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“Le Cose Fondamentali” di Tiziano Scarpa

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“Le Cose Fondamentali” di Tiziano Scarpa (Einaudi)

 
Diciamolo: il titolo è impegnativo. Le cose fondamentali, ovvero le cose da cui non si può prescindere. Alla stessa stregua di quello che avviene per titoli magari più dotti come “I fondamenti della teoria del linguaggio” o “I fondamenti del calcolo differenziale ad uso dei licei e degli appassionati”, quando uno entra in libreria e lo scorge, non può non sentirsi minacciato. “Io racconto di cose fondamentali, dunque sono fondamentale, dunque sono imprescindibile: o mi compri o resti un ignorante”.
Va da sé che con la millantatrice fascetta rossa, non sono io a comprare il libro, è il libro che salta direttamente nella mia borsa. Quando si dice che si vende da solo.
 
Il lettore è un infante?
 
Il libro inizia come un diario della paternità: il protagonista non sa darsi pace, è galvanizzato dal fatto di essere diventato padre da appena poche settimane, al punto da ossessionarsi con l'idea di scrivere una confessione, che il figlio dovrà leggere quando avrà quattordici anni.
Detta così, è un'idea di fondo che potrebbe anche risultare accattivante.
In pratica, invece, sono stata costretta a sfogliare parecchie pagine di pura chiacchiera, prima di trovare qualche paragrafo che andasse al di là del rassicurante stereotipo o della abusata strizzatina d'occhio al lettore.
Ad ogni frase, mi assaliva un senso di stizza, un nervosismo: il protagonista parla direttamente al figlio appena nato.
Espediente in realtà per coinvolgere i lettori, facendo leva sulla tenerezza che può ispirare il rapporto padre-neonato, che su di me però ha avuto lo stesso effetto di quando capita di incontrare certi venditori così spiritosi, così affabili nel voler vendere la loro merce, da rendermi conto che il loro unico obiettivo è appunto vendere la loro merce.
Perché questo è un libro che insegue i lettori, li insegue in una maniera così fastidiosa, strattonandoli quasi per le maniche pur di ottenere la loro benevolenza, da non capire quanto irritante possa essere usare il “tu”, cioè quanto possa essere irritante per chi legge sentirsi in qualche maniera equiparato al bambino stesso, continuamente interpellato da un padre-scrittore ossessivo e solipsistico.
Si potrebbe obiettare che l'effetto è voluto.
Proseguo quindi nella lettura, concedendo il beneficio del dubbio.
 
Fra parentesi
 
E la lettura di questa confessione-paternale anticipata rivela un secondo aspetto: più che il dramma del padre che non riesce a capire quale tono usare per indirizzarsi al figlio appena nato, o il dramma del padre che vede infrangersi i suoi sogni e le sue speranze quando il pargolo si ammala gravemente, ho il sospetto di trovarmi di fronte al dramma di uno scrittore ossessionato dall'idea di farsi ascoltare dai lettori.
E che non sa quali armi usare, pur di ottenere la loro attenzione.
Pur di riuscire a risultare “vero”, “tangibile”, “reale” e quindi riuscire a tenere in pugno chi legge in tutti i ragionamenti, a volte contorti, ma sempre già sentiti o prevedibili, per persuadere della loro bontà.
Quando leggo un libro, mi chiedo sempre quale sia la motivazione di fondo per certe scelte stilistiche. Perché sono costretta a leggere interi paragrafi scritti fra parentesi? (abitudine che anche nella lingua non letteraria trovo seccante).
Per farmi convincere che il narratore stia davvero parlando, in questo stesso preciso momento in cui leggo? Mi sembra pleonastico. Per farmi convincere che stia parlando con sincerità? Niente di più ostentato e falso di chi dice “(io sono sincero)”.
Perché la mia attenzione di lettrice, appena è catturata dal principio di una seppur debole trama, deve essere subito distolta con trovate, artifici stilistici, punteggiature fintamente azzardate e sperimentalismi sciacquati con l'acqua fresca ma clorata dell'acquedotto comune, per renderli potabili al grande pubblico?
Dategli il di più e faranno a meno del necessario, pardon, delle cose fondamentali.
Tutto questo, fra parentesi.
 
