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Le invasioni barbariche

Fontana Barcaccia, RomaCome quando fummo attraversati dalle invasioni barbariche, dopo la caduta dell’impero romano, ora l’Italia viene attraversata impunemente da orde di devastatori, tifoserie aberranti e parole vuote che scorrono sull’incoscienza collettiva.

Non parlo soltanto dei tifosi del Feyenoord, ai quali va dato atto di aver rivelato l’inconsistenza di Alfano e degli apparati di sicurezza urbana di Roma, ma anche della condizione più intima del Paese.

Un’Italia dove anche Gino Paoli, moralista come pochi, è accusato di aver evaso qualche milione di euro al fisco, dove un festival di Sanremo senza capo né coda fa milioni di ascolti, dove la sottocultura dell’autoflagellazione pervade ogni ambiente… Questo siamo: il ventre molle dell’Europa e dell’Occidente, il Paese meno attivo, quello meno propenso a farcela, a cambiare, a disporsi verso l’avvenire.

Renzi ha le sue belle responsabilità, come artefice di retoriche neo-berlusconiane. Come le ha l’intera classe politica italiana, nessuno escluso. Ma un pezzo di colpa l’abbiamo tutti, chi sta sopra e chi sta sotto. Noi abbiamo vissuto nell’illusione di una superiorità quasi razziale, di una supremazia artigianale, di una dottrina culturale, mentre il resto del mondo s’è rimboccato le maniche e ha cominciato a produrre, fare, inventare, costruire pensieri lunghi. Siamo indietro? No, siamo fuori, che è peggio. Siamo come quei pazzi ai margini dei sanatori, che parlano alle pietre di argomenti astratti e sputano per terra irriverenti col mondo intero.

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È per questo che i barbari ci affliggono, c’invadono, perché qui trovano praterie, campi aperti, opportunità di bivacco sfrenato, senza un contrasto, senza uno Stato che prenda una posizione netta e precisa. Siamo anche questo, infatti, un Paese con uno Stato molle, un budino istituzionale, una presa in giro della democrazia, un apparato di cortigiani, puttane e borbonici, spiantati baronetti. Di noi si dice all’estero che non ci capiscono più, che abbiamo perso il nostro smalto, che siamo un niente storico – in Francia ci definiscono Les Itarien – con troppa storia nel passato. Siamo dunque tornati quel che fummo prima dell’anno mille: un terreno da invadere pieno di rovine – Pompei, per citarne una, e tutti quei monumenti che cascano a pezzi nelle nostre città.

Ecco cosa siamo: un pezzo d’Europa aperto alle invasioni barbariche, un’Italia debole e senza un progetto di vita.

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