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“Le regine rubate del Sinjar”, una raccapricciante Mille e una notte al rovescio

“Le regine rubate del Sinjar”, una raccapricciante Mille e una notte al rovescioUn reportage o una raccolta di tragedie femminili o un diario di cronaca nera e schiavitù? Cos’è accaduto alle donne irachene del Sinjar?

Edito nel giugno di quest’anno dalla casa editrice Nutrimenti, scritto dalla celebre poetessa irachena Dunya Mikhail e tradotto da Elena Chiti, Le regine rubate del Sinjar non è un libro, ma un documento indelebile. Davvero difficile da leggere. Non è lo stile, non quello NO. Semplice, schietto, cronachistico. È il contenuto che ha fatto male a me, che sono uomo e voglio raffigurarmi che reazione potrebbe mai suscitare in una donna. Cos’è lei? Una creatura destinata a dare amore, cullare i propri figli e amarli in ogni istante della propria vita o è una schiava, un animalesco oggetto di desiderio e sesso, punto e basta? Ma prima che mezzo mondo femminile possa inveire contro di me e ogni paladina della condizione femminile mi accusi di sessismo, sarà il caso di anticipare che qui, in queste pagine, ho letto storie delle regine rubate di Sinjar.

 

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Sinjar è una cittadina montana o collinare posta sull’altopiano iracheno a ridosso della Siria. Nel periodo della dittatura di Daesh questa località fu rasa al suolo, saccheggiata e in pratica distrutta. E con lei se ne sono andati tutti gli abitanti maschili fucilati nelle fosse comuni dei campi irrigati e le donne che vi abitavano. Sposate, adolescenti, bambine, nubili o anziane. Senza nessuna differenza sono state catturate tutte o quasi dalle jeep e dai pullman neri dello Stato Islamico e sono state imprigionate in terre siriane lontane. La loro vita è cambiata completamente: o si concedevano o venivano picchiate fino a morire. Non solo rapporti singoli, ma orge. O si facevano vendere o per loro c’erano solo stupri di gruppo. Nelle prigioni-scuole di Tell Afar ogni tipo di donna veniva relegata a oggetto sessuale e di mercanzia come nelle epoche antiche, quando le donne venivano portate a Roma incatenate e vendute come schiave.

Le regine rubate di Sinjar racconta storie di vita di donne libere diventate schiave. Che poi definirle così è dar loro fin troppo dignità, perché queste povere irachene erano trattate peggio di come i tedeschi trattarono le donne nei campi di concentramento. Una rischiosa comparazione, ma le testimonianze reali di queste pagine sono una dolorosa prova. Certo che questo libro non poteva neanche essere concepito se Abdullah non avesse consentito (probabilmente a rischio della sua stessa vita) alla scrittrice e giornalista Mikhail di riportare parola per parola le telefonate fra loro due. Abdullah è un generoso e coraggioso uomo che, anch’egli vittima personale della cattiveria di Daesh, si adopera in salvataggi di donne e famiglie rapite o sconvolte dai dominatori islamici in un territorio ben circostanziato: la zona del Sinjar, quella siriana vicina e quelle irachene. Lavora o collabora con l’ufficio del sostegno ai rapiti e con le autorità legali di difesa dei Peshmerga per ritrovare donne scomparse su segnalazioni di parenti delle stesse.

Le regine rubate del Sinjar (a questo punto non credo sia necessaria un’interpretazione della metafora del titolo) è proprio un reportage giornalistico (e per rispettarne i crismi né interviste né fotografie né testimonianze reali), che nasce dalle conversazioni fra Abdullah e la poetessa irachena, dai contatti in rete fra la stessa e le sopravvissute e da un viaggio (quello presso il campo di Qadiya, di sole tende e capanne) da parte di Dunya Mikhail.

“Le regine rubate del Sinjar”, una raccapricciante Mille e una notte al rovescio

Quegli elementi drammaticamente realistici e divenuti fatti narrativi sono sorti da conversazioni interrotte (magari da telefonate urgenti che riceveva lo stesso Abdullah), da messaggi telegrammatici e da coraggiose e perciò ancor più disgraziate storie vissute. Sulla pelle di queste donne, martoriate, dilaniate, umiliate in nome di una grezza mentalità maschilista e schiavista.

Ma, come sempre accade, in ogni tragedia, c’è sempre un contrappasso di positività illuminante, quasi graziosa. Il coraggio, l’impresa impensabile, la gioia della libertà di donne (le sopravvissute) che hanno avuto il coraggio di ribellarsi a un destino truce e hanno saputo riconquistarsi la libertà. E l’hanno fatto anche con l’aiuto di persone come Abdullah, che riesce ad avere contatti e a interfacciarsi con mercanti di schiavi e contrabbandieri di uomini.

 

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Sono molti i nomi che potrei decidere di inserire in queste righe per dar loro una dignità perenne, perché la meritano. Sono racconti di drammi che sulla pelle, negli occhi e nel cuore restano. Che noi seduti sulle nostre scrivanie non immaginiamo. Schiave che hanno colto un frangente della loro prigionia per tentare la fuga. Coscienti che l’alternativa, qualora fossero state catturate nuovamente, sarebbe stata la violenza dissennata. O come liberazione totale la morte. Quante hanno desiderato nel loro incedere quotidiano di suicidarsi. Perché il martirio di se stessi è forse l’atto più nobile che possano concedersi. È questo animo improvvido, questa speranza che si annida fra i massacri dei propri cari e un destino inesorabile a spingere uomini come Abdullah a proseguire nella sua fervida attività di salvataggio. Ed è lo stesso animo che guida una giornalista come Dunya Mikhail a far conoscere al mondo quello che il mondo pensa di sapere e non sa.

