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Le badanti e le nostre famiglie. Un estratto da “La teoria di Camila” di Gabriella Genisi

Le badanti e le nostre famiglie. Un estratto da “La teoria di Camila” di Gabriella GenisiSarà in libreria a partire dal 10 maggio il nuovo libro di Gabriella Genisi, autrice della fortuna serie dedicata a Lolita Lobosco. La teoria di Camila, pubblicato da Giulio Perrone editore, si discosta dai romanzi fin qui pubblicati dalla scrittrice pugliese ed è incentrato sull’analisi di una figura che, nella nostra società e alla luce delle dinamiche famigliari degli ultimi anni, risulta sempre più essenziale: la badante, che si prende cura dei nostri genitori anziani.

 

Marco ha cinquant’anni quando viene informato proprio da Camila, la badante che si occupa del padre, della morte di quest’ultimo. La notizia sconvolge l’uomo ma è anche l’occasione per fare i conti con alcuni aspetti della sua famiglia. Marco infatti leggerà una lunga lettera lasciatagli dal padre che gli parlerà anche di Camila e del rapporto di affetto instaurato con la donna e del ruolo sempre più centrale da lei ricoperto nella sua vita.

 

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Qui di seguito, per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo in anteprima il primo capitolo del libro.

Le badanti e le nostre famiglie. Un estratto da “La teoria di Camila” di Gabriella Genisi

Esiste un tempo variabile per diventare adulti. Il mio arrivò un venerdì sera di fine giugno, dopo una partita di calcetto. La solita da più di trent’anni, con le formazioni identiche tranne che nei piccoli cambiamenti fisici dovuti a calvizie, addominali ormai inesistenti, resistenza fisica ridotta del 40% almeno. Dribblando sul fiato spezzato dalle troppe sigarette e dallo stress.

Eppure a quell’oretta in campo nessuno di noi avrebbe rinunciato per nulla al mondo. Quelle partite erano il filo diretto con gli anni del liceo, iniziavano esattamente da lì e ci regalavano la perfetta illusione che, nonostante tutto, potevamo essere gli stessi di prima, gagliardi e belli, e che quei magnifici anni Ottanta erano appena a un passo da noi. Pronti a tornare, se solo avessimo voluto. Forse grazie al nuovo presidente degli Stati Uniti.

La mia vita cambiò nel momento preciso in cui rientrai nello spogliatoio per fare la doccia, e da un SMS sul mio iPhone appresi che mio padre non c’era più.

Avevo quarantanove anni, due figli, una moglie, un’ex moglie, un’amante, un paio di amichette per evasioni a macchia di leopardo, il mutuo della casa da pagare, una barca in società con un paio di amici, diciotto mesi di rate per l’auto nuova. Un lavoro che non mi piaceva. Oltre a una quasi sorella che viveva da vent’anni in

Australia e mi mancava tantissimo. Tanta roba, in effetti. E tutta adulta. Eppure non era bastata a farmi diventare grande. Me ne resi conto in pochi minuti.

È quando perdi tuo padre che tutto cambia, che cresci di colpo, che scavalchi il muro e passi dall’altra parte della tua vita. Può capitare a tre anni, a cinquanta o anche dopo, l’età anagrafica non c’entra per niente.

Ero uscito dal campo dieci minuti prima degli altri per evitare gli affollamenti nelle docce e le solite battutacce di fine partita su falli, traverse e rigori discutibili. Dovevo raggiungere Annalisa a casa sua intorno alle ventidue e lei detestava aspettare. Sarei arrivato in ritardo come al solito e si sarebbe arrabbiata moltissimo ancora una volta. Forse riuscivo a recuperare almeno un quarto d’ora. A questo pensavo, e a cosa avrei fatto ai suoi piccoli seni di marmo. Stavo prendendo l’accappatoio dal borsone quando notai la luce del cellulare lampeggiare tra la camicia pulita e i jeans ripiegati. Sorrisi, Dio quanto era impaziente la mia amante.

Quando pochi secondi dopo riuscii a prendere il telefono, aveva appena smesso di squillare. Sul display, sette chiamate senza risposta e un SMS. Cazzo, non era Annalisa.

Professore no più, diceva il messaggio.

Le chiamate erano tutte di Camila, la badante ucraina che da tre anni accudiva il mio anziano genitore.

Mio padre era morto.

