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Le foibe e l’Esodo, una pulizia etnica contro gli italiani?

Le foibe e l’Esodo, una pulizia etnica contro gli italiani?Il 10 febbraio del 1947, con i Trattati di Parigi, l’Istria e gran parte della Venezia Giulia furono ceduti dall’Italia alla Jugoslavia. Dal 2004, il 10 febbraio in Italia si celebra il Giorno del ricordo per rinnovare «la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».

E proprio di questi temi abbiamo parlato con Raoul Pupo, docente di Storia Contemporanea all'Università di Trieste e tra i più importanti studiosi delle foibe e dell'Esodo giuliano-dalmata.

 

Lei definisce l’Esodo giuliano-dalmata come la «cancellazione pressoché integrale di un gruppo nazionale», accompagnata da un’opera di negazione e rimozione della precedente impronta italiana. Possiamo provare a sintetizzare le cause di quest’azione e le relative conseguenze per la storia italiana?

L'Esodo costituisce la maggior frattura nella storia delle terre dell'Adriatico orientale dai tempi della romanizzazione. Infatti, esso ha comportato la sparizione quasi totale della "Italianità adriatica". Con questo termine s'intende l'identità nazionale che si era creata nel corso dell'Ottocento nel solco di una lunga tradizione prima latina, poi romanza e infine veneta, coinvolgendo tutti i gruppi dirigenti, i ceti medi e popolari urbani e parte della popolazione rurale in Istria e Dalmazia. Tale identità si è rivelata storicamente incompatibile con la presenza all'interno dello stato jugoslavo a regime comunista, proprio perché rappresentava la continuità di una storia di preminenza economica, sociale, culturale e politica degli italiani.

Forse il regime di Tito avrebbe tollerato un gruppo nazionale italiano ridotto nelle sue dimensioni, subordinato sul piano sociale e politico, nonché disponibile a considerare la propria appartenenza nazionale come elemento secondario di un'identità prevalente jugoslava e comunista. Le fortissime pressioni compiute per trasformare in tal modo le caratteristiche degli italiani, reprimendo con durezza chi non si adeguava, hanno dato però l'unico risultato di convincere gli italiani medesimi che per loro non c'era più posto nella terra natale. Da ciò la scelta dell'esodo, che può venir considerata come una forma di spostamento forzato di popolazione, avvenuto a seguito di pressioni ambientali e non di deportazioni o provvedimenti di espulsione.

Di conseguenza, entro la seconda metà degli anni Cinquanta del Novecento l'italianità si è ritirata dai territori passati alla Jugoslavia, salvo alcuni minuscoli gruppi di connazionali che tuttora vivono in Slovenia e Croazia. Il regime jugoslavo poi, non solo ha mutato l'immagine del territorio ripopolandolo con persone provenienti da tutte le parti della Jugoslavia, ma ha cercato di cancellare anche la memoria della presenza italiana, presentandone le tracce non eliminabili (rovine romane, città d'impronta veneziana, edifici sacri e profani, ecc.) quali residui di un'avventura coloniale veneziana, come ad esempio nelle isole greche del mare Egeo. Tale approccio è tuttora assai diffuso, specie in Croazia, con esiti anche curiosi, come la trasformazione di Marco Polo in Marko Polo, croatissimo, perché nato nell'isola di Curzola, ora appartenete alla Croazia... Molti degli italiani che durante le vacanze frequentano le bellissime coste dell'Istria e della Dalmazia non sono consapevoli di tali deformazioni e, men che meno, dello spessore del passato su cui camminano.

Le foibe e l’Esodo, una pulizia etnica contro gli italiani?

Lei individua la ragione delle divergenze tra italiani e slavi anche nella dicotomia tra due nazionalismi che guardavano a due Stati diversi. Com’erano i rapporti di forza tra i due gruppi e come sono evoluti e cambiati nel corso del tempo, fino ad arrivare alle foibe prima e all’Esodo poi?