Si diceva prima di non citare nomi e cognomi di madri, ragazze e vedove che hanno affrontato tutte le proprie paure per uscire dall’inferno del mondo jiadista.

Ogni capitolo riporta al lettore tramite la voce filtrante di Abdullah le storie strazianti, violente e inconcepibili delle donne irachene o kurdo-irachene. Ne potrebbe bastare una, la prima, a far comprendere che non è possibile incasellare questo libro nei generi moderni né serve ricavarne i dati semantico-linguistici. Perché qui la voce che parla è quella del cuore, delle lacrime e sangue versate in quei mesi di prigionia. Nadia era scappata con suo marito dopo aver saputo del vicino arrivo di Daesh. Come tutte le donne intrappolate sulle pendici del monte vicino al confine siriano (verso dove stavano scappando) anche lei è stata catturata con i propri figli. Ha visto il marito morire davanti a lei e s’è ritrovata da libera a schiava. Questo un aneddoto sulla prigionia presso Daesh: «Ogni volta che mi ordinava di fare il bagno, sapevo quel che voleva dire; e lo esaudivo, per evitare che facesse del male a me e ai miei bambini di sei, cinque e un anno. Mi violentava davanti a loro. Certi giorni, lui e i suoi amici ci scambiavano come regali, per un giorno o due, secondo un accordo temporaneo che chiamavano ‘affitto’».

Non è semplice proporre ulteriori chirurgici dettagli, perché davvero si affievolisce la mano. Non riesci a proseguire con le parole, non ti vengono. Ancora mi chiedo con quale temperie d’animo Abdullah e Dunya siano riusciti a dar vita a un libro, che è una testimonianza disumana eppure reale. Forse, in fondo una spiegazione c’è. La poetessa irachena che l’ha scritto aveva già la pelle marchiata di orrori vissuti. Nel bel mezzo della guerra Iran – Iraq e USA, Dunya ha visto case distrutte, persona care volatilizzarsi nel cielo del fumo e del sangue bellico. Anni prima, anche lei è stata testimone di una guerra cruenta e orrenda, come tutti i conflitti d’altronde. Ecco che allora l’inframmezzo temporale che spezza per un attimo la serie di racconti sui femminicidi Daesh è una forma di compartecipazione e solidarietà femminile. La guerra non dà speranze, ma solo morte. Nelle foto satellitari dei Tg, in quelli delle mostre e nelle parole delle sopravvissute l’anima non si vede. Ma si esprime, eccome, in questo libro attraverso la fotografia e la poesia. L’una è l’arte che meglio dà una rappresentazione icastica del dramma umano; l’altra è la più sincera rappresentazione dell’anima spezzata. In quei versi, che giustamente sono stati definiti, “una forma di discorso primario”, c’è tutto il dolore, la sofferenza di persone che la guerra l’hanno provata sulla propria pelle. C’è una sorta di liberazione alfieriana o catartica nei versi assonanti e dolce-amari della poetessa. Il dolore non è anestetizzato, ma è in un subconscio che non vuole e non deve esplodere.

“Le regine rubate del Sinjar”, una raccapricciante Mille e una notte al rovescio

Eppure in quei volti scavati, rudi, silenziosi e impassibili di donne che non ritroveranno mai il sorriso, c’è un segnale di speranza. Si racconta, infatti, che quando Abdullah e Dunya sono arrivati al campo di Qadiya, gli ex prigionieri di guerra con gambe rotte, ferite brucianti o per sempre mutilati abbiano offerto del tè ai loro ospiti. Anzi facevano a gara per accoglierli e poter gioire della loro compagnia. È la solidarietà di chi è stato nascosto in mezzo ai morti fino a notte fonda; di coloro che hanno viaggiato per giorni interi senza acqua né cibo; di chi ha visto polvere, nero e sangue. Di chi sa che le sole forze che possono aiutare a resistere quasi come dei resilienti in mezzo a questi scenari apocalittici sono valori sacri a qualunque religione: amicizia, amore, affetto e vita.

Così Le regine rubate del Sinjar, fra le cruente pagine di orrori impensabili, conserva un seme vitale di speranza imperitura. Incancellabile. Non puoi premere CANC per correggere per sempre ciò che hai sofferto e patito. Non esiste applicazione o reset di hard disk che sia capace di farlo. Come appare nel prologo di questo libro il primo applauso va a chi non smette di vivere per regalare speranza al prossimo:

«Grazie alle sopravvissute a Daesh, per aver accettato di entrare nei dettagli della loro sofferenza, anche se le ferite profonde non si possono dire, solo percepire.

Grazie alle vittime che sono state uccise e non sono morte.

Sono tornate, per raccontarci le loro storie.

Grazie alle persone che si trovano nei campi profughi, per i loro cuori aperti come le loro tende.

Grazie ad Abdullah, eroe dei nostri tempi.»

 

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Sì, grazie a queste persone. Eroi dei nostri tempi. Protagonisti di novelle come quelle delle Mille e una notte, ma qui non ci sono ladroni, geni, principi e principesse, ma solo regine rubate e gloriosi redentori.

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