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Le zecche del Capitale. “L.O.V.E.” di Giancarlo Liviano D’Arcangelo

Le zecche del Capitale. “L.O.V.E.” di Giancarlo Liviano D’ArcangeloIl romanzo di Giancarlo Liviano D’Arcangelo, L.O.V.E. (Libertà, Odio, Vendetta, Eternità), pubblicato da Il Saggiatore, palesa fin dall’esergo iniziale le sue origini “apocalittiche”. C’è un brano dell’ultima intervista che Pasolini concesse a Furio Colombo, il primo novembre 1975, a poche ore dal suo brutale assassinio. Il poeta parla del potere che univa nel suo abbraccio mefistofelico e omologante ricchi e poveri:

«Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Un sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano allo stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio d’amministrazione o una manovra di borsa uso quella. Altrimenti una spranga. E quando uso una spranga uso la mia violenza per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo… Sono assassino e sono buono.»

 

Non a caso il libro di D’Arcangelo ha molte “vicinanze” con il Petrolio pasoliniano che, come ha scritto Carla Benedetti, vedeva nel potentissimo padrone dell’Eni Eugenio Cefis (Troya nel romanzo pasoliniano) «l’emblema della “mutazione antropologica” della classe dirigente, cioè il passaggio da un potere di stampo clerico-fascista a un nuovo potere, multinazionale, tollerante e criminale-mafioso». La mutazione è definitivamente compiuta e lo sfruttamento/corruzione è globalizzato, dagli Stati Uniti alla Cina, passando per i teatri di guerra del Medio Oriente. Tutto il mondo è una vasta, infinita macchina di produzione dominata dal capitalismo finanziario che cominciò a dispiegare il suo nefasto virus nel 1971, a partire dalla fine degli accordi di Bretton Woods e quindi della corrispondenza dollaro-oro su volontà dell’allora presidente Nixon, quando l’uomo smise di «vivere definitivamente secondo il principio di realtà e si è tuffato nell’era della simulazione». Con la potenza sempre più destabilizzante, più “nevrotica” del denaro:

«Più il denaro diviene astratto per mezzo della tecnologia, più si fortifica come equivalente assoluto, come pura informazione. Come segno, quindi come cultura, quindi come ideologia, e infine come ideologia sublimata, cioè inconscio. Evoluzione genetica. Più diviene misterioso e molteplice nelle sue modalità di autoriproduzione, gemmazione, scissione, frammentazione, più si fa energia occulta che governa le esistenze. L’essenza estranea che tutti ci domina, scrisse Marx…»

 

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Il mondo descritto da D’Arcangelo è pieno di oggetti, quelli su cui spadroneggia la famiglia Giordano, la famiglia arricchita del Sud, grazie all’azione poderosa del suo imperatore, Italo Giordano che si è arricchito commerciando carabattole di plastica e adesso tenta di fare il salto successivo nell’era globalizzata con la sua società Sunrise srl, a partire dalla Seconda guerra del Golfo nel 2003. La famiglia governa tutte le cose a Villalibera, una cittadina di fantasia della Puglia vicino Taranto. La voce narrante è affidata a Giordano Giordano, il secondogenito di Italo, il figlio obeso, una specie di “fool” shakespeariano, che nei suoi ricordi si può permettere all’improvviso di recitare una poesia di Celan. È un uomo che guarda dall’alto in basso i suoi familiari, alle prese con la brama, il desiderio di fare ancora più soldi nella loro atavica, infinita fame di possedere tutto e tutti. Italo aveva invaso Villalibera col suo ipermercato di oggetti di plastica a poco prezzo, per poi estendere le sue mani in giro per il mondo, fino all’Iraq e alla Cina con le partecipazioni a diverse holding finanziarie.

Le zecche del Capitale. “L.O.V.E.” di Giancarlo Liviano D’Arcangelo

Proprio in Iraq, quella che nei progetti dei Giordano doveva diventare la nuova terra promessa neo-liberalista, ha inizio l’opera di distruzione della famiglia. Isacco, il primogenito di Italo, quello che doveva prendere sulle spalle l’attività della Sunrise e succedere al padre, salta su una mina. Italo e Giordano ritornano in Puglia, ma niente sarà più come prima. Mentre dà la festa per la vittoria in campionato della squadra cittadina, una delle tante creature patrimoniali della famiglia, Italo si sente male e ha un attacco di cuore. Verrà portato dal figlio in Germania per curarsi meglio, ma dopo poche settimane anche lui viene a mancare.

