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“Le rose del vento”, Widad Tamimi e il peso delle proprie radici

“Le rose del vento”, Widad Tamimi e il peso delle proprie radiciLe rose del vento (Mondadori, 2016) è il secondo romanzo di Widad Tamimi, nata da madre discendente da una famiglia ebrea triestina e da padre palestinese, emigrato in Italia dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967.

Se già nel suo interessante esordio narrativo Il caffè delle donne (Mondadori, 2014) la protagonista era una ragazza italo-palestinese in bilico fra due mondi, questa volta l’autrice racconta senza filtri il complesso antefatto familiare che ha condotto all’incontro tra i suoi genitori, ricostruendo in parallelo da un lato le vicende della famiglia Weiss, appartenente alla ricca borghesia triestina e dispersa nel mondo a seguito della Shoah, dall’altro la vita da profughi dei Tamimi, costretti a lasciare Hebron con la nascita dello Stato d’Israele e a rifugiarsi ad Amman, in Giordania.

È un romanzo complesso, ricco di eventi e di personaggi affascinanti, leggendo il quale si rivivono momenti cruciali del ventesimo secolo.

Ne abbiamo parlato a Milano con l’autrice, che attualmente vive in Slovenia, dove si occupa di accoglienza ai rifugiati nell’ambito di un programma della Croce Rossa.

 

Quando ha iniziato a porsi domande sulle sue particolari radici familiari?

Credo di esserne stata sempre cosciente, era soprattutto il mio nome che in qualche modo mi stimolava a essere consapevole della diversità: un nome arabo apre già una storia, in un paese italiano, e infatti devo dire che proprio da lì ho cominciato a raccontare la mia vita, quando mi chiedevano “come mai hai questo nome?”. Già dalla presentazione di me stessa scaturiva la domanda, e di fatto anche la risposta, ma poi devo dire che fin da piccolissima sono sempre stata interessata a scoprire, a cercare le mie origini.

Ho cominciato a intervistare mio nonno materno quando avevo sedici anni, nella maniera più professionale che potessi avere a quell’età: ho comprato un piccolo registratore, mi segnavo gli incontri e i temi, preparavo le domande. Lui era molto contento di questo, perché era in pensione ed era diventato cieco molto presto. Ho cominciato così, dalla parte italiana della mia famiglia, ma poi, con gli anni, è venuta fuori anche la storia di mio padre.

Andare avanti con l’età aumenta la voglia di raccontarsi, e mio padre, col tempo, ha desiderato di più parlare con me, mentre in principio faceva un po’ di resistenza.

L’incrocio di due storie familiari così diverse per me è stato fondamentale da sempre, insieme alla consapevolezza di appartenere a un ambito culturale differente, se nella propria casa si celebrano feste, si mangiano cibi, si parlano lingue e si ascoltano musiche diverse da quelle degli amici: è inevitabile rendersene conto. Certi valori stanno nelle differenze, che nella mia famiglia erano sempre sottolineate con grande orgoglio, quindi per me è stato facile.

 

I suoi genitori come conciliavano in famiglia le loro origini differenti? Ad esempio, cosa festeggiavate dell’una o dell’altra tradizione?

Nella mia famiglia nucleare, in realtà, le feste non erano considerate perché non siamo religiosi, mentre i vari rami delle due famiglie allargate lo sono. Capitava perciò di festeggiare certe ricorrenze in base al luogo in cui ci si trovava, e alle persone con cui si stava: non è stato difficile, ma al contrario molto interessante.

 

Che effetto le ha fatto appartenere a una famiglia legata a dei momenti storici fondamentali della storia del ventesimo secolo? Le ha procurato delle sensazioni particolari, ad esempio quando studiava la storia a scuola?