Il Colpo di Scena
 
È nel quarantanovesimo minicapitolo, che avviene un colpo di scena, destinato a creare finalmente una dinamica nella trama.
Il pargolo si ammala gravemente, come già accennato: la disperazione del padre si tramuta nel passaggio dall'io-narrante alla terza persona, senza soluzione di continuità.
Da lì in poi, tutta una serie di sperimentalismi potabilizzati. Niente di cui scandalizzarsi, sia chiaro: ma sono artifici così evidenti, così tagliati con l'accetta, insomma, così pesanti, da spostare l'attenzione su di sé e togliere profondità alla lettura.
A questo punto sorrido: neppure in un momento così patetico si riesce a toccare la corda del drammatico, del vero.
Da questo momento in poi, dopo aver accuratamente scansato le corde più sincere del vissuto, e con abile slalom, evitato di affrontare in profondità tematiche che sarebbero potuto risultare scomode, in una parola sgradevoli, non potabili, ecco tornare l'io-narrante.
Questa volta non scrive più ma racconta il tentativo di trovare un donatore di midollo per il suo neonato (che si scopre non essere nemmeno suo, al culmine del paradosso).
E da qui assistiamo a trovate narrative gratuite, come l'amico alter ego Tiziano che fa andare il protagonista fino a Basilea solo per mostrargli un quadro di Hans Holbein, perché, dice, “la risposta ai tuoi quesiti sta in questo quadro”: citazionismo senza alcuna eleganza, perché ostentato nozionismo, effetti speciali in economia narrativa, di cui si poteva davvero fare a meno.
 
Non sto a raccontare il finale, per non togliere sostanza a una materia che di suo già ce ne ha poca.
 
Tirando le somme
 
Mi è sembrata un'opera pretenziosa, non riuscita, non centrata, disequilibrata.
Che il protagonista narratore ci dica continuamente che non sa come proseguire il suo scritto sembra solo una trovata per nascondere un'effettiva impasse dell'autore.
Si può anche portare il lettore in un labirinto intricato, ripeto, ma per farlo bisogna legarlo a un filo: non ha importanza lo spessore, basta che sia un filo univoco e soprattutto che ispiri fiducia, credibilità.
Deve scattare insomma un meccanismo di persuasione tra il libro e il lettore a mio avviso, che qui non c'è o forse c'è solo in alcuni passaggi.
E non c'è perché è un'opera disorganica, perché il lettore è sorpreso a ogni piè sospinto da trovate che depauperano la trama invece di arricchirla e lo portano in un territorio di nessuno.
Anche in questo caso, si potrebbe obiettare che questo era lo scopo in fondo.
Come si dice più avanti: le cose fondamentali non esistono. Ciò che si crede fondamentale decade all'improvviso. E quindi anche la trama.
Si può accettare in teoria questa spiegazione – anche se preferirei non dover giustificare il testo che sto leggendo per farmelo digerire – a patto che le trovate e gli sperimentalismi siano davvero espressione di una ricerca e non una pacchiana effettistica, tipica del “bravo scrittore” che deve impressionare a tutti i costi con la sua maestria.
 
Già, la ricerca. Chiudo l'ultima pagina, riguardo il titolo velleitario e mi interrogo su ciò che mi è rimasto di questo libro: ho letto 167 pagine e non ho provato nessuna emozione, né scoperto nuove prospettive.
Non mi è rimasto niente: sono stata semplicemente intrattenuta, e per di più in maniera grossolana, e scontata.
Nessun voto finora

Commenti

il titolo del libro, abbinato all'ottima recensione di Anna, riporta a quella battuta su Dickens in un film di cui non ricordo il nome:
- Watcha readin'?
- "Great expectations"
- And whaddya think about it?
- I was expecting something more...

sì sì, concordo, ci aspettavamo qualcosa di più

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