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Le mille e una notte. “Il memoriale della Repubblica – Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano

Miguel Gotor, Il memoriale della Repubblica, Aldo Morodi Filippo Belacchi

Quello che segue è un commento molto lungo. Se volete farvi un’idea di questo libro è sufficiente leggere le poche righe qui sotto; poi, se mi volete bene, leggete anche il seguito.

Il memoriale della Repubblica di Miguel Gotor (Einaudi, 2011) illustra la densità di un intrico costituito da uomini e dall’esercizio spesso spregiudicato del potere di cui disponevano tra gli anni ‘60 e ‘80; lo storico mette in luce fatti, fatti apparentemente disparati, e li collega tra loro. E lo stesso fa con gli uomini; uomini di governo, dello spionaggio, del sottobosco malavitoso e, ovviamente, di antiStato, “il partito armato”, com’è stato chiamato, la cui frangia più nota furono le Brigate Rosse. L’occasione per prender in mano e soppesare la massa nucleare di questo intrico è uno tra i fatti più noti: il sequestro Aldo Moro – 16 marzo - 9 maggio 1978 – ad opera delle BR. Già scrivere una frase così semplice e difficilmente confutabile (Moro è stato rapito e ucciso dalle Brigate Rosse) diventa, nel contesto di fatti raccolti dallo storico Gotor, affermazione chiaroscura e perde la sua radianza, o più semplicemente la chiarezza ne è compromessa perché per dire “I terroristi rapiscono Moro il 16 marzo 1978”, per affermare ciò in maniera robusta occorre puntellare con una grande quantità di note a piè di pagina una serie di fatti tra loro concatenati, di rapporti tra uomini di potere e di contropotere, e poi giornalisti, docenti universitari, malavitosi, servizi segreti nazionali e internazionali, personalità dell’esercito, banchieri, un mescolame dentro il quale trovi di tutto, tranne l’uomo medio, noi, in fila a fare la spesa e ascoltare alla radiolina Little Tony.

Gotor, lontano da dietrologie, non districa l’intrico ma offre al lettore, carte alla mano, l’immensa densità di questo gnommero, come lo definirebbe il tenero commissario Ingravallo. Districarlo credo sia impossibile, almeno per ora; forse lo sarà in un futuro lontano, quando questa vicenda non sarà che un relitto della storia, un vecchio pezzo d’antiquariato, come un tavolo fastoso e rotondo su cui personalità del passato hanno preso decisioni capitali. Lo gnommero verrà districato quando questi fatti saranno abbastanza lontani nel tempo per poter far dire a chi li leggerà: Dio, quanto contorti, corrotti e assetati di potere erano nel passato.

Il grande pregio di questo testo è dare un’idea, un’epifania più che un’idea, dell’intrico di potere che avviluppò il nostro Paese tra i ‘60 e gli ‘80. Al centro della scena troverete Aldo Moro e gli scritti stesi duranti i suoi ultimi 55 giorni di vita.

Una confessione. Non avevo mai sentito parlare di questo libro, e nemmeno del suo autore. Circa un mese fa ho  visto su La Repubblica online un breve filmato in cui Massimo Cacciari inveiva contro Laura Comi. Questa giovane esponente del Pdl riteneva maleducato e sostanzialmente spietato il comportamento di Umberto Ambrosoli (esponente del partito dell’odio), il quale aveva lasciato la Sala Consiliare della Regione Lombardia durante il minuto di silenzio in commemorazione di Giulio Andreotti, scomparso il giorno prima. L’invettiva di Cacciari bersagliava non Laura Comi in sé, ma la sua presunta abissale ignoranza, e le chiedeva se aveva un’idea su quanto fosse politicamente intricata la fase storica in cui Andreotti era al potere. No, la Comi non pareva averne la minima idea. E poi le ha detto: «S’informi! Ci sono dei libri su questi fatti… c’è il libro di Gotor!». 

Questo l’antefatto. A mia discolpa va detto che, per quanto estremamente lacunosa sia la conoscenza degli oscuri o quanto meno ambigui fatti della recente storia italiana, so chi era Andreotti, so chi era Ambrosoli, so cosa Andreotti ebbe a dire sulla fine di Ambrosoli Giorgio, padre di Umberto; una frase che è quasi meglio, anzi è sicuramente meglio non riportare.

