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“Le signorine di Concarneau” di Georges Simenon

Georges Simenon, Le signorine di ConcarneauTornare a Simenon, leggere un altro suo romanzo è sempre un piacere. Del papà belga dell’ispettore Maigret ammiro lo stile e la prolificità, la sua vastissima produzione – che Adelphi sta pubblicando integralmente. Di Simenon si racconta che fosse in grado di produrre fino a ottanta cartelle al giorno, ma quel che più mi sorprende, ogni volta che incontro un suo testo, è la qualità della scrittura, il talento dell’affabulatore, l’acume infallibile col quale non delude mai le aspettative del lettore. Non fa eccezione a questa regola il recente Le signorine di Concarneau, nella traduzione di Laura Frausin Guarin, romanzo breve che inizia come un noir ma che si rivela, in seguito, un pregnante ritratto di una famiglia borghese bretone.

Concarneau è uno dei più famosi porti pescherecci del Finistère, in Bretagna. Qui risiede la famiglia Gueréc: il quarantenne Jules, proprietario di due pescherecci, vive con le sorelle nubili, Françoise e Céline. Una terza sorella, Marthe, si è sposata con Émile “faccia di topo” Gloaguen, un funzionario della gendarmeria locale, e da allora non indossa più il tipico costume bretone. I Gueréc vivono nella casa accanto all’emporio, vera istituzione per il piccolo comune, da generazioni. E ritroviamo pure qui la maestria di Simenon nel saper evocare ambienti, suoni, colori, odori e sapori con poche pennellate naïf: «Entrò nel negozio e il campanello tintinnò come tintinnava da quarant’anni, da prima ancora che lui nascesse, perché era sempre lo stesso. Sempre gli stessi erano anche i rivestimenti sulle pareti, di legno d’abete verniciato, che ricordavano lo scafo di una barca tenuta con cura. E sempre gli stessi erano i tavoli ricoperti di una mano di vernice, il bancone rivestito di linoleum, l’armadio a vetri con le bottiglie degli aperitivi e dei liquori. Così come lo stesso era l’odore, un misto di catrame, cordami, caffè, cannella e acquavite».

Accade che una sera nebbiosa, tornando a Concarneau da Quimper, il pavido e remissivo Gueréc, alla incerta guida della sua automobile per strade impervie (ha preso da poco la patente), stia rimuginando sulla scusa da addurre al fatto di aver speso con una prostituta i soldi ricevuti dalle sorelle per alcune commissioni. Si è persino dimenticato di acquistare la lana che Françoise attende con trepidazione. Improvvisamente compare la sagoma di un bimbo nel fascio di luce dei fari; un tonfo sordo e Gueréc precipita nel panico. Ha appena investito il piccolo Joseph Papin, ma non ha neanche il coraggio di tornare indietro. Si dà alla fuga, dissimula, racconta alle sorelle di aver perduto il portafogli. Jules Guérec è un bambinone troppo cresciuto, un “adolescente invecchiato” e viziato, che si rifugia nella sua cameretta, in preda a paturnie e paure, prigioniero delle sorelle, possessive e manipolatrici, soprattutto la scaltra e sbrigativa Céline, la sorella più giovane e pragmatica, matrona della casa e dell’emporio.

«Era tutto così assurdo! E ingiusto! Nessuno gli avrebbe creduto… Mai, neanche per un momento, lui aveva avuto l’intenzione di scappare. Non aveva potuto invertire la marcia, ecco tutto, perché la strada era troppo stretta […] Poi, quando aveva visto della gente sulla soglia delle case, aveva avuto paura…». Nei giorni seguenti Gueréc si macera nel rimorso; le indagini proseguono svogliatamente e non approdano a nulla. Nessuna pista da seguire per arrivare al pirata della strada che ha provocato la morte di quel ragazzino disadattato, che viveva con la madre e con un gemello, Gérard. In casa c’era pure uno zio ritardato, Philippe, che Jules decide di assumere per dei lavoretti nei suoi pescherecci, con la vaga idea di risarcire in parte la madre, Marie, che gode di pessima fama a Concarneau. Marie è una donna dal fascino slavato, apparentemente abulica e indifferente a quanto le sta intorno. È una donna che, a detta di molti, è nata sotto una cattiva stella, una donna infelice a cui ogni cosa, nella vita, sembra andare per il verso sbagliato. «Lei era proprio come l’aveva immaginata. Con un particolare, però, che lui non si spiegava. Era spenta! Come priva di vita». Jules Gueréc non rivela la sua colpa, ma inizia a circuire la donna, a colmarla di attenzioni apparentemente bonarie e disinteressate: le paga il funerale del bimbo, porta dolciumi e giocattoli al gemello, cerca di alimentare una speranza che per Marie è ormai irrimediabilmente perduta.