L'Esodo dei giuliano-dalmati è un tipico esempio di quei fenomeni di "semplificazione etnica" che nel corso del Novecento hanno cambiato il volto dell'Europa centrale. Territori caratterizzati da un forte pluralismo linguistico e culturale, hanno vissuto fra Ottocento e Novecento intensi fenomeni di nazionalizzazione parallela e competitiva, che hanno trasformato i diversi gruppi linguistici, spesso sovrapposti e frammischiati, in gruppi nazionali antagonisti, aspiranti al possesso esclusivo di una terra considerata come "propria". Questo è accaduto anche nell'area giuliano-dalmata. La fase della nazionalizzazione è partita durante l'epoca asburgica e ha compiuto un salto di qualità dopo la grande guerra, quando all'impero austro-ungarico sono succeduti due tipici "stati per la nazione", l'Italia e la Jugoslavia, che hanno gettato tutto il loro peso a favore delle rispettive componenti nazionali sui territori contesi.

Il primo tentativo di "semplificazione" è stato compiuto dall'Italia di Mussolini, che ha governato la Venezia Giulia fra le due guerre. Tale disegno di "bonifica etnica" ha comportato costi molto elevati per le minoranze slovene e croata, ma è sostanzialmente fallito per i limiti del totalitarismo fascista. Nel frattempo, nella Dalmazia passata al regno di Jugoslavia la minoranza italiana si è ridotta al lumicino. Dopo la seconda guerra mondiale, l'Istria è passata sotto il controllo del regime comunista jugoslavo, che ha mostrato una capacità ben maggiore del fascismo di penetrare in tutte le pieghe della società istriana, distruggendone i fondamenti tradizionali e determinando una situazione di invivibilità per gli italiani, fino a spingerli all'esodo.

 

Quale fu l’incidenza dell’antislavismo italiano e dell’opera di nazionalizzazione fascista, visti da alcuni come la causa prima della tensione nei rapporti tra italiani e slavi?

Quello della ricerca della "causa prima" di ogni male è stato a lungo un brutto vizio della storiografia di regime jugoslava, malamente imitata – specialmente negli anni Settanta e Ottanta – da parte di quella italiana. È evidente che quel che accade prima influenza quel che succede dopo, ma i processi storici sono articolati e quello giuliano ne è un buon esempio.

La conflittualità fra il movimento nazionale italiano e quelli sloveno e croato data dagli ultimi decenni della dominazione austriaca, quando gli irredentisti italiani sostennero che il governo di Vienna favoriva gli slavi. Poi, il governo fascista fece del suo meglio per inculcare fra le popolazioni slave della Venezia Giulia l'equivalenza fra Italia e fascismo e per rendere odiosi tutti e due. Durante la seconda guerra mondiale le politiche di occupazione italiane in Jugoslavia suscitarono nuove ostilità. Una tale semina di violenza era difficile che non portasse tragiche conseguenze, ma quanto accaduto nell'autunno del 1943, nella primavera del 1945 e nel lungo dopoguerra istriano non fu solo un moto di reazione, ma violenza di stato. Infatti, se pur dentro un clima che in alcuni casi fu di furor popolare, le azioni repressive rispondevano a finalità politiche precise, erano decise dai massimi organi del partito comunista ed eseguite da organi dello stato, come la polizia politica (OZNA). Dietro a esse stava un nuovo soggetto politico – il partito comunista jugoslavo appunto – portatore di una propria cultura della violenza d'impronta rivoluzionaria e stalinista. La violenza politica non era né spontanea né casuale, ma costituiva uno strumento essenziale per la conquista del potere e il consolidamento del regime. Anche nel dopoguerra, settarismo e autoritarismo senza freni prevalsero sempre nei comportamenti dei "poteri popolari" a scapito della ricerca del consenso, determinando una frattura insanabile fra le autorità jugoslave e la popolazione italiana.

Le foibe e l’Esodo, una pulizia etnica contro gli italiani?

Fermiamoci un attimo al settembre 1943 e alle foibe. Condivide la posizione storiografica secondo cui si trattò di azioni non rientranti in un progetto di liquidazione dell’etnia italiana? Oppure, sono riscontrabili azioni di progettualità centrale contro quelli che erano ritenuti i nemici del popolo?

