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Le donne e il coraggio di rinascere. Un estratto da “Tanto cielo per niente” di Maria Venturi

Le donne e il coraggio di rinascere. Un estratto da “Tanto cielo per niente” di Maria VenturiÈ da pochi giorni in libreria il nuovo romanzo di Maria Venturi, Tanto cielo per niente, pubblicato da HarperCollins Italia, romanzo che la stessa autrice ha dedicato «alle lottatrici che come Stella sanno riemergere senza mai fare spegnere la certezza della rinascita».

Stella è la protagonista di questa storia che nasce da un matrimonio finito, quello con Maurizio, e dalla consapevolezza che stare insieme solo per il bene della famiglia non serve. Tanto cielo per niente diventa però ben presto il romanzo della rinascita e del nuovo amore, la storia di una donna che con forza e tenacia sa riemergere dalle avversità e dagli errori.

 

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Qui di seguito, per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto di Tanto cielo per niente.

 

Stella continuava ad alzarsi all’alba anche anni dopo l’abbandono del lavoro. Ormai era come se avesse la sveglia incorporata: ogni mattina alle 5.30 emergeva dal sonno. Scendeva dal letto, infilava la vestaglia e in punta di piedi raggiungeva la cucina. Accendeva la macchina per l’espresso e aspettava in piedi che la spia rossa smettesse di lampeggiare per bere il primo caffè: la tazzina fumante era l’inizio dell’ora migliore della giornata, l’unica tutta per sé. Maurizio e i bambini dormivano ancora, non doveva fare nulla, cellulari e telefono tacevano, la casa era silenziosa e buia.

La sola stanza illuminata era la cucina. Bevuto il caffè si sedeva al tavolo e si godeva quell’oasi di solitudine speciale, senza la malinconia di quando si sentiva sola accanto al marito. Se ne stava lì in compagnia di se stessa senza pensare a niente, lasciando che la mente, svuotata da problemi e affanni, vagasse ovunque. Era una sensazione di libertà e di leggerezza che spariva al termine della sua ora.

Le donne e il coraggio di rinascere. Un estratto da “Tanto cielo per niente” di Maria Venturi

Alle 6.30 si alzava, beveva il secondo caffè e usciva dall’oasi: cominciava la sarabanda di tutte le ore seguenti.

Quella mattina era il 4 ottobre, il quattordicesimo giorno di asilo a tempo pieno di Chicco. Asilo normale. Andò in bagno: alle 6.50 doveva svegliare Maurizio, ma venti minuti le bastavano per fare la doccia, vestirsi, pettinarsi e stendere col dito medio un filo di ombretto sulle palpebre.

Maurizio l’aveva sentita alzarsi ed era già sveglio. Avrebbe voluto seguirla in cucina, ma era stato bloccato dallo stesso disagio che provò nel momento in cui Stella si avvicinò al letto. Gli sembrava impossibile che lei non si accorgesse del suo primo tradimento fisico e che la sua voce, il suo viso e il suo corpo fossero rimasti gli stessi.

 

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Chiuse gli occhi come se dormisse ancora. Al suo «è ora, Maurizio» li aprì, finse di stiracchiarsi e si sollevò dal cuscino. «Ieri sera dormivi e non ho voluto…»

«Ieri sera ho dimenticato di lasciarti la cena da scaldare nel microonde, scusami.»

«Scusami tu, avrei dovuto telefonare per avvertirti che sarei arrivato così tardi.»

Stella fece un gesto come a dire che non importava.

«Ho trovato il cardigan che cercavi, è appeso vicino alle giacche.»

«Grazie… Fermati un attimo.» Si pentì subito di quella richiesta che gli era sfuggita istintivamente. Per dirle cosa? Per proseguire quel dialogo di impeccabile e imbarazzante cortesia?

«Devo chiamare i bambini, si sta facendo tardi.»

«Lucia non è più una bambina!» commentò lui sollevato.

«Così crede anche lei. Ma a quattordici anni non può permettersi le libertà di una diciottenne. Ieri sera abbiamo avuto uno scontro a questo proposito.»

Il discorso stava virando su un tema meno pericoloso. «Il motivo?» chiese Maurizio.

«Con i soldi delle paghette settimanali si è comperata un paio di stivaletti borchiati col tacco a spillo e un set di trucchi. Teneva nascosto tutto in una scatola e l’ho scoperta per caso mentre cercavo un vecchio libro di favole.»

Si fermò qualche istante. «Dovresti essere meno indulgente con lei, Maurizio.»

«E tu dovresti essere meno severa. Alla sua età molte ragazzine fanno cose ben più gravi. E comunque hanno più libertà di nostra figlia.»

