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Le lettere di Oscar Wilde: quando letteratura e biografia s’incontrano

Oscar Wilde, LettereOltre 1500 tra lettere, biglietti, cartoline, telegrammi. È pressoché l’intera corrispondenza di Oscar Wilde, dai tempi in cui, nel 1868, appena quattordicenne, scriveva alla madre dalla Portora Royal School di Enniskillen, in Irlanda del Nord, fino all’ultima lettera, spedita pochi giorni prima della morte da un modesto albergo di Parigi, nel 1900.

L’edizione delle Lettere pubblicata da ilSaggiatore, nella traduzione di Silvia De Laude e Luca Scarlini, fa ampio riferimento a The complete Letters of Oscar Wilde, frutto della collaborazione tra lo studioso Rupert Hart-Davis e il nipote dello scrittore, Merlin Holland (il padre di Merlin, Vyvyan Wilde, aveva dovuto cambiare cognome in Holland dopo lo scandalo del processo per sodomia subito dal padre Oscar). Risultato di un lavoro quarantennale di ricerca, raccolta e annotazione, The Complete Letters vengono date alle stampe nel 2000, in occasione del centenario della morte dell’eternamente celebre dublinese.

Scritte nell’arco di quasi mezzo secolo, le lettere variano molto nel tono, ma raccontano sempre di ciò che è bello e rende la vita piacevole, che si tratti di poesia o di quadri, della bellezza abbagliante della natura, di cibo squisito o bei vestiti. Il tono cambia del tutto negli ultimi anni, quando Wilde è condannato a due anni di lavori forzati per «gravi atti di indecenza» e deve confrontarsi in prigione con fastidi e abusi che con la bellezza hanno poco a che vedere. Scontata la condanna, lo scrittore trema al pensiero di potere presto rivedere i colori e risentire il profumo del laburno e dei lillà. «È stato sempre così, fin dall’infanzia» scrive dalla prigione. «Non c’è un colore nascosto nel calice di un fiore, non c’è curva di conchiglia a cui per qualche oscura affinità con l’anima stessa delle cose la mia anima non corrisponda. Come Gautier, sono sempre stato di quelli pour qui le monde visible existe».

Nella prima lettera della raccolta, Oscar ringrazia la madre, Lady Wilde, per un cesto di regali, e accompagna il biglietto con uno schizzo spiritoso. «L’uva e le pere sono deliziose, rinfrescanti, ma il biancomangiare è un po’ acido, forse per lo sballottamento: per il resto, è arrivato tutto bene». Oltre a frutta e camicie, Oscar desidera ricevere il periodico conservatore «National Review» ed essere informato dei successi letterari dalla madre, poetessa e patriota irlandese. Al padre invece, Sir William Wilde, appassionato di antichità, scrive di arte antica e archeologia. Le lettere successive sono indirizzate a lui, e arrivano dall’Italia. È il 1874, e Oscar, ormai studente di lettere classiche a Oxford, riporta dal suo viaggio impressioni e osservazioni incisive, prendendo pure qualche cantonata. Il gusto per il bello emerge con chiarezza nelle descrizioni entusiaste e negli schizzi a penna dei reperti ammirati al Museo Etrusco di Firenze, copiati per il padre: sarcofagi scolpiti, urne funerarie con testa e braccia, monete e gioielli dal disegno delicato.

Negli anni dell’università la cerchia dei corrispondenti si allarga, le lettere si moltiplicano. Oscar scrive dei divertimenti con i compagni del Magdalen College, dell’impegno altalenante negli studi – si lascia distrarre da un viaggio in Grecia e a Roma, dalla caccia ai conigli e la pesca ai salmoni nelle terre del padre in Connemara. Nello stesso tempo, si prodiga in mille iniziative, caldeggia la costruzione a Roma di un monumento commemorativo a John Keats, cui dedica i suoi primi sonetti. E ancora offre consigli di lettura, manda libri in dono agli amici (Aurora Leigh, di Elizabeth Barrett Browning) e le proprie poesie alle riviste e ai poeti più noti del tempo. Si rivolge con la stessa disinvoltura a Browning, Swinburne, ai pittori preraffaelliti, a politici come Gladstone. Tuttavia le sue lettere dal tono pomposo e infarcite di citazioni greche e latine restano spesso inascoltate.