Ebbi un attimo di smarrimento, avevo la vista annebbiata come quando ti si abbassa la pressione. Un dolore acuto allo sterno. Mi sedetti per un attimo sulla panca di legno dello spogliatoio e respirai a lungo. Con metodo, per limitare il dolore, come avevo visto fare a mia moglie mentre metteva al mondo mia figlia Lulù, inspirando ed espirando ritmicamente. Forse perché la nascita e la morte generano dolore e hanno bisogno degli stessi riti, o forse perché ero io a non sapere cosa fare.

Restai ancora qualche minuto sulla panca con i pugni stretti, cercai il bagnoschiuma nel borsone, entrai nella doccia, aprii al massimo il getto dell’acqua bollente, mi appoggiai alle piastrelle e cominciai a singhiozzare.

Mi rivestii prima che gli altri arrivassero e andai al parcheggio. Entrai in macchina come un automa. Infilai le chiavi, accesi il quadro, misi in moto, solo che non sapevo dove andare. La mia vita era diventata uno spazio bianco. Come se qualcuno avesse resettato ogni cosa in pochi minuti.

Spensi il motore, poggiai il capo sul manubrio e aspettai. Osservai i miei compagni di squadra passare un paio alla volta, sperando che non si accorgessero di me. Li vidi entrare in macchina, mettere in moto e andar via, fino a che restai solo nel parcheggio vuoto, nascosto dai vetri appannati.

Le badanti e le nostre famiglie. Un estratto da “La teoria di Camila” di Gabriella Genisi

Dopo un tempo che non so definire chiamai mia moglie, avvisai in modo generico che mio padre aveva avuto una crisi e che lo avrei accompagnato in ospedale.

«Ma cos’ha di preciso? Hai chiamato il 118?».

Mia moglie cercò di sapere di più, per sviscerare il problema all’osso, come d’abitudine.

Sbuffai.

«...non so bene. I soliti problemi respiratori, ma questa volta sembra peggio. Sì, ho chiamato, arrivano tra qualche minuto».

«In quale ospedale?».

 

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Mia moglie aveva una lucidità che a me mancava, non ero preparato a tutte quelle domande. Forse la puntata di X Factor quella sera non era interessante. Riuscii a improvvisare con una certa fatica.

«Al San Camillo».

«Che reparto?» insisté lei.

«Unità coronarica».

Facevo progressi, niente da dire. «Probabilmente resterò con lui tutta la notte. Tu però dormi, ti chiamo domattina».

«Va bene. Finisco di guardare X Factor e vado a letto».

«E Lulù?».

«Lulù dorme».

«Dalle un bacio per me. Buonanotte».

«Buonanotte».

Ce l’avevo fatta.

Spensi il telefono, misi in moto e imboccai la direzione più veloce per arrivare a casa dei miei. Ancora cinquecento metri. La telefonata mi aveva distratto per qualche minuto, ma quando vidi il condominio dei miei a pochi passi da me la nausea mi agguantò lo stomaco impedendomi di proseguire. Non era ancora il momento, avevo bisogno di tempo. Avevo paura. Feci un paio di giri intorno all’isolato. Riprovai ancora. No, non riuscivo a farcela.

Accostai a destra, misi la freccia, attesi che non passasse nessuno, poi invertii il senso di marcia e vagai per la città.

Guardai l’orologio, da pochi minuti erano passate le ventitré. Mio padre era morto da più di un’ora e non lo avevo ancora detto a nessuno. Non ce la facevo. Era come se evitando di verbalizzare quanto accaduto lo tenessi ancora in vita. Ancora per un po’ solo per me.

Percorsi il Lungotevere, le immagini scorrevano veloci come in una pellicola. La luce arancio dei lampioni, l’asfalto bagnato dall’umidità, le chiome dei pini marittimi, le macchine degli amanti con i vetri annebbiati dal fiato, i fuochi d’artificio sul colle in lontananza. A Roma era festa, le luci della Girandola illuminavano Castel Sant’Angelo.

Istintivamente imboccai la tangenziale, verso l’aeroporto. Non riuscivo a pensare a niente, non a mia madre completamente rimbambita ricoverata in una casa protetta dall’altra parte della città, non a tutti gli adempimenti burocratici che dall’indomani mi sarebbero piovuti addosso. Non alla mia bambina che dormiva abbracciata al suo orsacchiotto. Non a Giorgio, il mio figlio maggiore così legato a suo nonno. Non al dolore.

Nemmeno a mio padre, non ancora.

