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Leggendo si impara. “La prigione della monaca senza volto” di Marcello Simoni

Leggendo si impara. “La prigione della monaca senza volto” di Marcello SimoniGirolamo Svampa, il personaggio che abbiamo conosciuto nel 2016 nel primo libro della saga a lui dedicata, torna protagonista in La prigione della monaca senza volto di Marcello Simoni, pubblicato di recente da Einaudi.

Siamo nel 1625, nel periodo poco successivo a quello in cui era terminato il precedente libro della serie, Il monastero delle ombre perdute (Einaudi, 2018), e Girolamo fugge a Milano, in incognito, alla ricerca del suo acerrimo nemico, Gabriele da Saluzzo. Una volta giunto nella città ambrosiana, peraltro svestito degli abiti monacali, si trova a dover (voler) svelare l’enigma che si cela dietro al ritrovamento del cadavere pietrificato di una monaca.

Milano… 1600… monache… Quale può essere, secondo voi, il prosieguo di una vicenda che inizia in questo modo? Soprattutto se scritta da un archeologo/bibliotecario profondo amante (e conoscitore) della storia? Ebbene sì! Tra le pagine di questo affascinante thriller storico incontreremo (con un ruolo centrale) anche Marianna de Leyva.

 

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Marianna de Leyva! Chi era costei? Ops… Scusate, non ho resistito! Marianna de Leyva, ovvero suor Virginia Maria, non è altri che la ben nota Monaca di Monza. Come dicevo, Marianna, iconica figura manzoniana, entrata nell’immaginario di tutti coloro che hanno amato (o meno) il più classico dei classici italiani, si rivela elemento importante per la risoluzione del mistero. La sua interazione con Girolamo è certamente coerente con l’immagine ambigua che la contraddistingue. Vi invito a leggere con attenzione il capitolo 35, in cui suor Virginia parla di amore, di sofferenza, e insinua in Girolamo quel dubbio che divide l’anima di ogni uomo.

«Anche la farfalla è una creatura delicata… ma se venisse rinchiusa in una gabbietta perirebbe in meno di un giorno. Proprio come è successo a me.»

Leggendo si impara. “La prigione della monaca senza volto” di Marcello Simoni

Rispetto agli altri romanzi di Simoni troviamo più azione, più avventura, forse per alleggerire il clima profondamente crudele e inquietante che permea le pagine di questo libro. Ricordiamocelo, siamo nel Secolo di ferro… la peste è alle porte.

E il nostro Girolamo, inquisitore sì, ma poco incline a credere alla stregoneria e al soprannaturale, mostra ancora la sua perspicacia, unita alla sua razionalità quasi scientifica, e la sua umanità. Quel laudano, che sempre lo accompagna e da cui si vuole affrancare, è simbolo della sua fragilità, ben nascosta dalla sicurezza con cui affronta i misteri e i pericoli che gli si parano davanti.

Quel che è certo è che leggere La prigione della monaca senza volto è non solo piacevole ma anche arricchente: la precisione storica (caratteristica peculiare di tutti i libri di Marcello Simoni, sia quelli ambientanti nel Seicento sia quelli dedicati al Medioevo, come la Secretum Saga) denota un’approfondita documentazione da parte dell’autore, che ama ciò che descrive ai lettori e, attraverso i suoi personaggi e i suoi intrecci, trova sempre il modo di avvicinare chi legge a un mondo ormai lontano. Dirò una banalità, ma nel seguire le vicende di questo frate domenicano sempre in preda al dubbio, sempre pronto a porsi domande, è facile immaginare di trovarsi in quella Milano ormai da più di cinquanta anni sotto il dominio spagnolo.

Leggendo si impara. “La prigione della monaca senza volto” di Marcello Simoni

E se Voltaire diceva «L’Inquisizione è, come si sa, un’invenzione mirabile e autenticamente cristiana per rendere più potenti il Papa e i monaci e per rendere ipocrita un intero regno», Simoni, con il suo Girolamo Svampa, mostra che, anche in una società molto chiusa e ortodossa, possono esistere menti illuminate. Non dimentichiamoci che siamo in piena Rivoluzione scientifica, che si sta diffondendo l’utilizzo della stampa e che, proprio negli anni in cui si svolge questo romanzo, Galileo Galilei sta elaborando il suo principio della relatività.

«Possibile?, si chiese fra’ Girolamo. Non era il fenomeno in sé a turbarlo, bensì l’incapacità di stabilire se fosse opera di un potere soprannaturale, dell’uomo o della natura.»

 

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L’autore utilizza un linguaggio adeguato all’ambientazione secentesca: questo potrebbe spaventare alcuni lettori ma, in realtà, una volta entrati nel mood, è proprio quel linguaggio che aiuta a sentirsi immersi nell’atmosfera dipinta da Marcello Simoni in La prigione della monaca senza volto.


Per la terza foto, la fonte è qui.

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