Mi ha dato una sensazione di vulnerabilità, almeno in principio: studiare determinate cose, sapendo che parte della tua famiglia le ha vissute, chiaramente mi apriva dei canali di emotività forte. Mi ricordo che già in quinta elementare per me è stato difficile affrontare tutta la questione della Shoah. Ci sono comunque degli aspetti storici che non vengono mai affrontati nelle scuole, e allora seguivo i racconti della famiglia. Probabilmente, fin da piccolissima, avevo un’attenzione verso i telegiornali maggiore rispetto ai miei coetanei. Mi ricordo, ad esempio, che quando scoppiò la guerra in Iraq (La prima guerra del Golfo, 1990-1991) i miei compagni delle elementari non erano sensibili all’argomento, mentre io lo ero, e ne parlavo in continuazione in classe. Se ci si sente coinvolti, si vivono gli avvenimenti in maniera diversa.

“Le rose del vento”, Widad Tamimi e il peso delle proprie radici

Nel romanzo lei parla dell’adesione iniziale del suo giovanissimo nonno materno, ebreo triestino, al fascismo: del resto, si sa che all’inizio della dittatura, prima della promulgazione delle leggi razziali, non pochi ebrei avevano provato simpatia per Mussolini. Questo non poteva essere anche un indice del fatto che la comunità ebraica italiana fosse molto ben integrata, al punto che i suoi esponenti potessero sentirsi in un certo senso prima italiani che ebrei, o comunque profondamente legati al loro territorio, a differenza di quanto accadeva in altri Paesi?

I miei antenati triestini erano profondamente integrati. Loro provenivano da Vienna, dall’Impero austroungarico, e per loro appartenere all’Italia era stata una scelta precisa, perché tra l’altro erano irredentisti. La loro delusione nel percepire improvvisamente un cambiamento di atteggiamento nei loro confronti, con le leggi razziali, è stata molto profonda. Per questo, dopo la seconda guerra mondiale, la maggior parte della famiglia ha deciso di non tornare in Italia, a parte mio nonno che poi era stato l’unico, per quanto poco più che un bambino, ad aderire al fascismo, subendone il fascino da piccolo avanguardista, mentre gli altri erano già consapevoli di quello che si stava preparando.

Non c’è però mai stata una presa di posizione ostile nei suoi confronti. In seguito, per quanto riguarda mio nonno, alla delusione è seguito il rimorso.

 

Il suo romanzo è popolato di personaggi affascinanti. Dato che sono scomparsi in gran parte prima della sua nascita, con quale di loro le sarebbe piaciuto in particolare confrontarsi, oppure con quale pensa che avrebbe avuto maggiori affinità?

È difficile fare una selezione perché sono tutte figure che mi hanno colpito e affascinato, ma probabilmente sceglierei il mio bisnonno Ottocaro (padre del nonno materno), perché non solo è stato una figura di grande importanza all’interno della famiglia, capace di intuire prima di tutti i problemi che sarebbe stato costretto ad affrontare, ma soprattutto perché era un punto di riferimento anche per molte altre persone, al di fuori della cerchia familiare. Un confronto con lui per me sarebbe stato molto interessante, anche se sono rimasta affascinata pure da alcune delle figure femminili.

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Gran parte delle vicende occorse alla metà palestinese della sua famiglia è stata determinata dalla nascita dello Stato d’Israele, però nel libro degli israeliani si parla pochissimo. È stata una scelta consapevole, per non entrare a fondo nella questione politica del conflitto palestinese, oppure era semplicemente più interessata a raccontare le persone?

Israele, in realtà, non ha nessun peso all’interno della mia famiglia materna ebrea. L’identità ebraica è molto complessa, ma non è necessariamente sionista o religiosa, e la mia famiglia è sempre stata antisionista e atea, per cui non ritenevo quell’aspetto determinante.

Secondo me, poi, all’interno di un romanzo è sempre importante scegliere un campo e restarci senza spaziare in maniera eccessiva, perché si finisce per perdere di vista lo scopo primario. Per me il punto principale era proprio la possibile unione e l’incredibile somiglianza delle storie che accomunano palestinesi ed ebrei, non necessariamente israeliani.

 

Poco tempo fa è uscito Borderlife, un romanzo in cui la scrittrice israeliana Dorit Rabinyan ha immaginato le vicende di un’ebrea e di un palestinese che s’incontrano e hanno una storia d’amore, proprio come i suoi genitori. Il libro in Israele ha suscitato molte polemiche, ne è stata addirittura vietata la presenza nelle biblioteche e nelle scuole. A lei, per ora, com’è andata? Il suo libro che reazioni ha suscitato?