«A sentire lei, tutte le sue compagne di scuola hanno il permesso di truccarsi, di vestirsi come vogliono e di uscire dopo cena con gli amici.»

«Forse anche tu, all’età di Lucia, dicevi le stesse cose a tua madre» insinuò con un sorriso.

«Non forse, lo facevo davvero. Ma per fortuna nemmeno mia madre ci è cascata. Le prime scarpe col tacco le ho portate a quindici anni, e soltanto a sedici mi ha permesso la prima pizza di sera. Sorvolo su quello che purtroppo è successo quando ho raggiunto l’età per andare in vacanza

da sola» aggiunse con sarcasmo.

Maurizio conosceva quella storia. Nel 2001, dopo gli esami di maturità, Stella aveva trascorso tutta l’estate a Castiglioncello, ospite dell’amica del cuore Carolina. E qui era rimasta incinta. Durante il secondo colloquio di lavoro, determinante per l’assunzione, così aveva spiegato il suo stato di ragazza madre. In seguito, all’essenziale racconto aveva aggiunto qualche particolare: il padre di

Lucia era il cugino della sua amica, neolaureato in Medicina e con grandiosi progetti per l’avvenire. Lei si era accorta di essere incinta soltanto a estate finita, ma lui stava partendo per un master negli Stati Uniti e lì si trovava quando è nata la bambina: sicuro che Stella avesse accolto il perentorio invito a interrompere immediatamente la gravidanza.

Di più, Maurizio non sapeva: nemmeno il nome e il cognome del cinico padre, rievocato sempre solo con il diminutivo di Pit. Sua moglie non l’aveva più visto né aveva più fatto alcun cenno a lui e alla lontana vacanza. Perché quell’improvviso ritorno al passato, e proprio quella mattina? «Sorvolo su quanto è successo…» Amarezza e sarcasmo erano forse rivolti a se stessa, unita per la seconda volta a un uomo che aveva tradito la sua fiducia e il suo amore?

Le donne e il coraggio di rinascere. Un estratto da “Tanto cielo per niente” di Maria Venturi

Non fece in tempo a darsi una risposta perché Lucia irruppe nella stanza. «Perché non mi hai svegliata?» chiese rivolgendosi alla madre. «Dovevo cercare i jeans che sono spariti e ora non so cosa mettermi.» Solo in quel momento parve accorgersi di lui. «Buongiorno, papà.»

«Buongiorno mamma no?»

«Sì, certo.»

«I jeans erano nella sedia vicino alla finestra, sotto una pila di roba. Li ho stirati e appesi nel tuo armadio.»

Lucia borbottò un «grazie» e sparì.

«È l’età ingrata, non prendertela» disse alla moglie.

«Vado a svegliare Chicco. Si sta facendo tardi davvero.»

«Stamattina li accompagno a scuola io.»

«Sono già pronta, Maurizio. Non serve.»

«Mi fa piacere. In questi ultimi tempi ho trascurato i bambini… e anche te.»

Gli sorrise. «Colpa del lavoro. Sono stata una madre piuttosto assente anch’io, quando lavoravo in agenzia.»

Il sollievo dilagò in lui: Stella non sospettava nulla. Sei mesi di rapporti sempre più rari, gli innumerevoli «sono stanco» con cui giustificava i silenzi e gli assopimenti davanti alla televisione non avevano incrinato la fiducia di sua moglie. Era riuscito a farla franca, il matrimonio era

uscito incolume da una relazione che avrebbe potuto travolgerlo come un uragano.

«Ti amo» disse di getto.

«Lo so. Ora vado a svegliare Chicco» ripeté.

«Vengo con te.»

Il piccolo dormiva ancora profondamente, sdraiato su un fianco sopra Bobo. Era il bambolotto di pezza che la madre gli aveva regalato a poco più di un anno, e le era servito per comunicare con lui, sillabando e facendogli comprendere con i gesti il significato di «mangiare», «bere», «vestirsi», «dormire», «camminare».

Stella infilava una mano sotto i pantaloncini di Bobo e tendendolo per la vita gli faceva compiere tutte quelle azioni.

Ora non ce n’era più bisogno. Non c’era nemmeno più bisogno di scrollare Chicco fino a farlo svegliare: bastava chiamarlo per nome, sia pure con un tono di voce leggermente più alto.

Alla vista del padre, il visetto del bambino si illuminò. Sembrava il suo sosia in miniatura: capelli castani e ricci, fronte alta, occhi color verde scuro, ovale allungato. E lo stesso sorriso irresistibile, la stessa carica di simpatia contagiosa.


Per la prima foto, copyright: Allef Vinicius.

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