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Le contraddizioni delle Sardine. Intervista a Francesco Giorgino

Le contraddizioni delle Sardine. Intervista a Francesco GiorginoSono entrate prepotentemente nelle nostre piazze. Hanno rivoluzionato il dibattito politico del nostro Paese. Hanno conquistato uno spazio nel nostro immaginario. Per i lettori di «La Repubblica» sono diventate la parola dell’anno. Sono state invitate da Maria De Filippi nella prima puntata – che andrà in onda questo venerdì – di «Amici», il talent ipergiovanilistico di Canale 5. Giornali, tg, talk show: tutti hanno detto di tutto su un fenomeno che sembra nato quasi per caso. Stiamo parlando delle Sardine.

Ma cosa sono realmente? Cosa diventeranno? Quali sono state le loro peculiarità e quali i loro errori dal punto di vista della comunicazione?

A queste domande risponde Sardine, fenomenologia di un movimento di piazza (Luiss University Press), una raccolta di saggi firmati da Emiliana De Blasio, Francesco Giorgino, Marco Francesco Mazzù e Giovanni Orsina. Un libro che analizza e approfondisce alcuni aspetti salienti del movimento, studiato dalla prospettiva tipica della sociologia della comunicazione.

Una visione, questa, che aiuta a comprendere la struttura del fenomeno Sardine, tanto affascinanti quanto complesse, e che risulta utile per provare a districarsi in un mare di opinioni, cogliendo anche le contraddizioni e i paradossi intrinseci a un movimento come questo.

Di tutto ciò abbiamo parlato con Francesco Giorgino, volto noto del Tg1, docente all'Università Luiss Guido Carli e direttore del master in Comunicazione e marketing politico e istituzionale della Luiss School of Government.

 

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Perché un fenomeno come le Sardine risulta interessante e importante da studiare e analizzare per la sociologia della comunicazione?

Il fenomeno delle Sardine va inquadrato a partire dalla capacità delle stesse di conquistare spazi molto rilevanti e significativi in quella che viene definita da Thompson come la “sfera pubblica mediata”. Se le Sardine sono riuscite in ciò lo si deve in gran parte al fatto che i mezzi di comunicazione di massa, vecchi e nuovi, quindi mainstream e new media, hanno riservato a questo nuovo fenomeno di piazza uno spazio davvero molto importante. Studiarlo attraverso le lenti e le chiavi interpretative della sociologia della comunicazione significa guardare il “fenomeno Sardine” soprattutto dal punto di vista del suo potenziale mediatico e della propensione alla mediatizzazione. Senza la grande rilevanza data dai media alle Sardine, queste oggi non sarebbero centrali nel discorso pubblico come in realtà lo sono diventate.

Le contraddizioni delle Sardine. Intervista a Francesco Giorgino

Nel saggio si sofferma sui sei punti programmatici delle Sardine. A proposito del terzo, la trasparenza nell’utilizzo dei social network, non crede che le Sardine, alla lunga, potrebbero contraddirsi da questo punto di vista?

Bisogna considerare diversi elementi, anche contraddittori tra loro. Un primo elemento di contraddizione, un vero e proprio paradosso, è la tendenza a utilizzare la piazza per invertire un’intonazione comunicativa quasi sempre ad alto volume, fattore che ho analizzato in un mio precedente lavoro (Alto volume, Luiss University Press, ndr). Si usa quindi lo strumento della piazza per poter fare quello che normalmente in luoghi del genere non si fa, e che si vorrebbe diventasse la modalità comunicativa prevalente.

Il secondo elemento contraddittorio: si rende prioritario, ai fini di una nuova ecologia della comunicazione, un uso più responsabile, consapevole e moderato dei social network. Tuttavia, per perseguire un tale obiettivo si utilizzano proprio i social. E questo ripropone il paradosso della piazza: si vuole accreditare un modello di comunicazione politico e istituzionale molto più ponderato e meno urlato, più negoziato e meditato, meno emozionale e più cognitivo utilizzando un luogo dove normalmente si dà sfogo all’emozione. La stessa cosa vale per i social network: si vuole che i social non facciano danni, ma al contempo si sfrutta il potenziale relazionale degli stessi per far circolare un determinato messaggio.

