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Le vite apocrife di san Francesco

Le vite apocrife di san FrancescoSe c’è un personaggio entrato nell’immaginario collettivo come esempio di cosa significhi praticare la santità tanto da divenire nel 1939 Patrono del nostro Paese – proclamato da Pio XII con la motivazione «il più italiano dei santi, il più santo degli italiani» – è Francesco d’Assisi.

Un libro appena edito da Fazi ne ripercorre vizi e virtù con un ritmo e una struttura congegnati in tempi narrativi diversi.

Una storia ricca di fascino e mistero, tale da renderla – a dispetto del titolo il cui plurale ha un preciso e interessante significato – più simile a Il nome della rosa che a una biografia: Vite apocrife di Francesco d’Assisi e l’autore è Massimiliano Felli.

La presente opera si apre all'epoca degli scontri fra i Guelfi e i Ghibellini che dividono l’Italia per la spartizione di territori e poteri, e soprattutto prestigio, tra papato e impero. Nello specifico la Battaglia di Benevento del 1266. Ed è anche l'epoca dell'Inquisizione, dei processi per eresia e della caccia alle streghe.

Deodato da Orvieto è un giovane francescano amanuense che in una delle sue tappe fra i conventi d’Europa col suo maestro Bonaventura da Bagnoregio si trova in visita presso il convento dei Cordeliers – dal nome del legaccio utilizzato per cintura del saio – in territorio francese.

In un giorno qualunque della sua permanenza sente per puro caso una disputa tra padri capitolari all’interno della quale il ministro generale nonché suo maestro denuncia la presenza pericolosa degli ultimi discepoli di Francesco (morto quarant'anni prima) che vanno perpetuando alla lettera l’esempio del fondatore.

 

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In particolare uno di loro, frate Leone, che non è però uno qualunque: è stato il più vicino a Francesco, depositario dei suoi segreti fungendo da segretario confessore e per giunta lo ha condotto nel luogo dove ha ricevuto le stimmate.

Le vite apocrife di san Francesco

Costui, in preda al delirio senile, o alla possessione diabolica, va spedendo lettere mistificatorie da una località sconosciuta dove si è ritirato, destinate ai vertici della Chiesa, mettendo addirittura in dubbio la santificazione e minacciando la stabilità dell’Ordine. Un comportamento che il magister considera apostata, in quanto chi è depositario della purezza primigenia del Santo non può far altro che ammirarla e non certo imitarla. Significherebbe imitare le gesta di Cristo e solo al poverello questo sarebbe stato concesso da Cristo stesso. Disputa che ha come conseguenza quella di portare a divisioni interne, con riflessi su altri ambiti, come il modo di giudicare la costruzione della Basilica e i suoi scenografici affreschi, o esponendo la congregazione a calunnie e dicerie da parte di altri Ordini religiosi.

Accade quindi che al fine di porre un freno a tutto questo, Bonaventura:

«si era assunto l’onere di redigere la Vita del Santo definitiva e univoca, «de omnibus una bona», e decretava adesso – non essendo sufficiente proclamare il vero senza reprimere la falsità – che tutte le altre narrazioni agiografiche riguardanti Francesco fossero distrutte».

 

Tale «Legenda che negli intenti avrebbe dovuto costituire una summa dei documenti», di fatto si basava solo su una parte di essi entrando in contraddizione su alcuni punti.

Come ulteriore atto, manda l’allievo nella sua terra, l’Umbria, per trovare Leone e riferirgli tutto su di lui.

Il giovane Deodato, dunque, parte per il suo primo viaggio in solitaria portando con sé quelle carte e quelle pergamene – in particolare la prima biografia, redatta da Tommaso da Celano, più gli aneddoti e i resoconti di quei discepoli fedelissimi – che in realtà non ha bruciato come invece voleva il maestro.

Con questo espediente narrativo nasce e si sviluppa un dilemma forte ed esistenziale che ci restituisce un racconto non soltanto storico ma di formazione, tramite la voce in prima persona e onnisciente di Deodato: la Regola francescana va interpretata o solo seguita? E chi ha il compito come lui di trascrizione di testi, deve limitarsi a redigerli senza alcuna analisi critica, senza approfondire o ragionare? Oltre a un dubbio non meno atroce: cosa nasconde il suo maestro?

Venendo all'aspetto più prettamente biografico Vite apocrife di Francesco d’Assisi mostra – dosando con intelligenza e un pizzico di astuzia realtà e fantasia – l'uomo prima ancora che il santo, con le mille sfaccettature dell’essere umano.

Molte cose già le sappiamo, tramandate nei secoli, altre meno.