Provai a far finta che non era successo niente, accesi la radio e abbassai il finestrino. Mandavano Pino Daniele, Tu dimmi quando, quando.

Mi misi a cantare, stavo già meglio.

Mi fermai a una stazione di servizio prima di Fiumicino, il bar stava per chiudere, c’era la serranda abbassata a metà e una ragazza che lavava il pavimento, feci finta di nulla ed entrai lo stesso. Chiesi un panino e una birra ghiacciata, comprai un pacchetto di sigarette e un accendino. Avevo smesso di fumare da qualche anno, dal giorno in cui mio padre aveva avuto l’ictus.

«Troppe sigarette» aveva sentenziato il primario del reparto di Neurologia leggendo le cartelle cliniche.

«Come lei, del resto» aveva aggiunto rivolgendosi a me.

«La genetica è una scienza esatta. Stia attento, ingegnere, se posso permettermi un consiglio. Smetta oggi stesso, è ancora in tempo». Stronzo, avevo pensato. E prima ero ricorso a un gesto scaramantico prettamente maschile, poi avevo pensato ai miei figli e smesso davvero. Ma quella notte no, quella notte c’era un’emergenza. Avevo bisogno di compagnia, e nessuna era più affidabile di una sigaretta.

La cassiera avvisò i pochi avventori che il bar stava per chiudere. Era mezzanotte e avevano finito il turno. Il locale si svuotò in pochi minuti, rimasi solo io con il mio panino davanti e lo sguardo nel vuoto. Il barista si rivolse a me: «Guardi, stiamo per chiudere».

Sollevai il viso ma non risposi. Esitò un attimo, il tempo di cogliere tutto lo smarrimento contenuto nei miei occhi. Capì che non sapevo dove andare. «Può stare fuori se vuole. Non spegniamo le luci e il self service resta aperto tutta la notte. C’è anche un ragazzo senegalese che dà una mano agli automobilisti imbranati. Non ha idea di quanti non sanno come infilare una banconota nella macchinetta del self». Aveva voglia di chiacchierare e io no, ad ogni modo dovevo avere una faccia spaventosa perché poco dopo aggiunse altro.

«Si sente bene? Vuole che chiami qualcuno?».

«Sto bene, grazie. Sono solo molto stanco».

«Come vuole, se ha bisogno di qualcosa si rivolga al ragazzo. Ha i numeri dell’emergenza salvati sul telefono».

Lo rassicurai, aggiunsi una banconota da cinque euro al resto che avevo lasciato sul bancone e uscii nel piazzale. C’erano dei tavolini di plastica bianca. Mi sedetti, finii il panino, bevvi la birra e seguii con le dita le gocce che colavano sulla bottiglia. Accesi una sigaretta. Soffiavo gli anelli di fumo verso la luna, quando mi ricordai dell’appuntamento.

Cazzo, Annalisa. Avevo il telefono spento da più di un’ora. Mi ero completamente dimenticato di lei. E adesso? Starà schiumando rabbia come una belva, pensai. Sorrisi per un attimo. La immaginai con i suoi baby-doll di seta colorata e i tacchi alti. I capelli liscissimi e neri, lunghi fino a metà schiena. Il rossetto scarlatto. Dannata ed erotica, come una bambola manga.

Presi il cellulare dalla tasca, lo accesi. Ci ripensai e lo spensi. Lo accesi ancora. Bling. Un messaggio su WhatsApp.

Annalisa. Un altro, poi un altro. Annalisa. Annalisa. Abbassai la suoneria e lo rimisi in tasca senza leggere gli SMS. Continuò a vibrare ancora per un po’. Lo ignorai, per una sera dovevo arginare l’effetto violento che quella donna aveva su di me.

Aveva ventotto anni, e stava con me da cinque mesi.

Era bellissima, faceva il medico – si stava specializzando in Cardiologia – e il sesso con lei mi faceva impazzire. Ma stanotte no. Stanotte non tolleravo neppure il suo nome scritto nella notifica del messaggio WhatsApp. Ero come anestetizzato.

Era tua quella notte, solo tua.

Schiacciai la terza sigaretta sull’asfalto della piazzola, raggiunsi il senegalese e gli regalai il pacchetto.

«Tieni».

Il giovane sorrise sorpreso e i suoi denti bianchissimi illuminarono la notte.

«È il tuo compleanno, fratello?» mi chiese.

«No, è appena morto mio padre».

Ecco, l’avevo detto a qualcuno. Adesso potevo andare da lui, mi stava aspettando.

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