Bisogna tenere ben presente anche un altro aspetto: la considerazione della piazza come il vero messaggio. McLuhan, a tal proposito, ha sempre invitato i mass-mediologi (o i mediologi, come dovremmo chiamarli oggi) a studiare le differenze esistenti tra mezzo e messaggio, così come i profili di sovrapponibilità e contiguità di questi due elementi. È necessario riflettere, dunque, sul fatto che talvolta il mezzo è il messaggio e il messaggio è il mezzo. Essendo la piazza il messaggio, come già detto poc’anzi, le Sardine rientrano esattamente in questa fattispecie. Quel che arriva, più di ogni altra cosa, è la capacità delle Sardine di portare nelle piazze una quantità enorme di persone, indipendentemente dal fatto che queste siano parlanti o capaci di esprimere una proposta programmatica. Il solo esser presenti in quel contesto socio-culturale, peraltro molto allargato dal punto di vista della partecipazione, rappresenta di per sé motivo per considerare il loro messaggio performante, spendibile e riuscito. Tutt’altra cosa è l’analisi del messaggio vero e proprio: cosa dicono? Cosa vogliono? Dove vogliono arrivare?

 

Lei associa il politelling, la polinarrability e politellability al movimento delle Sardine. In che misura influenzano la narrazione dei loro eventi? Non c’è il rischio che l’attenzione mediatica possa portare a una saturazione di questo fenomeno (con la fine dell’effetto wow)?

L’effetto wow, unito all’adeguamento dei processi politici all’istanza del cambiamento, che ha caratterizzato le società post moderne, è sicuramente una delle ragioni dell’enorme consenso conquistato dalle Sardine, che hanno intercettato una volontà di cambiamento che proveniva dal tessuto sociale. Tutto ciò che è nuovo o si propone come tale ha registrato, negli ultimi anni, un successo notevole. La questione che resta da capire è quanto questo successo sia stato in grado di durare nel tempo e resistere a un’usura che avviene in misura molto più rapida rispetto al passato. Un altro aspetto non trascurabile riguarda il fatto che le Sardine si siano mosse in una logica della polarizzazione, e questo forse rappresenta il terzo paradosso. Se queste non si fossero proposte in chiave polarizzante rispetto al salvinismo o al sovranismo, non avrebbero certamente avuto tutto quello spazio che hanno avuto, stanno avendo e continueranno ad avere. In definitiva il successo di questo movimento si giustifica per le seguenti ragioni: il fattore novità rappresentato dal movimento che lo pone al centro dell’interesse dei media, e la compatibilità, per l’appunto, con la logica della polarizzazione, dell’anti-. Sono nate come un movimento che si contrapponeva al polo sovranista.

Le contraddizioni delle Sardine. Intervista a Francesco Giorgino

A proposito di esposizione mediatica, vorrei soffermarmi sulla figura di Mattia Santori, il quale si sta quasi trasformando in un’unica pop. Qual è il suo pensiero in merito a questa sovraesposizione? E ci sono stati degli errori di Santori nel suo approccio comunicativo e nel rapporto con i media?

Mattia Santori rappresenta quella che, nel libro, ho definito una forma di “nano-leadership”. Pur conservando gli elementi connotativi e costitutivi della leadership in quanto tale, a differenza dei partiti o dei movimenti politici le Sardine non hanno mai riconosciuto formalmente un modello organizzativo incentrato sostanzialmente su processi di vera e propria leadership. Per il movimento, Santori non è leader, è uno dei co-fondatori, ma si muove e si comporta di fatto come un vero e proprio leader politico. Questo è riscontrabile in vari ambiti, innanzitutto nei processi decisionali. Pur nella collegialità c’è una tendenza abbastanza marcata a riferirsi a quello che è di fatto un leader sostanziale, anche se non formale. Un altro ambito è quello mediatico: se si facesse una content analisys delle partecipazioni televisive delle Sardine, sarebbe possibile riscontrare una forte presenza di soggetti altri soltanto nelle ultime settimane. Fino al mese di gennaio gli spazi televisivi sono stati occupati principalmente da Santori, soprattutto nei talk show e nelle trasmissioni più importanti. E ciò per due fattori: i media vogliono Santori. Si accontentano anche degli altri, certo, ma ormai sono abituati a confrontarsi col leader sostanziale. Viene richiesta dunque la sua presenza (mi risulta da contatti diretti con i colleghi); oggettivamente Santori è anche un leader carismatico. Se si guarda ai processi di leadership sostanziale, è possibile far riferimento alla sua capacità carismatica. Il carisma è uno degli elementi che connota la leadership, ed è un elemento in parte connaturato e in parte estraibile dal soggetto sulla base anche di tecniche di public speaking, arte retorica, capacità di governo degli spazi della comunicazione pubblica, e quindi anche della mass communication.

Le contraddizioni delle Sardine. Intervista a Francesco Giorgino

Con la manifestazione di Scampia ha preso il via la terza fase del movimento. Come giudica questa nuova evoluzione delle Sardine? E in che modo crede potranno ricompattarsi dopo quanto accaduto a Napoli?