«Go chi?! Ma che cazzo di nome ha detto?». Ho dovuto guardare il filmato due, tre volte perché il nome non mi suonava per niente famigliare. L’accento veneto ha connaturato in sé una cadenza che fa venire in mente una persona prossima a perdere la pazienza. Se a questa naturale cadenza si aggiunge anche un autentico spazientimento, decifrare un nome non è cosa facile. Poi ho scritto su Google quel che mi pareva di aver intrasentito e il motore di ricerca mi ha chiesto: «Forse intendevi: Gotor?» ed è saltato fuori questo Il memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano. E anatomia è la parola chiave di titolo e sottotitolo.

Calma però, prima di parlare di anatomia e di autopsie condotte da Gotor nel corso di questo libro erculeo, colmo di note, con una bibliografia che sembra una prateria Western, vorrei dedicare qualche riga a un giovane bruttino, o che si vede tale, che con tutta probabilità passerà l’estate sotto l’ombrellone, ignorato dalle feste, dai suoi coetanei, dal mondo. Me lo immagino, questo giovane bruttino con un voglia vorace ma ancora senza oggetto di conoscere, di sapere; bene, se là fuori esiste qualcuno che somiglia a questo frutto della mia immaginazione ho da offrirgli un percorso di lettura che lo terrà occupato per i prossimi tre mesi. Comincerei con American Tabloid di James Ellroy, poi questo testo di Gotor e infine Vita e Destino di Vasilij Grossman. Letti in serrata successione, arriverà settembre in un lampo (dimensione ideale per un giovane che immagino malinconico, costretto a sublimare, a trasformare la sua libido in forsennata voglia di letture) e, cosa ancor più preziosa, il giovane bruttino si farà un’idea abbastanza precisa su cosa sia il potere, sulle persone che lo gestiscono o lo hanno gestito e cosa sia non lo Stato ma l’ombra che esso proietta su di noi che all’interno di questo spazio viviamo. Ellroy, Grossman e Gotor parlano da meridiani diversi e di Paesi diversi e pertanto nei loro libri le declinazioni del potere assumono nuance, sfumature, tinte differenti e proprio per questo, sebbene due siano romanzi storici e uno, questo di Gotor, è invece un libro di Storia, si possono osservare da vicino le movenze, le andature, i sospiri, gi ansimi e la furia silenziosa del potere.

Come appena detto, essendo questo un libro di Storia e non una storia, non un romanzo, l’interpretazione (la convincente ipotesi d’interpretazione) dei fatti è tra le carte raccolte da Gotor, è attraverso il metodo con cui ha ricostruito il nostro passato prossimo partendo da questo memoriale che Moro scrisse durante la sua prigionia. Scrivere: “questo memoriale” significa essere molto imprecisi, come se il memoriale di Moro fosse uno, bello e pronto a farsi leggere da chiunque ne avesse voglia. Le cose non stanno così: si è, infatti, costretti a parlare di memoriale primario (o ur-memoriale) che ad oggi gode dello statuto di fantasma, mai stato rinvenuto; di un memoriale parziale ma dattiloscritto e non autografo, e infine di un memoriale manoscritto e autografato ma fotocopiato; su quest’ultimo ci sono aggiunte e censure, revisioni condotte dallo stesso prigioniero e da mani estranee. Faccenda intricata, tutto qui è intricatissimo e arduo. Ovviamente le due versioni (quella dattiloscritta e quella manoscritta) differiscono e Gotor ipotizza in maniera convincente come, dove e chi lo avrebbe censurato e manipolato per fare arrivare a noi una versione di attutita, per così dire.