Condusse una giovinezza serena e potremmo dire gagliarda, dedito alle passioni dettate dall’età e dagli usi del tempo. Il suo carattere era ribelle, carismatico e determinato com'era suo padre Pietro di Bernardone che si rivede in quel figlio molto più che nell’altro, seppur obbediente e rispettoso. Primogenito di uno dei più ricchi mercanti di tessuti, era da questi predestinato al fondaco di famiglia o almeno ai riconoscimenti pubblici. Ma il carattere di Francesco era appunto poco incline ai dettami già confezionati. Voleva imitare le gesta dei cavalieri, pur essendogli formalmente impedito date le nobili origini. Partecipò alla battaglia tra assisani e perugini che infiammava le due fazioni opposte con la scelta poco felice dei primi di patteggiare per i Ghibellini e che condurrà alla disfatta di Collestrada.

In tale occasione venne fatto prigioniero. Momento cruciale per la sua conversione, che lo portò a un cambiamento radicale di ogni aspetto di sé e per cui si spinse verso territori e popoli lontani, fino all'Egitto dove contrasse una terribile infezione che più tardi lo condusse alla morte a soli quarantaquattro anni.

Vocazione che travolse numerosi compagni e amici, nobili o ricchi come lui.Uno l’abbiamo già citato, ora Beato Leone, ma ci sono i non meno rilevanti Egidio, Rufino ed Elia da Cortona a cui si deve la spinta per la realizzazione della Basilica nella cittadina adesso icona di pace.

Le vite apocrife di san Francesco

E poi l’unica donna, Chiara, a cui Felli elargisce uno spazio emozionante e tenero.

Canonizzata anche lei, e futura fondatrice dell'Ordine della Clarisse, all'inizio denominato Povere Dame dal nome del monastero “simbolo” di San Damiano, dove vide la luce il celebre Cantico delle Creature.

Dopotutto, se fu difficile per Francesco portare avanti le proprie scelte spirituali e di vita di fronte ai congiunti e agli scettici, ivi compresi i vertici ecclesiastici che lo furono anche dopo la sua dipartita, per Chiara lo fu semmai di più, come si può intuire, in quanto donna.

Anch'ella col destino prestabilito, composto da dote e matrimonio combinato, venne coinvolta nel francescanesimo dal cugino Rufino, e al quale aderì «per non essere soggetta a vincoli ben più invalicabili». Quei vincoli a cui la Chiesa la obbligò, preoccupata di suscitare scandali, in special modo quando scomparve la guida fraterna. La nemica propaganda di Federico II poteva approfittarne per gettare discredito verso un'istituzione che lasciava pie donne operare per strada, femmineextra monasterium vagantes, che portò a un duro scontro tra Chiara e il papa.

Terminò così i suoi giorni al chiuso di un convento di clausura, ormai anziana. L’esatto contrario di quanto desiderava, avendo speso tutta se stessa al fianco di colui il quale capì la sua bontà d'animo al primo sguardo. Rimasero uniti da un sentimento d’amore elevato, come pochi ce ne furono nella storia dei venerabili, all'unico scopo di stare in mezzo agli ultimi, senza riserva alcuna.

Infine, con un balzo in avanti, siamo già quasi alle soglie del 1300, troviamo Deodato, ormai in là con gli anni, ritornare nelle medesime zone per partecipare a un processo per eresia che vede imputato un seguace degli Apostolici, setta che fece molti proseliti nell’Italia settentrionale e centrale. Con lo spirito critico che lo contraddistinse da giovane e che non venne mai meno, si trova a riflettere sull’ipocrisia degli uomini appartenenti al clero, e di cui nondimeno fa parte, i quali, con le parole e i riti di tali procedimenti mettono in atto una barbarie, contravvenendo in egual misura al volere di Dio.

 

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Numerosi sono i fatti e i personaggi descritti con dovizia di particolari in Vite apocrife di Francesco d’Assisi ed è impossibile citarli tutti. Si lascia al lettore quell’attrazione che deriva dalla scoperta di piccoli e grandi intrighi di un passato lontano, ma che non sono poi così diversi dal nostro presente.

Per concludere merita la riflessione che fa il dignitario imperiale e grande scrittore Pier delle Vigne accusato di empietà con i suoi scritti:

«Io credo nella parola umana, mutevole, ineguale, come la vita stessa, la Natura, e non in quella divina, che si pretende una ed eterna. Alla mia scrittura manca l’essenza universale ed assoluta del Verbo, ne vorrei mai che l’avesse. Sono fiero, sì, della mia abilità nel suffragare una tesi con la mano manca e allo stesso tempo, con uguale persuasività, confutarla con la destra. L’arte mia giova a me soltanto, direte. E me ne fate una colpa. Avete ragione, tuttavia… Ah, sapeste con quanta gioia l’insegnerei all’umanità intera, per metà resa schiava da una sola parola e in guerra con l’altra metà, che chiama Dio con un nome diverso! Chi mi ascolterebbe, se andassi gridando che non esiste una Verità bensì molte, tante quante sono le bocche a pronunciare, i calami a scrivere?»

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