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Le memorie fotografiche della prima guerra mondiale

Fotografia dell’archivio SmethurstLa prima guerra mondiale, di cui nel 2014 sono iniziate le celebrazioni del primo centenario, che, per i prossimi quattro anni, impegneranno tutti i Paesi allora coinvolti, ha costituito un preciso punto di svolta riguardo al modo di documentare, sia per iscritto che per immagini, gli avvenimenti accaduti sui diversi fronti europei nell’arco del periodo 1914-1918.

Di nessun conflitto precedente possediamo infatti una mole così imponente di testimonianze scritte, grazie anche al significativo aumento dell’alfabetizzazione nelle classi sociali più umili, che ha portato alla produzione di lettere, cartoline, diari e libri di memorie da parte di centinaia di migliaia di combattenti: ma è stata senza dubbio la fotografia, a settantacinque anni dalla sua invenzione e ormai evoluta dal punto di vista tecnico, ad assumere il ruolo di principale testimone degli eventi.

Ci sono, naturalmente, le immagini ufficiali scattate per conto delle autorità, che se ne servono sia per documentare le fasi della prima guerra mondiale, sia per alimentare la propaganda verso i civili, così come la recentissima invenzione dell’aeroplano permette di offrire per la prima volta fotografie dall’alto dei territori, che si rivelano preziose dal punto di vista strategico.

La stampa illustrata, da parte sua, è sempre più avida di immagini da pubblicare accanto agli articoli dei corrispondenti, ma ciò che si rivela molto più interessante, sia agli occhi degli storici che a quelli del grande pubblico, è la quantità sterminata di scatti effettuati per uso personale, non solo dai civili che vivevano nelle zone interessate dalle vicende belliche, ma anche dagli stessi militari impegnati al fronte.

All’epoca del primo conflitto mondiale il mercato fotografico è già abbastanza evoluto da poter offrire una scelta di apparecchi relativamente economici, ma soprattutto facili da usare e così maneggevoli da poter essere portati con sé anche in uno zaino militare: le ingombranti apparecchiature a lastre con cui i primi corrispondenti di guerra fotografavano i conflitti ottocenteschi, dalla guerra civile americana in poi, sono già un ricordo lontano.

Sono quindi gli scatti, rimasti molto spesso anonimi, di questi testimoni oculari degli avvenimenti, di cui quasi sempre ignoriamo il destino successivo al momento in cui si sono fermati a fotografare ciò che è giunto fino a noi, a costituire oggi il patrimonio iconografico più prezioso della prima guerra mondiale.

Molti di essi sono stati raccolti in passato e sono parte integrante dei numerosi musei dedicati al periodo 1914-18 sparsi un po’ in tutta Europa: solo in Italia esistono parecchi luoghi espositivi, realizzati nelle zone teatro dei combattimenti tra l’esercito italiano e quello austriaco. Occorre tra l’altro ricordare che gli abitanti di quelle zone, per quanto di etnia italiana, erano sudditi dell’impero austroungarico, e quindi costretti a combattere dall’altra parte del fronte, così che i loro ricordi sono molto differenti da quelli di chi difendeva la bandiera italiana a pochi chilometri, se non a qualche centinaio di metri, di distanza.

Ma ancora più emozionanti delle immagini che possiamo osservare nei musei sono quelle conservate con cura dai reduci dopo il loro ritorno alla vita civile, a lungo riservate alla visione da parte di pochi parenti e amici, e che solo in tempi recenti sono state messe a disposizione del grande pubblico, a volte in modo del tutto casuale.

Dell’esistenza di così tante fotografie della Grande Guerra si è venuti in effetti a conoscenza soltanto a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, quando la maggior parte dei reduci è venuta inevitabilmente a mancare, lasciando agli eredi il compito di recuperare, nelle case lasciate vuote, i ricordi di un evento che aveva segnato le loro giovinezza, anche se non tutti hanno saputo apprezzare il valore documentario di certe immagini o degli oggetti conservati insieme ad esse.

Ne sa qualcosa Bob Smethurst, un signore inglese che per trentasei anni ha esercitato il mestiere di netturbino nel Sussex. Verso la fine degli anni Settanta del Ventesimo Secolo, all’epoca in cui i netturbini inglesi dovevano svuotare a mano i bidoni dell’immondizia, controllandone il contenuto, Smethurst aveva iniziato a notare come tra i rifiuti si trovassero talvolta vecchie fotografie e altri cimeli della prima guerra mondiale, provenienti dallo svuotamento delle case di persone scomparse. Incuriosito, ha iniziato a conservare tutti gli oggetti che risvegliavano il suo interesse, giudicando ingiusto che tante importanti testimonianze di un evento storico fondamentale andassero perdute per sempre.

Al momento di andare in pensione, Bob Smethurst si è così ritrovato proprietario di una delle più ricche e importanti collezioni di fotografie storiche della Gran Bretagna, comprendente più di cinquemila immagini, oltre a lettere, cartoline, diari, proiettili e persino decorazioni, che sarebbero altrimenti finiti in qualche discarica o inceneritore, e che gli hanno procurato diverse offerte d’acquisto da parte di istituzioni e collezionisti privati, anche se lui è deciso a conservarla per sé e per i propri figli e nipoti.

Fotografia dell’archivio Smethurst

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Anton Orlov, americano di San Diego, non ha invece antenati che abbiano combattuto nel primo conflitto mondiale e non è nemmeno un appassionato di cimeli bellici, però colleziona macchine fotografiche d’epoca. Tempo fa, acquistando da un antiquario un apparecchio per realizzare immagini stereoscopiche, particolarmente in voga al principio del Novecento, ha scoperto, con grande emozione, che al suo interno si trovavano ancora una dozzina di piccole lastre impressionate dall’antico proprietario, e mai sviluppate.