So che da parte della comunità ebraica non c’è un’apertura serena nei confronti di questo dialogo, ma neppure da parte dei palestinesi: le unioni miste sono molto malviste. Questo accade anche nella comunità ebraica italiana, però so che chi si è ritrovato a leggere Le rose del vento, magari partecipando controvoglia a una presentazione, poi ha scoperto che poteva condividere molte idee espresse nel libro. In particolare, la comunità ebraica di Trieste, con cui ho i maggiori contatti, ha organizzato un incontro con me, cosa che per loro non deve essere stato molto facile.

Io spero molto nel dialogo, soprattutto con gli ebrei, perché trovo che l’importanza assunta dalla loro componente intellettuale nella società italiana dovrebbe consentire loro di fare un passo per rimuovere gli ostacoli. Essere israeliano è una cosa, ma essere un ebreo della diaspora in altri Paesi del mondo dovrebbe generare, secondo me, un senso di responsabilità verso una causa di pace, e lo stesso si dovrebbe dire della seconda e terza generazione dei palestinesi. Dovrebbero potersi astrarre dalla situazione contingente, che non vivono direttamente ma dall’esterno, e muoversi per aiutare a risolverla.

“Le rose del vento”, Widad Tamimi e il peso delle proprie radici

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Riusciremo un giorno a vedere una Palestina pacificata? Quali sono le condizioni in base alle quali questo potrebbe verificarsi?

Personalmente non so se riuscirò a vederla, ma le condizioni sono sempre l’accettazione dell’uguaglianza, della pace come priorità rispetto al dominio, del rispetto dei diritti umani.

Io non sto da una parte o dall’altra: io sto dalla parte dell’umanità, che ha dei diritti. E questi vanno rispettati. La mia posizione va quindi a difesa di chiunque non veda rispettati i propri diritti, e solo a partire da questo potrebbe esserci una pace. Il problema è che, mi sembra, siamo ancora molto lontani da questo.

Discutere se avere uno o due stati è inutile prima di tutto questo, anche se ormai credo che non sarà più possibile avere due stati. Non so proprio come evolveranno le cose e quali variabili potrebbero cambiare.

 

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C’è stato un momento, in passato, in cui si è andati vicini alla pace?

Ai tempi di Rabin? Credo che si sia trattata di una grande illusione. Le premesse poste allora, sotto l’amministrazione Clinton, hanno accentuato le disuguaglianze: certe concessioni, in realtà, hanno portato ancora più lontano dalla pace. Io non l’ho mai vissuto come un momento che abbia condotto a qualcosa di positivo.

 

Secondo lei ci sono speranze di cambiamenti nella politica israeliana?

Io sono una persona generalmente ottimista, ma riguardo a questo, nel momento presente, non riesco proprio a esserlo. Credo che prevalgano la paura e il bisogno di non guardare in faccia la realtà, la sensazione che a difendere strenuamente la propria posizione si guadagni qualcosa, mentre in realtà ci si allontana dalla salvezza.

 

Tornando alla letteratura: ha dei nuovi progetti di scrittura?

Sì, ho già cominciato una storia d’amore che si svolge a metà tra la Slovenia e la Palestina. C’era una famiglia di palestinesi che esportava arance a Jaffa, e comprava in Slovenia la legna per fare le cassette per trasportarle. È una storia molto affascinante che è avvenuta davvero, ma verrà naturalmente romanzata.

 

Lei ha scelto di andare a vivere in Slovenia, un altro territorio con una storia molto contrastata: con un marito sloveno, ha poi complicato ulteriormente la sua famiglia.

Infatti! Ho scritto anche un racconto breve, che approfondirò più avanti perché secondo me ha le potenzialità di un romanzo, sulla storia della nonna di mio marito, che è stata partigiana.

La Slovenia, in realtà, è molto più austroungarica che balcanica: secondo gli sloveni, i Balcani cominciano più sotto di loro…


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