Io ho la sensazione che quando gli interventi delle Sardine sono decontestualizzati da appuntamenti elettorali hanno meno capacità di appealing sugli elettori e sull’opinione pubblica. Torna ancora una volta il tema della polarizzazione: funzionano quando devono muoversi in contrapposizione ad altre piazze o in concomitanza con appuntamenti elettorali. Se non si riuniscono in queste circostanze fanno oggettivamente più fatica. Pensare, poi, che la risposta ai loro appelli sia omogenea in tutte le regioni e in tutte le città è un errore. È chiaro che in alcune aree geografiche del Paese c’è un humus culturale e sociale più idoneo a intercettare questo tipo di proposta, postura e logica politica. Non enfatizzerei dunque il singolo episodio, ma riporterei l’attenzione sul processo che viene gestito in questo momento dalle Sardine. Quale sarà l’obiettivo, la destinazione finale? Come si evolveranno le Sardine? Diventeranno un soggetto politico capace di essere presente direttamente nelle competizioni elettorali? Saranno un movimento di pressione sull’opinione pubblica? Saranno un modo per poter accreditare una nuova idea di politica che si manifesta solo a livello socio-culturale? Si tradurranno in un progetto molto più strutturato? Finora la proposta programmatica avanzata dal movimento è stata abbastanza generica, se vengono presi in esame i cinque punti della manifestazione di piazza San Giovanni a Roma e i tre punti sottoposti all’attenzione del Presidente Conte attraverso una lettera pubblicata da «La Repubblica». In quest’ultimo caso i temi riguardavano il Sud (ma non si comprendeva esattamente la portata di politica di tale istanza), la sicurezza sul lavoro e del lavoro, e la dignità della democrazia. Concetto questo estremamente interessante, ma al contempo molto vago e che va ulteriormente definito. Ad esempio, io sarei curioso di sapere rispetto alla proposta di Renzi di una premiership vera e propria (oggi chiamiamo premier colui che premier non è, perché è il Presidente del Consiglio) e rispetto alle riforme costituzionali cosa pensano le Sardine. Qual è la loro posizione sulla prescrizione, sulla politica economica del governo, sul welfare state e sulla welfare society. Una volta che le Sardine si saranno espresse su questi temi, si definirà un’identità più programmatica, che al momento ancora non c’è. Finora infatti hanno fatto leva solo sulla volontà di spingere in direzione di un’identità più partecipativa, in pratica basandosi sulla non accettazione del fatto che una cultura sovranista e populista possa essere la cultura maggioritaria nel nostro Paese e accreditando un punto di vista alternativo. L’evoluzione passa dunque attraverso anche questo tipo di ragionamento e l’analisi di quelli che possono essere i rapporti presenti e futuri tra le Sardine e il Partito Democratico, un punto non trascurabile.

 

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Quanto c’è di studiato e quanto di spontaneo nell’approccio delle Sardine alla comunicazione? Che idea si è fatto al riguardo?

Di sicurò c’è della spontaneità, in cui si nota l’effettiva volontà di sfruttare una dimensione comunicativa di tipo orizzontale che si nutre di elementi di simmetricità relazionale. D’altro canto c’è però una logica più verticale o top down, non necessariamente bottom up o a rete. La logica top down è visibile nel momento in cui si fissano delle regole con le quali comunicare, si stabilisce un flusso di comunicazione frutto della condivisione di determinati elementi di programmazione, indicando ad esempio chi può parlare in un determinato territorio e chi ancora può esporsi in televisione. In questo è denotabile un processo un po’ più verticale che mi lascia pensare a una vera e propria strategia. A tal proposito è utile il saggio di Mazzù, in cui si associa al fenomeno una vera e propria strategia di marketing: le Sardine sono diventate un brand, hanno una capacità di sviluppo della percezione esterna che è frutto di un processo di consolidamento della brand identity e di una brand image ormai chiara ed evidente. Tutto si muove in direzione della conformità dell’agire comunicativo quotidiano rispetto a quell’idea, a quell’identità e a quell’immagine che si è riusciti a supportare all’inizio. Allo stesso tempo vedo anche un ricorso a registri comunicativi (intonazione e tone of voice) e gestione dei contenuti che sono abbastanza in linea con le strategie classiche di content marketing e con i processi di branding. Questo mi pare evidente, anche in considerazione del fatto che utilizzo il termine marketing non in accezione negativa, ma neutra. Sono le tecniche di marketing che vengono utilizzate nella politica, e mi pare che le Sardine stiano utilizzando molte di queste tecniche: logo, pay off, clame, contesto di riferimento, posizionamento all’interno di un mercato, quello elettorale della sinistra o del centro-sinistra molto evidente.


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