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Le terribili conseguenze delle deportazioni naziste. “Il marchio” di Mariella Mehr

Le terribili conseguenze delle deportazioni naziste. “Il marchio” di Mariella MehrIl marchio, tradotto da Tina D’agostini, curato da Anna Ruchat e pubblicato da Fandango libri, è il secondo romanzo di una trilogia sulla violenza – che inizia con La bambina e termina con Sotto accusa – scritta da Mariella Mehr, pluripremiata autrice di opere di narrativa, teatrali e raccolte poetiche, nonché voce tra le più significative del panorama letterario europeo contemporaneo. Il perno attorno al quale i tre romanzi ruotano è costituito dal tentativo di genocidio – spacciato per normalizzazione/civilizzazione – della popolazione svizzera nomade, nella fattispecie rappresentata dagli jenisch, cui l’autrice apparteneva per discendenza materna. Ciò avvenne tramite la sistematica sottrazione dei figli jenisch ai loro genitori al fine di cancellarne origini e identità, realizzata grazie al programma ispirato all’eugenetica kinder der landstrasse, praticato a partire dal 1926 dalla fondazione Pro-juventute con la connivenza del governo elvetico. I bambini brutalmente separati dalle famiglie avrebbero poi dovuto essere ricollocati in nuclei famigliari “normali” ma, di fatto, la sorte che li attendeva era una lunga permanenza in istituti nei quali venivano spesso sottoposti a crudeli vessazioni, in attesa di essere assegnati ad affidatari, i rapporti con i quali erano inevitabilmente compromessi dai traumi psicologici subiti.

La Mehr, nata nel 1947 a Zurigo,rientrò in questo programma, fu tolta alla madre mentre era piccolissima e costretta a crescere in diverse case-famiglia e collegi. A 18 anni anche lei subì l’orrore della sterilizzazione e della sottrazione coatta del figlio, eventi che contribuirono in modo determinante a farla precipitare nella follia, per superare la quale venne sottoposta a un percorso psicoterapeutico a sua volta costellato da brutalità di ogni tipo, tra cui elettroshock, la violenza carnale di un medico e la reclusione per 19 mesi in un carcere femminile. In seguito, assieme ad altre madri jenisch, tra cui Teresa Wjss, e con il sostegno di alcuni giornalisti, l’autrice denunciò le attività illegali della Pro-juventute, facendo scoppiare uno scandalo che ebbe come conseguenza, nel 1973, la sospensione del programma, anche se i nomadi svizzeri dovettero aspettare il 1987 per ottenere la pubblica ammissione delle proprie responsabilità da parte della Confederazione elvetica. La Mehr ottenne quindidalla Facoltà di Storia e Filosofia presso l’Università di Basilea, nel 1998, la laurea honoris causa per l’impegno a favore dei diritti delle minoranze e degli emarginati.

 

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L’autrice, che grazie alla scrittura ha potuto riflettere sul suo vissuto e «raccontare quel che nessuno voleva ascoltare», ha maturato nel tempo una consapevolezza che oggi le fa dire: «Vorrei che la lingua e la cultura rom fossero condivise, e non, come pensano anche gli zingari, uno strumento per comunicare solo tra di sé…» perché la cultura condivisa è la sola chance per farsi conoscere e accettare. E ancora: «Non mi interessa più far parte di una razza. Ora so che siamo prima di tutto esseri umani. E poi, ma è secondario, anche rom, svizzeri, italiani, uomini e donne». Alla persecuzione Jenisch e ad alcuni dei personaggi de Il marchio la regista Valentina Pedicini si è ispirata per realizzare l’intenso film Dove cadono le ombre, presentato lo scorso anno alla 74ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia.

Le terribili conseguenze delle deportazioni naziste. “Il marchio” di Mariella Mehr

Anna Kreuz, la protagonista de Il marchio, è infermiera in un centro di assistenza per anziani. Tratta i pazienti con professionalità ma anche con gelida indifferenza, la stessa che dedica all’amante Karl, il rapporto col quale è basato su una vorace carnalità per lei fonte di disgusto almeno quanto di piacere. Le uniche creature viventi alle quali la donna si mostra legata sono le piante carnivore la cui coltivazione costituisce il suo hobby, insieme alla maniacale osservazione-annotazione del modo in cui le sue protette uccidono gli insetti. A spezzare la routine della vita all’interno dell’istituto, favorendo l’innesco di una spirale che sembra cancellare in Anna ogni confine tra passato/presente, realtà/sogno e normalità/follia, è l’arrivo di una misteriosa nuova ospite dal corpo martoriato. Flashback che si fanno via via più frequenti gettano squarci di luce sul percorso – per vari aspetti simile a quello vissuto dall’autrice – che ha reso la Kreuz la donna che è ora,facendo riemergere l’intensa quanto straziante relazione con la compagna di collegio ebrea Franziska, sopravvissuta suo malgrado alle nefandezze naziste. Una relazione in apparenza dominata dalla ben più dura e volitiva Anna, ma che si rivela segnata dal suo trasporto verso la schiva compagna, «dallo sguardo pieno di addio»”, così appassionato da trasformarsi in dipendenza/ossessione.

«C’era sempre quella confusione nella testa quando pensava a Franziska. Da dove proveniva mai quel disordine delle parole? Come se volessero confonderla. Erano come ciottoli che stridevano, le parole, crepitavano sul fondo della sua ragione senza formare alcun senso. Erano le parole di Franziska, la mente di Franziska, che si impadronivano della mente di Anna e delle parole di Anna.»

