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“Le quattro stagioni dell’estate” di Grégoire Delacourt, la nostalgia del primo amore

“Le quattro stagioni dell’estate” di Grégoire Delacourt, la nostalgia del primo amoreLe quattro stagioni dell’estate è l’invitante titolo dell’ultimo romanzo di Grégoire Delacourt, pubblicitario e scrittore francese di successo. Tradotto da Riccardo Fedriga, il romanzo è stato pubblicato in Italia da Salani Editore per la gioia del pubblico che ha già imparato ad apprezzare la scrittura asciutta ed espressiva di Delacourt. Le quattro stagioni dell’estate accadono il 14 luglio di un improbabile fine del mondo, e accadono principalmente lungo il mare, al Touquet. E tra le pagine si susseguono, come in un’armoniosa danza, le vicende di quattro coppie, ciascuna con la propria età, con la propria storia ed epilogo, unite, però, da un indissolubile filo rosso: l’amore.

Durante il suo soggiorno in Italia, Grégoire Delacourt ha risposto ad alcune curiosità per i lettori di Sul Romanzo.

 

Il romanzo sorprende dal punto di vista strutturale. Siamo di fronte a un insieme di racconti, ma questo è vero solo in parte. Il fatto che tutti i personaggi interagiscano gli uni con gli altri grazie ad alcuni dettagli, raccontandosi anche in questo modo, rende il libro un romanzo a tutti gli effetti. Un romanzo splendidamente poco tradizionale. Com’è arrivato a questa scelta?

A me piace reinventare tutto daccapo, altrimenti la stessa narrazione che si ripete mi annoia. In questo caso volevo costruire qualcosa di nuovo, per non annoiarmi, appunto. La seconda ragione è che volevo per questo libro una storia d’amore che partisse dalla prima volta e arrivasse all’ultima volta. Di primo acchito, quindi, ho pensato a una coppia che resta insieme per cinquant’anni. Solo a formulare il pensiero di scrivere un simile libro mi sono annoiato, allora ho preso la coppia e l’ho spezzata in quattro. Ho creato così quattro coppie diverse e questo nuovo scenario mi ha stimolato la creatività.

 

Da dove ha tratto l’ispirazione per la trama del romanzo?

L’idea è nata osservando l’immenso dolore di tante persone infelici che attraverso i social network tentano di rimettersi in contatto con le persone che avevano conosciuto anni prima e che si stanno chiedendo, fondamentalmente, come sarebbe stata la loro vita se con questo lei/lui le cose fossero andate avanti. Mi hanno ispirato i nostalgici del primo amore, si potrebbe dire.

A proposito, ho un aneddoto. C’è stata una ragazza che ha comperato il mio libro e dopo averlo letto mi ha scritto una mail raccontandomi questo fatto incredibile. Aveva incontrato per caso, in aeroporto, il suo ex che le aveva detto di volersi rimettere insieme a lei. Tuttavia, in una pagina del romanzo si legge che non bisogna mai ritornare al passato, e lei non sapeva come dirgli di non voler tornare assieme a lui. Allora ha strappato la pagina del libro e gliel’ha data. Lui ha letto e ha capito. Ecco come il libro è diventato un dono, mentre per me questa storia è stata molto toccante.

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“Le quattro stagioni dell’estate” di Grégoire Delacourt, la nostalgia del primo amoreDelle quattro coppie, le mie preferite, in un’ipotetica lista, sono la terza, a causa del fantastico colpo di scena, e la quarta, per l’intensità toccante della loro storia. Le prime due – forse perché le sento molto più vicine come età – le ho amate con sofferenza. In una sua ipotetica lista, quale storia le ha fatto più piacere scrivere?