Gotor affronta lo spinosissimo e faticoso lavoro di storico che analizza, raffronta, confronta, guarda a fatti dell’epoca relativi alle Brigate Rosse; guarda ai vari colpi di Stato abbozzati, congegnati e poi caduti nel nulla, alle vicende di giornalisti, magistrati, carabinieri spesso finite dentro l’auto sotto casa, ogni elemento che possa insomma gettare luce sulle parti mancanti del memoriale; interpreta testimonianze, articoli e interviste di molti giornali dell’epoca, conduce con rigore filologico (che a volte, soit dit entre nous, procura al lettore un fastidioso prurito al cervello) e precisione di storico di razza e ci consegna questo libro. Ora, però, basta parlare dei fatti, parliamo delle sensazioni, delle immagini e del ronzio che mi ha accompagnato durante la lettura.

Miguel Gotor, Il memoriale della Repubblica, Aldo MoroCentinaia di persone che tramano, agiscono, strozzano la vita di alcuni aprendo vie ad altri; Stato e antiStato che s’intrecciano o paiono farlo in quel modo mimato, silenzioso tra il pretesco e il borsaiolo in un Paese che somiglia a una lunga penombrosa navata di una chiesa. Moro, intanto, disteso su un letto, un paio di cuscini dietro la testa, come Marcel Proust, scrive la sua, che poi è anche la nostra, Recherche du temps perdu. Ricorda, mescola memorie private, ritratti impietosi, accusa, implora e sente che la scrittura è l’unico modo che può per tenere la sua vita ma anche la sua anima, la sua capacità di sperare, pensare, ricordare, costruire, esortare, vibrare.

Le persone che partecipano a questa vicenda sono un esercito – sembra Guerra e Pace –, ognuno gioca un ruolo, ma ogni ruolo è ambiguo, anche chi ha sparato non ha solo sparato, ha fatto qualcosa d’altro che non si capisce bene ma sicuramente lo ha fatto. Ha stretto rapporti, ha interagito con la parte avversaria, con la parte, dal suo punto di vista, sbagliata. E lo stesso può dirsi di molte personalità di Stato. In mezzo c’erano onesti, spiriti risorgimentali, con un’idea antiquata, forse, di eroismo, ma pur sempre di eroismo si trattava, e ovviamente tutti hanno fatto una brutta fine, vale a dire che non sono deceduti per cause naturali.

Moro muore il 9 maggio 1978, il corpo viene rinvenuto in via Caetani, una via che collega la sede della D.C. e quella del P.C.I., come se gli assassini non avessero resistito a recapitare questo messaggio, come un quadro del Rinascimento in cui il corpo di un martire è steso in roveto di simboli. E ancora, il dattiloscritto degli interrogatori condotti dalle B. R. viene rinvenuto in un appartamento di Milano in via Monte Nevoso. Un dattiloscritto non autografato da Moro e pertanto la sua veridicità viene subito azzerata. Ma non finisce qui. Dodici anni dopo, nel 1990, nello stesso appartamento durante lavori di restauro, e questo è un tocco da inguaribili teatranti tipicamente italiano, dietro un muro di cartongesso vengono rinvenute le fotocopie degli scritti di Aldo Moro. Un anno prima, cade un muro grosso a Berlino e, un anno dopo, qui in Italia cade un muretto di cartongesso. Pare che le mani che hanno operato abbiano il vizio della stucchevolezza e che nutrano la dietologia, la simbologia, il costante segnale perturbante e assieme comico.

Nel frattempo, in quest’arco di tempo succede di tutto, ma questo tutto non lo si capisce mai fino in fondo e ancora non si continua a capirlo. Solo una cosa è chiara: il potere o l’esercizio del potere è la cosa che personalmente comunica un senso sconfinato di solitudine. Possiamo chiamarlo lo Stato, che si vede costretto a esercitare il potere in maniera così spietata, irresponsabile, insondabile, ma lo Stato è formato da uomini e la qualità di questi uomini fa spavento, come anche le decisioni che prendono sulla vita degli altri: su cosa fare sapere e cosa nascondere; l’anaffetività impera nei corpi di questi uomini di Stato. E in un cubicolo, steso su una brandina, un uomo,durante la sua agonia scrive la Recherche di una nazione. Gotor di questa Recherche è, da quel che mi risulta, il critico, il biografo più bravo, adeguato, rigoroso, appassionato e coraggioso.

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