 

Confinata in un presente destinato a perdersi sempre più nel passato, due mondi strettamente complementari sebbene diversi per cifra relazionale e narrativa – irrigidito in una routine crudele ma descritta con taglio gelidamente naturalista il primo, visionario e grondante carnale vitalità sanguinaria il secondo – Anna Kreuz sceglie di farsi vegetale non meno delle sue piante, spogliandosi d’ogni traccia di umanità. Il finale de Il marchio unisce a uno struggente lirismo una deflagrante tragicità che fa pensare all’Urlo di Munch – non a caso riprodotto da Anna in un suo sacrilego crocifisso – inciso su carta fatta di carne viva.Ed è nell’atroce rimpianto dell’unica persona mai davvero amata, nell’annientamento dell’Anna del presente per restituirla alla fissità di quel momento che ha segnato nella sua vita di ragazzina un punto di non ritorno, consegnandola a una solitaria età adulta, che si apre, insieme a sprazzi di un’umanità così ferita che nel riconoscersi si rifugia nella follia, uno spiraglio alla speranza di riscatto.

Anna, «puttana zingara» «tutta-sua-madre», e Franziska «porca ebrea» «piscialetto», sono due personaggi indimenticabili. Unite da una comune disperazione, sono entrambe sdoppiate, eterne erranti, destinate a passare «da una croce all’altra» e dedite a un selvaggio autolesionismo, per quanto con diverse motivazioni: fortificarsi Anna, “purificarsi” Franziska. A distinguerle nettamente è infatti il modo con cui reagiscono all’orrore.

La Anna ragazzina, come i gemelli de Il grande quaderno della Kristof (e dell’omonimo film di Zàsz), dai soprusi di cui è vittima impara un odio feroce verso gli altri come verso se stessa, «appartenente a una nidiata indegna» e, per sopravvivere a un inferno abitato da «uomini di ghiaccio», diventa tale a propria volta,in un infinito gioco al massacro in cui vincitori e vinti, carnefici e vittime, forti e deboli, si confondono spesso tra loro perdendosi gli uni negli altri.

«Combatteva in nome di un odio che si assimilava più di tutto al dolore. I morti erano i suoi inutili tentativi di ritrovare la sicurezza di un mondo comprensibile.»

 

La dolce e indifesa Franziska, salvata dal padre in un estremo gesto d’amore, sebbene «irragionevolmente incapace di stare al mondo» è determinata nell’accettare «la folla di spettri» che la tormenta e le crudeltà altrui come mezzo di riscatto delle sue presunte «colpe».

«La vita, per capriccio, l’aveva strappata dalla melma e ributtata nel mondo. L’aveva scelta e gravata della disperazione, del lamento, delle domande brucianti di un popolo fantasma e della vergogna di essere sopravvissuta.»

Le terribili conseguenze delle deportazioni naziste. “Il marchio” di Mariella Mehr

Molto ben delineati anche i personaggi minori, primi tra tutti lo psichiatra Lodemann, frutto di un programma di eugenetica nazista, che cerca attraverso il perdono di Franziska «la restituzione dell’innocenza che gli era stata tolta quando era bambino» ed è disposto, per ottenerla, a lasciarsi incolpare di crimini che non ha commesso, e la volitiva Gertrud, acuta osservatrice delle azioni e degli stati d’animo di Anna.

Sul piano stilistico il continuo alternarsi di assi temporali e lo sdoppiamento dell’io narrante in prima e in terza persona sono espedienti che ci restituiscono con grande efficacia la drammatica discesa di Anna verso la follia, e rispettivamente permettono, il primo di “giustificare” il presente, il secondo di rappresentare con plastica vividezza il perenne conflitto interiore della protagonista, con l’Anna ragazzina «ribelle ostinata depravata bugiarda», ma anche l’Anna adulta ossessionata dalla morte, che osservano il proprio doppio desideroso di normalità, bloccandone ogni tentativo in tal senso. L’universo linguistico e narrativo della Mehr è pervaso da un’ancestrale ferocia che anela al riscatto quanto più sembra precluderle ogni possibilità di accesso. Un mondo che è specchio della spietata crudezza della realtà ma anche poeticamente intriso di ciò che l’autrice chiama «magia rumorosa, più terribile di qualunque ira».

 

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Anziché abbandonarsi a un facile sentimentalismo la scrittura di Mehr «si fa grido», come scrive la brava Anna Ruchat. Un romanzo/grido sconvolgente nel suo iperrealismo squarciato dall’ambiguità di ricordi sanguinosi come ferite e tanto più capace di emozionare quanto più sa mostrare la deprivazione di emozioni provocata dall’orrore. Un grido che è un invito a non dimenticare e a non ripetere le atrocità del passato, dotato della stessa potenza dirompente di Se questo è un uomo di Primo Levi e oggi più che mai necessario.

Un piccolo gioiello che Fandango ha il merito di avere sottratto al rischio di un immeritato oblio, permettendoci di riscoprire il talento di una straordinaria scrittrice che, come dimostra in modo esemplare anche ne Il marchio, ha saputo sublimare l’inesprimibilità dell’abisso in Arte.


Per la prima foto, copyright: Albert Laurence.

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