Fotografia della raccolta Orlov

Queste immagini, una volta stampate, si sono rivelate come eseguite durante il primo conflitto mondiale, e documentano la distruzione di un imprecisato villaggio sul fronte francese: sono state viste per la prima volta a quasi cento anni  dal giorno in cui l’antico proprietario dell’apparecchio, presumibilmente caduto in combattimento, le aveva realizzate, e grazie alla scansione digitale sono ora a disposizione di tutti sul web.

Fotografia della raccolta Orlov

La digitalizzazione si è tra l’altro rivelata uno strumento prezioso per salvare tutte le vecchie fotografie di guerra, che a distanza di un secolo appaiono spesso molto logorate per quanto riguarda i supporti cartacei, oltre che inesorabilmente sbiadite dall’azione del tempo: grazie alla conversione in digitale, questi documenti storici ritrovano una nuova vita, ma soprattutto possono essere condivisi da un pubblico vastissimo.

Fotografia della raccolta Orlov

Lo spirito imprenditoriale americano ha invece convinto Dean Putney, un giovane sviluppatore informatico di San Francisco, a pubblicare l’album fotografico del bisnonno che la madre gli aveva talvolta mostrato. Il bisnonno si chiamava Walter Koessler ed era un architetto tedesco che, dopo aver partecipato alla Grande Guerra come ufficiale nell’esercito dell’impero germanico, era emigrato negli Stati Uniti, dove aveva anche lavorato come direttore artistico di alcuni film a Hollywood.

Fotografo esperto, nella sua raccolta aveva riunito non solo gli scatti realizzati per sè, ma anche quelli effettuati nel corso di alcune ricognizioni aeree sul fronte per conto dei propri superiori, il tutto accuratamente conservato in un grande album, dove erano stati inseriti anche  i negativi originali.

Resosi conto del valore storico di questa eredità familiare, Dean Putney ha iniziato a scansionare alcune immagini e a postarle sul suo blog personale, ma in seguito ha deciso di realizzare un libro che comprendesse la raccolta completa.

Fotografia della raccolta Koessler

La pubblicazione di un intero volume fotografico comporta però dei costi iniziali piuttosto onerosi, e Dean ha lanciato una raccolta fondi su Kickstarter, allo scopo di raccogliere almeno 50 000 dollari da persone interessate a riceverne poi una copia, e poter procedere alla stampa. In soli trenta giorni, con sua grande sorpresa ha ricevuto richieste per più di mille copie, raccogliendo in totale 113 000 dollari e riuscendo a pubblicare un volume di grande formato ora disponibile su Amazon.

Fotografia della raccolta Koessler

La raccolta Koessler costituisce una rara testimonianza della dura vita dei soldati al fronte, negli interminabili anni in cui tedeschi e francesi si fronteggiavano dalle rispettive trincee, in una guerra logorante che non avrebbe mai portato a significativi mutamenti delle rispettive posizioni, rimaste pressoché immutate fino all’armistizio. Contribuisce inoltre a ricordare agli avversari di un tempo, che spesso hanno demonizzato oltre misura il nemico tedesco, che anche dall’altra parte del fronte si soffriva per il proprio paese, perché il duro impegno dei combattenti comportava le stesse fatiche, gli stessi sacrifici e i medesimi rischi di non tornare a casa indipendentemente dal colore della divisa indossata.

Fotografia della raccolta Koessler

In Italia, Michelangelo Coltelli ha messo in rete le immagini ritrovate poco tempo fa in una cantina di famiglia, realizzate durante la guerra dal prozio Alfredo Barbieri: era un ingegnere di buona famiglia, che da ufficiale non esitava a farsi sollevare in aria agganciato a un piccolo dirigibile pur di poter scattare immagini interessanti della zona del fronte a cui era stato destinato, dalle parti di Asiago, di cui ha ritratto tra l’altro il campanile della chiesa principale, gravemente danneggiato nel corso degli scontri.

Fotografia dell’archivio Barbieri

Al di là delle sempre più diffuse iniziative dei singoli, il più imponente lavoro di raccolta e digitalizzazione di immagini riguardanti il periodo 1914-18 è comunque quello svolto negli ultimi anni dal sito Europeana, che è al tempo stesso biblioteca, museo e archivio digitale europeo, con sezioni specifiche dedicate a ciascuno dei paesi aderenti, indipendentemente dal ruolo avuto durante la guerra e dallo schieramento.

Organizzando i Collection Day in numerose città, Europeana ha dato modo a migliaia di cittadini europei di consegnare fisicamente ai suoi curatori documenti familiari, lettere, fotografie e altri cimeli per farli digitalizzare, e permetterne quindi l’inserimento nella sua ormai sterminata raccolta, narrazione visiva di un conflitto, quello della prima guerra mondiale, da cui è nata l’Europa contemporanea, il cui studio interesserà ancora a lungo gli storici di tutto il mondo.

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Commenti

Segnalo il libro appena uscito di Paolo Rumiz, Come cavalli che parlano in piedi, che racconta di quegli italiani di Trieste e Trento che non combatterono sotto il comando di Cadorna e Diaz, ma sotto la bandiera dell' Impero Austro Ungarico. Il libro di Rumiz merita presentazione.

Sì, Rumiz è particolarmente interessato al tema della Grande Guerra, su cui ha realizzato un magnifico reportage per La Repubblica qualche mese fa, e nel libro appena uscito parla del nonno triestino che combatté nell'esercito austroungarico. Nei prossimi giorni inizieranno le presentazioni del libro nelle principali città italiane, partendo da Trieste.

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