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Georges SimenonMa il paese è piccolo e la gente mormora. I pettegolezzi passano di bocca in bocca e arrivano anche alle orecchie delle sorelle Gueréc, che cominciano a mettere insieme i tasselli delle stranezze del fratello, a partire da quella sera dove ha fatto ritorno da Quimper. In particolare, Céline rivela un singolare attaccamento affettivo a Jules e la capacità di leggere nel suo animo come fosse un libro aperto. Era stata lei, molti anni prima, quando Jules mise incinta una ragazza dalla dubbia reputazione, a sistemare la faccenda senza scandali. La rispettabilità dei Gueréc va garantita a qualunque costo e il volume d’affari che mobilita la loro famiglia va tutelato, è un blasone irrinunciabile. La loro esistenza è fatta di orgoglio, di dedizione e duro lavoro, scandita da abitudini inveterate, da cerimoniali borghesi, paciosi e imperturbabili.

Jules non si cura delle malelingue; riesce a conquistarsi la fiducia e l’accondiscendenza di Marie che, pur sospettosa, permette le sue visite e i suoi cadeaux. Tra sospiri, mancamenti e irrequietezze, Jules comincia a intravedere una via di fuga alla sua condizione di uomo sottomesso alle sorelle. La possibilità di formarsi una nuova famiglia, di poter, magari, avere anche lui un figlio. Durante una pesca in alto mare, lontano da casa, crede di essersi innamorato di Marie, di desiderare che lei torni a sorridere, a essere una donna felice, di farne la sua sposa e rimediare alla sua colpa terribile – il cui ricordo, però, va lentamente affievolendosi.

«Non era un peccato mandare all’aria uno stato di cose tanto solido, rassicurante, confortevole?». Questo il mantra che sembrano recitare a Jules le sue sorelle. Il fuoco del caminetto acceso, gli zoccoli, la zuppa calda e fragrante, una congerie di piccoli pigri piaceri domestici. Ma Céline è determinata; raddrizzerà la situazione anche stavolta: «Domani andrò da lei… Le dirò la verità… Le darò il denaro in cambio del suo silenzio…». La situazione deflagra. Simenon pigia sull’acceleratore; lo stile è quello consumato del giallista, del romanziere d’appendice, dell’architetto di tanti romanzi popolari. Una scrittura scarna, priva di vezzi ma funzionale a creare personaggi monumentali che bucano la pagina e prendono residenza fissa nella nostra compiaciuta memoria di lettori.

La fessura si allarga, la crepa si apre e diventa una breccia. Non è più possibile tornare indietro, riavvolgere il nastro del tempo. «Non ci avevano mai pensato. Più di metà della loro vita era trascorsa nella convinzione che il tempo a venire sarebbe trascorso allo stesso modo, ed ecco che nel giro di pochi giorni, in meno di una settimana, tutto era stato spazzato via, trasformato al punto che non ci si raccapezzavano. Un nonnulla, forse, era bastato a distruggere un’armonia che sembrava eterna». E nuove, strane coppie si profilano all’orizzonte, nuove possibilità di vita, colme di «piccole attenzioni e di litigi, di rimproveri ed effusioni». Altro non dico perché ho già detto troppo, ma leggetelo. È un romanzo di Simenon.

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