Dobbiamo fare una premessa: tutto il Novecento ha visto un'esplosione della violenza politica, ma con ritmi e accentuazioni diverse. L'elemento determinante sono state le due guerre mondiali. In Italia, la grande guerra ha "insegnato" l'uso sistematico della violenza come strumento di lotta politica. Chi ha imparato meglio la lezione è stato il fascismo e la sua espressione massima è stata lo squadrismo (intimidazioni, olio di ricino, bastonature, devastazioni, omicidi). Quel livello di violenza è stato sufficiente a garantirgli la vittoria, non occorreva immaginare niente di più. Delle violenze squadriste, così come tutti gli oppositori politici, sono caduti vittime anche numerosi esponenti dei movimenti nazionali sloveno e croato della Venezia Giulia.

Quando il fascismo ha preso il potere, è arrivata la fase della violenza di stato: leggi liberticide volte a cancellare l'identità slovena e croata e repressione poliziesca, culminata nei due grandi processi del tribunale speciale a Trieste, nel 1930 e nel 1941, conclusisi con più di dieci condanne a morte.

La seconda guerra mondiale ha spostato l'orizzonte del pensabile. È subito venuta meno la distinzione fra miliari e civili e le popolazioni sono diventate obiettivi strategici (basti pensare ai bombardamenti). Sul fronte orientale, il conflitto è stato fin dall'inizio guerra di sterminio e le stragi sono diventate uno strumento corrente per la "pacificazione" dei territori occupati. In Jugoslavia, la sequenza occupazione (tedesca ed italiana), guerra civile, guerra di liberazione, controguerriglia, ha generato un parossismo di violenza per opera di tutte le parti in causa.

Dopo l'8 settembre 1943 quelle logiche estreme sono state estese anche alle province italiane della Venezia Giulia. Le violenze di massa avvenute in Istria a danno degli italiani in quell'autunno (foibe istriane) rappresentano l'applicazione della prassi di eliminazione dei "nemici del popolo" (variamente definiti a seconda dei luoghi e delle circostanze) solitamente adottate dal movimento di liberazione jugoslavo nelle zone libere temporaneamente create durante le operazioni delle truppe partigiane.

Nella primavera-estate del 1945 il fenomeno si è ripetuto su scala maggiore: non solo nell'Istria interna, ma in tutta la Venezia Giulia occupata dalle forze jugoslave. Anche in questo caso, si è trattato di un'ondata generale di violenza politica, considerata come strumento essenziale per la presa del potere in Jugoslavia da parte del movimento di liberazione a guida comunista. A seconda delle zone, le vittime sono state diverse. Ad esempio in Slovenia, attraversata dalle colonne di militari e civili sloveni, croati e serbi che avevano collaborato con i tedeschi e cercavano di fuggire in Austria, nell'arco di non più di due settimane sono state eliminate molte decine di migliaia di domobranci, ustascia e cetnici, i cui corpi sono stati gettati nelle foibe (cavità naturali carsiche) o nei pozzi minerari. Nei medesimi giorni, nella Venezia Giulia sono state eliminate con i medesimi metodi alcune migliaia di italiani, ritenuti per vari motivi pericolosi per il nuovo regime, vuoi perché legati al fascismo, vuoi perché rappresentanti del "potere italiano" (politico ed economico), ma in alcuni casi anche perché antifascisti non disponibili a sostenere la causa dell'annessione alla Jugoslavia. Inoltre, le violenze di massa avevano lo scopo di intimidire la componente filo-italiana della popolazione, al fine di paralizzarne la capacità di resistenza.

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Come si colloca l’Esodo all’interno della politica della fratellanza italo-slava. Possiamo ritenere quest’ultima solo un’azione di propaganda?

La politica della "fratellanza" venne concepita da parte del partito comunista jugoslavo come strumento per mobilitare le "masse" italiane (cioè principalmente la classe operaia) all'interno delle strutture del movimento di liberazione jugoslavo. In questo senso funzionò abbastanza bene, perché il proletariato di fabbrica di orientamento comunista aderì in effetti in buona misura al fronte di liberazione, che si batteva fra l'altro per l'annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia comunista.

