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Letteratura e teatro come antidoti all’estinzione. “I racconti della peste” di Mario Vargas Llosa

Letteratura e teatro come antidoti all’estinzione. “I racconti della peste” di Mario Vargas LlosaPerché inventiamo e raccontiamo storie? «Per combattere […], spesso inconsapevolmente, una realtà che ci opprime e che ci appare insufficiente a colmare i nostri desideri» afferma Mario Vargas Llosa nella prima pagina de Los cuentos de la peste (I racconti della peste, traduzione di Valerio Nardoni, Passigli Editori, 2018); Giovanni Boccaccio, più di seicentocinquanta anni prima – riassume il premio Nobel – aveva scritto della «fuga di un gruppo di persone nel mondo dell’immaginazione per sfuggire alla peste che devasta ogni cosa intorno a loro» elaborando «una storia fatta di storie che contrabbandano nel mondo reale una realtà fittizia che […] li redime dalla più grande tragedia della condizione umana: la morte o l’estinzione».

La narrazione, la fantasia e la letteratura sono sempre state il mezzo più semplice e immediato per fuggire dalla contingenza e immunizzare protagonisti e lettori dal morbo del presente. In quale modo è però possibile rendere questo farmaco ancora più efficace e duraturo? Se già nel Decameron è stata riconosciuta, ormai da tempo e da parte di critici e accademici di vaglia come Vittore Branca e Nino Borsellino, un’impostazione teatrale (o teatrabile), l’omaggio di Mario Vargas Llosa al palcoscenico è ancora più evidente, coinvolgente e quasi sfacciato (e perciò contiguo alle rivisitazioni di Aldo Busi e Dario Fo): nell’edizione in spagnolo, pubblicata nel 2015 presso Alfaguara, compaiono molte fotografie scattate in occasione delle prove di uno spettacolo in cui ha recitato anche l’autore stesso.

I cinque attori – il duca Ugolino (chiaro omaggio al conte dantesco); Aminta (nome di ascendenza tassiana) Contessa di Santa Croce (come la Basilica fiorentina nelle cui urne fremono le ossa dei forti), Panfilo e Filomena (direttamente dalla cornice del Decameron) e Giovanni Boccaccio – recitano per necessità. Passano ininterrottamente a indossare panni sempre diversi, tanto che nel corso de I racconti della peste s’arrivano a definire non meno di trenta personaggi.

Letteratura e teatro come antidoti all’estinzione. “I racconti della peste” di Mario Vargas Llosa

Questa coazione a ripetere non è una condanna da girone infernale; al contrario, il mezzo del teatro consente ai protagonisti di preservarsi dalla morte e dare sfogo a una «pura invenzione» fortemente ancorata alla realtà.

 

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Recitare, o – meglio – interpretare un ruolo significa «uscire da noi stessi», «condividere […] un sogno» affinché s’intenda meglio la quotidianità della vita. Una vita pratica e concreta, di denaro, di commercio, di intrighi, di «assassinii e piaceri», «del viavai della gente, di sudore della pelle, di letto e di vino»: la stessa vita, la stessa materia pulsante con cui il certaldese, fino a quel momento prigioniero erudito di un «carcere di carte», vuole confrontarsi direttamente.

Letteratura e teatro come antidoti all’estinzione. “I racconti della peste” di Mario Vargas Llosa

È infatti, tra i cinque della lieta brigata, proprio Giovanni Boccaccio a compiere il maggior numero e la più ampia varietà di mutazioni: da inquisitore fanatico a pilota di una nave pirata, da un terribile gigante a un vegliardo anacoreta della Tebaide, dal «mostruoso fantoccio» Barbanto all’indulgente badessa del convento di Lamporecchio, da Messer Lizio da Valbona a un incendiario mitomane, da mesta vittima della gola a mastino infernale, il futuro demiurgo del Centonovelle deforma i lineamenti, torce la favella, muta le movenze reinventandosi a velocità turbinosa, come un regista/mattatore nel cimento di una prova generale.

 

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I cinque personaggi – e con loro l’autore –, in ogni caso, nonostante il vortice di battute, racconti, metamorfosi e voci, non sono dominati da un paralizzante terrore per il vuoto; non c’è traccia di ossessione per la completezza, benché la folla di rimandi ad altri autori ed epoche (da Alessandro Magno a Orwell; per scoprirne altri e perdersi in ulteriori illuminanti divagazioni, si legga A. D’Agostino, Boccaccio 2000. Il Decameron sulle scene e al cinema) spinga spesso verso questa prospettiva: si vuole gabbare la morte per godere delle gioie future della vita.

Il gran teatro del mondo de I racconti della peste di Mario Vargas Llosa, a un certo punto, chiude il sipario: gli attori escono di scena e tornano in una Firenze in cui, come nelle cronache medievali, «la vita rinasce dappertutto […] la gente pulisce le strade, sotterra i suoi morti, spazza i cortili, disinfetta le pareti, ci sono messe in tutte le chiese e in tutti i quartieri si organizzano processioni di ringraziamento».


Per la prima foto, copyright: Peter Lewicki.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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