie creazioni: la creazione non entra in conflitto con la conservazione? Come può un pubblico accettare una versione anche solo leggermente modificata della narrazione, quando, d’istinto, si vorrebbe portarla intatta ai posteri?

Eccoci arrivati all’importante distinzione tra popolare e tradizionale, come la intende Menéndez Pidal, uno dei più grandi studiosi di letteratura tradizionale. Un canto popolare è percepito dal pubblico come moda recente, si diffonde con poca intensità e non raggiunge una grande estensione; non resiste per molto tempo e tende a essere accantonato. Insomma, un cantore apporta volontariamente una modifica creativa al canto che recita e questa modifica fin da subito viene sentita come “esterna”, pertanto come parte non costitutiva della narrazione.

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Words (Palabras), pic by Juan Pablo LaurienteUn canto tradizionale, al contrario, è considerato patrimonio comune e il suo merito, una volta dimenticata la moda, è quello di essere antico; difatti, è considerato come l’eredità che i padri lasciano ai figli, garantendo così memoria secolare. Non si parla più di ricezione di una canzone, ma vera e propria assimilazione da parte del popolo: «il popolo lo ripete come suo, con autorità di coautore; al ripeterlo, lo aggiusta e lo sistema spontaneamente secondo la sua maniera di espressione» (Pidal). La dimensione tradizionale di un canto è semplicemente la versione popolare che è riuscita ad abbattere le barriere del tempo presente, della moda; è una creazione esterna che, per il successo e il consenso popolare che lo “aggiusta e lo sistema”, è riuscita a farsi “interna”, finendo per essere inglobata. Ogni “tradizionale” passa prima per il “popolare”.

La macchina della letteratura tradizionale funziona con l’ingranaggio conservazione/ricreazione, grazie al quale si genera una costante tensione poetica tra varianti negative e positive. Si potrebbe parlare, per dirla con Heidegger, di Zusammengehörigkeit, ossia di logica conflittuale che mette in relazione due opposti interdipendenti che si necessitano vicendevolmente, generando movimento e, soprattutto, evoluzione.  

Vediamo che, con queste dinamiche, la letteratura tradizionale svolge un ruolo sociale incredibile. È il popolo che elegge le sue versioni, che le promuove o le boccia, a seconda del proprio gusto comunitario. Siamo ben lontani quindi dall’idea autoriale della letteratura classica, secondo la quale l’autore ha l’ultima parola sull’opera che crea e che mette nero su bianco.

Attraverso le storie del Romanceiro, infatti, la gente raccontava e si riuniva, si teneva assieme. In tempi oramai lontani, accompagnava l’uomo in ogni ora del giorno, dalle fasi lente del lavoro a quelle più distese del riposo, scandendone il ritmo. Oggi in realtà nessuno sembra più aver bisogno dei suoi versi, e questo perché è venuto a mancare il meccanismo dialettico di conservazione/ricreazione sopracitato. Se da un lato l’enorme forza narrativa dei nuovi media ha eclissato queste antiche storie, togliendo pertanto il bisogno di ricreare, dall’altro l’infinita memoria inorganica degli archivi digitali ha sottratto all’uomo il diritto di dimenticare, immerso com’è in quest’eccessiva tendenza archivistica.

Una delle sfide più interessanti del nuovo millennio è cercare di capire quale sia e dove si muova la letteratura popolare oggi (internet? blog?); forse lo capiremo solo un giorno, quando la moda si sarà fatta tradizione, e acclameremo senza indugi né pregiudizi quel che magari adesso discriminiamo. La letteratura si sarà fatta allora tradizionale.


La prima foto (in alto a sinistra), a garden full of books, è di Janaina C. Falkiewicz.

La seconda foto (a destra), Words (Palabras), è di Juan Pablo Lauriente.

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