Nel dopoguerra quella della "fratellanza" divenne una politica di integrazione selettiva. Nella nuova Jugoslavia c'era posto per gli italiani "onesti e buoni", cioè disponibili a battersi per l'annessione e per il comunismo. Gli altri erano considerati "nemici del popolo", di cui liberarsi in un modo o nell'altro, ad esempio attraverso l'epurazione, la confisca dei beni, la distruzione del libero mercato, l'interruzione dei contatti con Trieste (sotto amministrazione militare anglo-americana) e l'Italia e ogni sorta di angherie. Fra i "nemici del popolo" rientravano automaticamente i "borghesi", cioè non solo i capitalisti (ben pochi in Istria), ma i ceti medi urbani – vero nerbo dell'italianità istriana – e anche i ceti popolari non proletari, come i pescatori e i marittimi, entrambe professioni assai diffuse. Fra le "masse" cui il regime guardava con favore potevano forse rientrare i contadini, che costituivano la maggior parte della popolazione istriana: ma i pregiudizi del regime verso i piccoli e micro-proprietari, le continue ingerenze nelle pratiche agricole e l'accanita guerra contro i valori tradizionali, a cominciare da quelli religiosi, portarono rapidamente alla critica verso il regime non solo i contadini italiani ma anche parte di quelli slavi, che pur avevano sostenuto il movimento di liberazione. Ma a ogni segno di disaffezione il regime rispose criminalizzando il dissenso e avviando quindi una spirale inarrestabile di ostilità e repressione. Si creò in tal modo una situazione di invivibilità generalizzata, aggravata dalla diffusa miseria. Così, quando il trattato di pace entrato in vigore nel settembre del 1947 offrì agli istriani di madrelingua italiana la possibilità di optare per la cittadinanza italiana e trasferirsi in Italia, la scelta dell'esodo fu plebiscitaria fra gli italiani e coinvolse anche alcune decine di migliaia di slavi. Il regime, colto di sorpresa, reagì non modificando le politiche che avevano generato il dissenso, ma cercando di impedire con la forza l'esercizio del diritto di opzione: in tal modo, però, non fece che rafforzare la determinazione degli optanti e degli incerti a fuggire dalla Jugoslavia prima possibile.

Nel giro di pochi anni, dentro gli schemi della "fratellanza" erano rimasti dunque soltanto i pochi nuclei di operai comunisti, ma nel 1948 scoppiò la crisi fra Tito e Stalin, con la conseguente espulsione della Jugoslavia dal Cominform. I comunisti italiani si schierarono compattamente per Stalin e quindi passarono anch'essi di colpo tra le file dei "nemici del popolo" che il regime represse con durezza.

Due sono le principali ragioni del fallimento della "fratellanza". La prima, perché essa si fondava su alcuni presupposti irreali: vale a dire, che il gruppo nazionale italiano fosse assai meno numeroso di quel che dicevano i censimenti, che parte degli italiani fosse costituita da "slavi italianizzati" facili da ricondurre alla loro nazionalità "originaria", e infine che in una società articolata e largamente tradizionale come quella istriana fosse applicabile una rozza dicotomia borghesi/proletari. La seconda, perché ad applicare la politica della "fratellanza" furono i quadri locali del regime, che erano stati reclutati durante la lotta partigiana proprio in base alla loro carica antagonistica nazionale e di classe, che li portava a vedere ovunque – e in special modo fra gli italiani – dei nemici da "smascherare" e reprimere senza pietà.

Le foibe e l’Esodo, una pulizia etnica contro gli italiani?

Per lungo tempo, l’Esodo giuliano-dalmata è stato considerato parte di una storia locale e geograficamente circoscritta. Quali sono, a suo avviso, le ragioni di quest’atteggiamento? E qual è la situazione attuale?