Per Giordano Giordano, che fino a qualche mese prima si limitava a struggersi di una specie di amor sado-cortese per la moglie del fratello, la bellissima Erica, è venuto il momento di entrare in scena e recitare la sua parte. Solo che il “fool” non sa che ruolo recitare. È infatti destinato all’indecisione. In un primo tempo vorrebbe quasi mettere in pratica la filosofia umanistica di Adriano Olivetti, l’imprenditore che nel secondo dopoguerra tentò di realizzare un’esperienza di fabbrica che combinasse la produttività con la felicità dei lavoratori. Così i salari erano più alti della media nazionale, mentre le fabbriche avevano al proprio interno asili, biblioteche, sale da concerto. Non a caso in quel periodo l’ingegnere d’Ivrea riuscì ad attirare le migliori menti della cultura italiana. Tra queste uno dei più grandi romanzieri italiani del secondo Novecento, Paolo Volponi che, come fa il romanzo di D’Arcangelo, si interrogava mestamente negli ultimi anni di vita, su «come mai siamo giunti al punto che la sola materia materiale diventasse il denaro». Un altro mito che sembrerebbe avere Giordano Giordano nei primi tempi di comando alla Sunrise è l’Herbert Marcuse di Eros e civiltà. Per tutta la durata del lavoro, scriveva il filosofo tedesco nel suo saggio, il piacere è sospeso e predomina la pena. Anche il tempo libero viene in qualche modo requisito dal lavoro che ti obbliga a rispettare determinati, imprescindibili dettami. Per eros Marcuse intende non soltanto l’atto sessuale, ma la creatività, la fantasia, il piacere alla vita. Tutti fattori invece implacabilmente annientati dal potere del denaro, dall’accumulazione scatenata dei beni.

Le zecche del Capitale. “L.O.V.E.” di Giancarlo Liviano D’Arcangelo

L’esito della politica di Giordano, il cosiddetto “Progetto Rainbow”, è però fallimentare, perché la gente alla fine sfrutta la sua generosità soltanto per proprio tornaconto. La comunità olivettiana è un mito oramai svuotato. «È diventato brutto, il popolo», scriveva già nel 1995 il compianto Sandro Onofri nel romanzo Colpa di nessuno. La prova finale è una specie di assalto ai forni che il popolo di Villalibera compirà per accaparrarsi gli sconti dei televisori al plasma e degli smartphone promossi dagli ipermercati della Sunrise. Giordano a questo punto cambia strategia e diventa un tiranno implacabile nel suo impero, dedicandosi ai suoi affari in giro per il mondo, dalla Cina al Sud America. In Asia chiede di andare a vedere uno degli emblemi del capitalismo selvaggio, la grande marea di plastica che vaga per l’Oceano Pacifico:

«L’idea di vedere dal vivo il Great Pacific Garbage Patch mi esaltava. In qualche modo la sentivo una creazione mondiale alla quale noi Giordano avevamo contribuito, una specie di installazione artistica permanente e collettiva che esisteva grazie a noi e ad altri produttori di plastica, con uno o due miliardi di esseri umani nel mondo coinvolti inconsciamente come artefici di quell’immensità prodigiosa. Usare e gettare, la politica del monouso. La terra promessa del consumismo e dello sfruttamento insensato del pianeta. È l’espressione nichilista del mondo, reincarnato. Immergersi nel Gange terrificante della plastica, come un rito purificatorio.»

 

Altro girone infernale sarà la visita a un allevamento bovino al limite della Foresta Amazzonica dove i servi del capitalismo costruiscono veri e propri campi di concentramento per lo sfruttamento e l’annientamento delle bestie (tra le pagine più intense del romanzo), la cui carne sarà destinata al mercato delle multinazionali. Ma neanche questo porta gioia a Giordano che è inseguito dal senso di colpa e dagli incubi e che forse soltanto nelle pratiche sadomasochistiche riesce a trovare quella “metamorfosi” in grado di regalargli un po’ di requie, un po’ di respiro. Così, in una specie di cupio dissolvi, si getta nel gioco d’azzardo e nella scena finale del suo memoriale, quasi in una situazione da film western, si trova a sfidare a poker una sorta di suo doppio, l’uomo dagli occhi di specchio. Cosa farà l’indeciso Giordano? Arriverà, alla fine, a dilapidare tutto il patrimonio della società, oppure si fermerà a un passo dal baratro? Ma il baratro quale sarebbe? Avere o non avere denaro? E finalmente riuscirà Giordano a capire chi è veramente? E non sarà per caso un virus, come vediamo oggi, a dare l’ultima, definitiva mano di poker al mondo?

 

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D’Arcangelo riesce per più di ottocento pagine a mantenere un’alta, colta qualità di scrittura, con la capacità, la lucidità di descrivere i tanti scenari dell’odierno sfruttamento economico, scenari che fanno assomigliare il mondo a quell’immenso lago nero, di petrolio, che la famiglia Giordano ammira voluttuosamente nelle terre irakene, nell’attesa spasmodica di altro denaro, come un vampiro mai esausto, come una zecca sulla pelle di una bestia che continua a camminare anche se oramai quasi dissanguata.


Per la prima foto, copyright: Micheile Henderson su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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