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Le infinite parole femminili, “Tre donne” di Dacia Maraini

Le infinite parole femminili, “Tre donne” di Dacia MarainiDacia Maraini ha compiuto lo scorso novembre la ragguardevole età di ottantuno anni. Il Teatro Vascello di Roma, una delle meritevoli e storiche sedi del teatro indipendente della Capitale, ha omaggiato la scrittrice con due giornate di letture, incontri e spettacoli dal titolo Cara Dacia. A festeggiare l’evento c’è stata anche la pubblicazione per Rizzoli del suo nuovo romanzo: Tre donne. Una storia d’amore e di disamore.

Il libro alterna le tre voci femminili di una famiglia che abita una specie di casa “incantata”: la “vecchia” Gesuina, un’ex attrice che parla continuamente col suo registratore tascabile e va in giro a fare iniezioni alla gente e ad “amoreggiare” con uomini più giovani di lei; la figlia Maria, “la testa sempre tra le nuvole”, che si perde nei libri e nella traduzione della Madame Bovary di Flaubert, e Lori, la nipote, che tiene il suo diario chiuso dentro il muro, soprattutto contro l’invadenza della nonna («una scimmia che ficca il naso dappertutto, anche se non mi denuncerebbe mai, la pensa come me, ma non mi va che legga quello che scrivo, questa è proprietà privata, vietato entrare, via sciò!»).

L’amore è simboleggiato proprio da Gesuina, la donna di sessant’anni, che ha una visione “libera” dei sentimenti e della vita. Ha una tresca con il fornaio Simone che potrebbe essere suo figlio e che ha sposato una donna brutta e secca: ogni volta che va a comprare il pane si appartano dietro il bancone per baciarsi (il ragazzo non vuole far altro che baciarla; sembrerebbe, anzi, impotente). Sui social ha fatto amicizia con Filippo, un uomo di quarantacinque anni (lei gli fa credere di essere una sua coetanea). Gesuina non vuole guardare né la sua carta d’identità, né quella dei suoi amanti, vuol vivere ancora a pieno la sua sessualità.

 

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Le infinite parole femminili, “Tre donne” di Dacia Maraini

La cosa che mi ha impressionato, mentre andavo avanti nella lettura del libro, è che questo tipo di figura femminile ancora “destabilizza” (o meglio destabilizza me, uomo sulla soglia dei cinquant’anni). Non è facile per un maschio avere a che fare con la sessualità libera di una donna di sessant’anni; sì, abbiamo nella vita pubblica alcuni casi eclatanti (l’ultimo, in ordine di tempo, è quello di Brigitte, la moglie “anziana” di Emanuel Macron), ma è una libertà che fatichiamo ancora a “concedere” alla donna (come se noi maschi fossimo ancora legati al binomio di moglie e madre custode del focolare). Una libertà però che anche Gesuina non sa fino in fondo rivendicare, in questo ostacolata anche dalle altre due donne: «dovrei difendere con più forza la libertà dell’amore che non conosce età, che si fa pane, sudore, fiato, respiro, calore, eccitazione, tutto per via del piacere del gioco amoroso. Dovrei essere più decisa, più sicura…»

L’altra faccia della luna femminile è Maria, la figlia, una donna dedita completamente alla “dimensione letteraria” della vita, ai libri che dissemina per la casa, occupando ogni “spazio vitale”. Che si getta con passione e amore sulla traduzione del capolavoro di Flaubert (distruggendo le pagine del Larousse, a forza di consultarle). Che ama la lentezza («la lentezza del pensiero, la lentezza della parola, la lentezza della scrittura…») e disprezza il tempo veloce e tempestoso in cui vive, dove gli schermi liquidi la fanno da padrone. Maria ama però un francese, François, un uomo che lavora in banca, che fa parte di quel mondo dedito agli affari e all’economia che ha infettato il sangue dell’Europa. A lui sono indirizzate le sue lunghissime lettere d’amore. François, sembrerebbe diverso rispetto alla “vulgata finanziaria”: è un cultore della letteratura, soprattutto della poesia. Ha preso due mesi di ferie per andare con Maria in vacanza in Olanda, ad ammirare le ricchezze naturali ed artistiche del paese: le distese colorate di tulipani, i quadri di Van Gogh

Le infinite parole femminili, “Tre donne” di Dacia Maraini

Questa diversità deve fare i conti però con il desiderio dell’altra donna, Lori, la figlia di Maria, quella che si è fatta tatuare un enorme drago sulla schiena. Lori è gelosa del suo diario, delle parole che scrive. Ha un ragazzo con cui fa l’amore, Tulù: «così ricco di famiglia e povero di testa, non è che sia scemo, è solo chiuso, chiuso come un riccio e se ti avvicini troppo, caccia le spine». Poi avviene il “pasticcio” con François, forse perché anche lei è stata catturata dal gioco amoroso, dal gioco fisico dei sensi: «volevo solo assaggiarlo come si assaggia un meraviglioso frutto maturo che ci sta sotto gli occhi per tanto tempo e ti fa venire l’acquolina in bocca». Ma «i corpi a volte tradiscono». Lori rimane incinta; dopo esitazioni e discussioni con la nonna, decide di comunicare la notizia a Maria, la quale ha un crollo: ingerisce una forte dose di sonniferi. Dopo la corsa in ospedale il suo corpo rimane in uno stato vegetativo, in quella terra di nessuno tra la morte e la vita. Lori deciderà di portare a termine la gravidanza (e dare a suo figlio il nome di Prometeo, perché «ha voluto nascere per forza, rubare il fuoco alla morte e aggrapparsi alla vita»). Gesuina, per mandare avanti la casa abitata ora dalla “bella addormentata”, si specializza a fare l’infermiera a domicilio e durante la giornata legge alla figlia le parole del libro di Flaubert tradotto da lei, come se quel suono familiare e domestico potesse riportarla finalmente alla vita («i libri fanno fiorire il cervello, mettono radici profonde che poi si gonfiano di linfa»).

 

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Alla fine sono sempre le donne quelle più coraggiose, che nel momento del dolore stringono i denti e vanno avanti (non è un caso che le figure maschili si dileguino meschinamente quando le cose precipitano).

Dacia Maraini usa una lingua carnale, che ci fa sentire il linguaggio del corpo che ama e si abbandona ai sensi, donandoci una sensazione tattile delle cose (ad esempio, nella bella descrizione da parte di Gesuina dei culi a cui fa le iniezioni) che appartiene solo agli scrittori che hanno consapevolezza di quella che chiamiamo “tradizione letteraria”. Una lingua che ci fa partecipi del meraviglioso e a volte fin troppo crudele gioco sentimentale tra le donne e gli uomini.


Per la prima foto, copyright: Sam Manns.

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