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“Le vergini suicide”, tra crisi di valori e vuoto esistenziale

Sofia Coppola, Il giardino delle vergini suicide«Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane» diceva Italo Calvino. Ed è difficile non sentirsi incompleti in un mondo sempre più complesso ed esigente. Eppure la giovinezza è un periodo magico, al quale, da adulti, si guarda con nostalgia, ma anche un momento in cui si è particolarmente fragili, dove una parola o un gesto assumono un'importanza vitale, una fase in cui si è convinti che la vita finisca lì e non vada oltre. Da sempre l'argomento ha attirato le attenzioni di cinema e letteratura, che lo hanno esaminato, sviscerato e descritto con una tale profondità da pensare quasi che non ci fosse più nulla da dire a riguardo. Invece, si torna sempre a parlarne. Pensiamo solo al recente caso di La vita di Adele e del complesso percorso intrapreso dalla protagonista per giungere alla consapevolezza di sé.

Nel mare magnum di libri e pellicole sui disagi dei giovani ce n'è uno impossibile da non chiamare in causa, il bellissimo Le vergini suicide di Jeffrey Eugenides, da cui Sofia Coppola ha tratto l'omonimo film nel 1999. Non solo ai coniugi Lisbon, anche al lettore è dato chiedersi cosa abbia spinto le cinque sorelle a uccidersi. La storia del contagio, quella sorta di maledizione lanciata da Cecilia, la prima delle sorelle a suicidarsi, regala una visione drammaticamente romantica dell'accaduto, a cui, però, vogliamo credere fino a un certo punto. È chiaro che nelle ragazze qualcosa non funzionava, a partire dall'irrefrenabile appetito sessuale di Lux, di certo la conseguenza di una mentalità famigliare un po' troppo puritana. Eppure, il misterioso contagio sembra essere una metafora stessa dell'adolescenza, vissuta come una malattia, da cui non tutti i giovani riescono a guarire.

A raccontarci la storia delle cinque ragazze è un gruppo di coetanei, irresistibilmente attratto dal mistero che avvolge queste creature quasi ultraterrene. Si parte dall'ultimo suicidio, quello di Mary, per tornare con la mente a quella cittadina americana, composta da ordinate casette, ciascuna con il suo bel giardino curato: un microcosmo che riceve una prima, violenta scossa con la morte della piccola Cecilia, che per ben due volte tenta il suicidio, raggiungendo la seconda il suo scopo. Ciò che i ragazzi conservano sono degli oggetti appartenuti alle ragazze: dei veri e propri “reperti”, attraverso i quali si tenta di trovare una giustificazione al loro gesto.

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Jeffrey Eugenides, Le vergini suicideCon uno stile narrativo fluido e doloroso, Eugenides penetra nell'universo di casa Lisbon, svelando che, forse, quello che mancava alle sorelle era la normalità, cose come avere un fidanzato, potersi prendere cura del proprio corpo, truccarsi e indossare abiti alla moda. E poi dei genitori presenti ma non asfissianti, una madre che non ti uccide per troppo amore o un padre passivo e sottomesso.

Tuttavia, sarebbe troppo semplicistico etichettare il tutto come negazione dei desideri più intimi o il crescere in una famiglia sbagliata. Perché, oltre al suicidio, esistono tante altre vie, e chissà quante volte ce lo siamo detti, ascoltando al telegiornale notizie di ragazzi che si tolgono la vita per i più svariati, e apparentemente inspiegabili, motivi: eppure è impossibile «immaginare il vuoto interiore di un essere umano che si accostava un rasoio al polso e si apriva le vene». Così com'è impossibile «ritrovare i pezzi» di chi sceglie di andarsene, scoprirne le più intime ragioni.

Quella di Eugenides è anche una critica all'american way of life, improntato sul capitalismo e su un perbenismo di facciata, moralista e bigotto, che annienta ogni forma di espressione individuale. Le vergini suicide offre un ritratto amaro del sogno americano di metà Novecento, ma la riflessione potrebbe essere estesa ai giorni nostri, al Vecchio Continente, alla nostra Italia. È un discorso affrontato più volte di recente, ossia che è stata anche lacrisi economica a rendere più precari gli equilibri sociali e culturali di un popolo, dove cresce l'incertezza per il futuro, dove la paura e le frustrazioni preesistenti si acuiscono, creando angosce difficili da sopportare. Ma anche l'assenza di valori è determinante, la mancanza di qualcosa di autentico in cui credere, il non lasciarsi schiacciare da mode, luoghi comuni, pregiudizi. Così pure (e soprattutto) per un giovane non si tratta più di aprirsi alla vita e alle sue mille opportunità, ma di sopravvivere in un contesto dove tutto sembra essere sul punto di crollare. E, come scriveva Coelho nel suo Veronika decide di morire, «in un mondo in cui si tenta disperatamente di sopravvivere, come si possono giudicare le persone che decidono di morire?».

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Commenti

bell'analisi per un romanzo splendido che ho letto parecchio tempo fa, ma che a ripensarci mi fa ancora venire i brividi.

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