Difficile dirlo. Ho amato tutte e quattro queste storie, però forse mi sono divertito di più a scrivere della terza coppia. Io so fin dall’inizio come andrà a finire, so che ci sarà il colpo di scena ed è proprio questo che mi ha divertito: seminare false piste e far durare la narrazione, seppur dica sin da subito tutto senza che il lettore lo colga. Il personaggio che mi ha commosso di più, però, è quello della seconda storia. Mi ha fatto molto piacere mettermi nei panni di questa donna, una donna che in verità rappresenta tutte le donne che non riescono a trovare l’uomo giusto. Questa donna, ecco, lei, a un certo punto, fa il salto nel passato reso vivo dalla fantasia e si scontra con la realtà. Mi è piaciuto renderla bella, piacevole agli occhi del lettore, ridonandole quel qualcosa che credeva d’aver perso.

 

Nel libro emerge, quasi come una nota in sottofondo, un interessante pensiero. Ho avuto come la sensazione che fintanto che i nostri anni sono fertili, si è guidati dall’impulso procreativo, inteso in senso lato, e da un certo istinto ribelle, quasi aggressivo, verso il mondo fuori; finita l’età fertile, invece, le energie vengono incanalate verso il mondo dentro. È una mia sensazione o forse è il messaggio ultimo del romanzo?

È una domanda molto intrigante. Sebbene da uomo non avessi osato utilizzare la parola fertilità, effettivamente, questa si rivela importante all’interno del romanzo. Abbiamo la madre che racconta l’amore al figlio e lui si arrabbia molto. Isabelle non crede nell’amore. La coppia dei cinquantenni e quella dei settantenni, dal loro canto, sono quasi costretti a costruire una loro storia. Sì, la tua intuizione la condivido appieno seppure non fosse un mio messaggio cosciente all’interno del romanzo.

 

La narrativa non è stato un percorso della giovinezza, anzi ha atteso, per l’esordio, un’età matura. Come mai questa scelta?

Scrivo sin da sempre, essendo un copywriter come prima professione. Le parole sono sin da sempre la mia farina da panettiere. Il fatto di essermi approcciato alla stesura di un romanzo è nato in seguito ad alcune chiacchiere con i miei colleghi, giunti tutti sulla soglia degli -anta. Loro, permettimi di tratteggiare una caricatura, si erano concentrati su certe macchine italiane rosso fiammeggianti e sulla compagnia di amiche ventenni alle quali mostrare le barche e le case in montagna, e mi chiesero cosa desiderassi. Io ho colto l’occasione per chiedermi cosa non mi perdonerei di non aver fatto, e la risposta è stata: scrivere un libro. Ho scritto così il primo libro e mi sono divertito un mondo. Ne sono seguiti altri riscontrando l’assenso del pubblico.

I libri sono sempre stati importanti per me, specie, per esempio, negli anni in collegio potrei dire che mi abbiano salvato la vita. Ho iniziato a scrivere quando ho sentito che fossi pronto per farlo senza rischiare di scrivere qualcosa di simpatico ma non interessante, come poteva accadere quando avevo vent’anni.

 

Cronologicamente, lei è anzitutto pubblicitario. Cos’hanno in comune la pubblicità e la scrittura?

Entrambe sono esigenti. Ovvero, c’è l’esigenza di essere concisi, di togliere il grasso dal prosciutto, le parole di troppo. Infatti, la mia scrittura è serrata.

In tempi recenti mi è capitato di rileggere Il conte di Montecristo di Dumas – un regalo del mio editore che forse mi pensava un po’ stupidino e bisognoso di una lettura intelligente. Mille pagine alquanto noiose per me, specie in alcune descrizioni lunghe trenta pagine. Mi viene in mente una scena di Parigi, di notte, in calesse, in cui il narratore racconta ogni dettaglio che si trova sulla strada. Qualcosa di infinito e indispensabile per quel tempo. Oggi, però, viviamo in un mondo fatto di immagini e la scrittura deve essere concisa. Se dico che lei è triste, non serve che descriva la lacrima che scivola lungo la guancia lasciando tracce umide nel suo passaggio. Lei è triste, punto e basta, e lo abbiamo capito tutti. Ecco, dalla pubblicità ho imparato a tagliare, perché pubblicità e scrittura hanno in comune il rispetto per l’intelligenza del lettore.


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