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Oscar WildeGli ultimi anni dell’università segnano l’inizio della carriera letteraria. Prima di laurearsi a pieni voti nel 1878, vince un concorso di poesia per studenti di Oxford, l’ambito Newdigate; un suo articolo,Grosvenor Gallery, viene elogiato dall’autorevole critico d’arte John Ruskin. È tempo di trasferirsi stabilmente a Londra e intensificare i rapporti con scrittori, pittori, personalità influenti. Nei salotti della città viene spesso preso di mira per i suoi bon mots e le stravaganze nel vestire. Ma lui è un fiume in piena: nel 1882 parte per gli Stati Uniti per un ciclo di conferenze sul «nuovo movimento artistico inglese», ed è un successo strepitoso. Le conferenze più stimolanti, forse, le tiene nella provincia americana. Parla di arte ai mormoni dello Utah; in Colorado scende in una miniera d’argento, calato in un secchio, e racconta ai minatori di Cellini e di come fuse il Perseo. Nel Nebraska visita una prigione, e se lo rattrista la vista delle celle «di un lindore così tragico», lo rallegra il pensiero che i galeotti abbiano a disposizione qualche libro di Dante e Shelley. Ha già cominciato a scrivere per il teatro e prende contatto con attori famosi. Guadagna molto, è abile nel contrattare con editori e impresari.

Dopo un anno in America, fa tappa a Parigi, dove regala a Mallarmé una traduzione francese del Ritratto. Al ritorno in Inghilterra sposa Constance Lloyd. Seguono anni di intenso lavoro, e poi Il ritratto di Dorian Gray, i saggi, le belle fiabe scritte per i figli Cyril e Vyvyan (Il principe felice, Una casa di melograni), il trionfo delle commedie.

In questo periodo il tono delle lettere è spiritoso e brillante. Wilde deve spesso difendere il suo romanzo dalle accuse di immoralità, e lo fa con spirito tagliente. Di una poesia oltraggiosa scritta da un suo detrattore dice che non ha «fuoco sufficiente a far bollire un bricco per il tè». Sono lettere interessanti, perché offrono il punto di vista dell’autore sulla propria opera.

Ma proprio al culmine del successo teatrale con la sua commedia migliore, L’importanza di chiamarsi Ernesto, scoppia lo scandalo. Già da qualche tempo Wilde indirizzava lettere appassionate a Lord Alfred Douglas, il giovane amante che amava paragonare a un narciso, «così bianco e oro». Tuttavia è proprio l’amore per Narciso a costargli l’accusa di «gravi atti di indecenza». Dalla prigione, Wilde continuerà a indirizzare a Douglas lettere contraddittorie, ora tenere, ora piene di amarezza. La più famosa, nota come De profundis, è insieme un atto d’accusa contro l’amante egoista, che lo ha spinto a sacrificare la propria libertà, e la presa d’atto di un cambiamento profondo, nella vita come nella letteratura. Wilde non può più scrivere come prima, perché ha imparato che il dolore, «essendo la suprema emozione di cui l’uomo sia capace», è «insieme il modello e il termine di paragone di ogni grande arte».

Nel 1897, uscito di prigione, Wilde finisce per riunirsi al vecchio amante. Viaggia in Francia e in Italia, a Napoli e nel Sud Italia, torna a Parigi. La sua corrispondenza, ancora fitta, racconta ancora di luoghi e persone, di progetti letterari, ma si fa sempre più noiosa. Il tono è querulo, l’argomento principale sono le questioni economiche, il denaro che non basta mai. Le lettere più interessanti e appassionate sono indirizzate al «Daily Chronicle», e descrivono la vita di adulti e bambini in carcere, la fame, le punizioni crudeli e insensate. Per ogni bambino il carcere è terrore incomprensibile, accusa Wilde. «Agli occhi dell’umanità dovrebbe essere una cosa orribile che lui sia lì». A due anni dalla morte, con un’ultima lettera indirizzata al quotidiano, Wilde partecipa al dibattito per la riforma delle carceri, segnalando le riforme più utili e urgenti. Per dare il suo contributo, non esita a raccontare nei dettagli le esperienze più dolorose e umilianti.

Nel De Profundis aveva ripetuto più volte, ammonendo lord Douglas, che «la superficialità è il vizio supremo». Aveva ricordato all’amante di avergli insegnato piacere e bellezza; ora spera di potere insegnare la bellezza del dolore, o almeno così traspare dalle ultime lettere di Oscar Wilde.

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Commenti

Al redattore di questo commento
Vorrei, per favore, che fosse corretto un refuso: Oscar Wilde uscì di prigione nel 1897 e non nel 1887.
Non definirei NOIOSA la corrispondenza post carcere, bensì AMARA. Aveva perso tutto. Soprattutto i figli, non li ha rivisti più. E le persone che prima lo ammiravano, lo scansavano come se fosse appestato.

Grazie per la segnalazione e per aver condiviso il suo punto di vista sulla corrispondenza di Oscar Wilde dopo la scarcerazione.

Un saluto.

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