L'Esodo ha condiviso la sorte di tutte le vicende del confine orientale, a lungo vittime di rimozioni incrociate. Pochissimo studiate, fino ad anni recenti, sono state le politiche di occupazione italiane in Jugoslavia, perché confliggenti in modo clamoroso con lo stereotipo del "buon italiano". Foibe ed esodo sono state considerate a lungo come storie sospette, perché mettevano in discussione quel mito del movimento di liberazione jugoslavo che ha durevolmente affascinato buona parte della storiografia antifascista italiana. I grandi spostamenti forzati di popolazione nell'Europa novecentesca – fra cui rientra l'esodo dei giuliano-dalmati – hanno costituito un tema di ricerca pochissimo frequentato dagli studiosi italiani, perché in apparenza lontano dalle cose di casa nostra.

La situazione è cambiata dopo il 1989, in parte senz'altro perché nei confronti della storia del confine orientale si è acceso un nuovo interesse della politica, che ha a sua volta suscitato l'attenzione dei media; ma in parte anche perché gli studiosi hanno presentato la storia dell'area alto-adriatica non più come una storia locale, ma come un "laboratorio della contemporaneità" nell'Europa centro-orientale. Vale a dire, come un territorio circoscritto e quindi abbastanza facile da studiare, in cui si sono concentrati alcuni dei fenomeni tipici della contemporaneità nel "Medio oriente europeo": processi di nazionalizzazione parallela e competitiva in contesti plurilingui; sostituzione di imperi multinazionali con "stati per la nazione"; instaurazione di regimi autoritari/totalitari impegnati a "normalizzare" il territorio dal punto di vista nazionale e politico; esplosione di violenze di massa a carattere stragistico; incrocio micidiale fra la propensione nazista allo sterminio, le pratiche di lotta rivoluzionarie e quelle repressive staliniste; incontro/scontro fra movimenti resistenziali diversi per riferimento nazionale e visione politica; divisione di territori omogenei da parte della "cortina di ferro"; migrazioni forzate su larga scala.

Accostarsi alle vicende del confine orientale italiano con questa visione larga consente di evitare il provincialismo, venendo al contrario stimolati a partire da una storia localizzata per allargare lo sguardo a una serie di contesti europei mutevoli nel tempo.


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10 FEBBRAIO, DIFFICILE RICORDARE TUTTA LA STORIA DEL CONFINE ORIENTALE.
di Francesco Cecchini

Con riferimento all’ articolo apparso ieri su Pressenza:
www.pressenza.com/it/2016/02/10-febbraio/
nel quale si informava del Convegno storico 11 ANNI DI GIORNO DEL RICORDO, con la partecipazione degli storici Alessandra Kersevan, Claudia Cernigoj, Sandi Volk, Piero Purini, Mario Barone e Mario Puppini, Alessandra Kersevan informa del seguente. E' stato revocato il permesso di utilizzo di una sala della Provincia (Presidente Enrico Gherghetta PD) per la conferenza.
L'iniziativa si svolgerà al Bar Aenigma di Gorizia, mercoledì 10 febbraio alle ore 16.00.
Un fatto sostanzialmente antidemocratico, che va denunciato e che si può spiegare con la volontà, imposta della Lega Nazionale, che pretende che il 10 febbraio si facciano solo “riti sacri” e non convegni di approfondimento e dibattito.

L’ istituzione, il 10 febbraio di ogni anno, di una “ giornata della memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.” con la legge 30 marzo 2004 n.92, non deve proporre, in sostanza, una "memoria condivisa'' che cancelli ogni distinzione storica e politica fra fascismo e antifascismo.
La storia non si può eliminare, né si può riscrivere strumentalmente a colpi di leggi; si può anche rinnegare, ma non si può cambiare.
I fatti storici, che spiegano anche foibe ed esodo, momenti drammatici della questione del confine orientale, sono le responsabilità dell’Italia liberale prima e del regime fascista poi, dell’oppressione del fascismo, dell’aggressione azi-fascista, dell’occupazione tedesca e del collaborazionismo italiano che significarono molte tragedie.

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