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Le 12 abitudini più strane degli scrittori

Le_12_abitudini_più_strane_degli_scrittoriLe abitudini, comprese quelle più strane, accompagnano la vita di tutti, anche quella di scrittori che sembrano aver fatto del metodo nella scrittura il compagno più fidato nella produzione delle loro opere. È difficile dire quanto queste abitudini facessero parte di un rituale di scrittura, ma sembra interessante parlarne per capire se possa sussistere un legame con le opere che sono state prodotte proprio grazie a loro o, in alcuni casi, nonostante le abitudini stesse.

Ma vediamone alcune da vicino, proprio tra quelle che possono apparire più strane.

 

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Vittorio Alfieri

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La sua abitudine rasentava il masochismo, o forse semplicemente Alfieri, pur amando lo studio, non sapeva resistere alle tentazioni e alle distrazioni provenienti dall’esterno.

Pare, infatti, che si facesse legare a una sedia dal suo cameriere, al quale ordinava di lasciarlo così per un certo numero di ore, quello che aveva deciso di trascorrere studiando o scrivendo.

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Honoré de Balzac

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Autore assai prolifico, la sua Commedia Umana si compone di ben 137 opere, tra romanzi di vario genere, racconti, saggi e novelle, scritte in soli 17 anni, dal 1829 al 1846, anche se Il deputato di Arcis e I piccoli borghesi furono pubblicati postumi, rispettivamente nel 1854 e nel 1855.

Qual era il suo segreto per sostenere questa prolificità? Semplice, riusciva a stare sveglio anche di notte, perché aveva l’abitudine di bere caffè, quasi 50 tazze al giorno, arrivando addirittura a mangiarlo in polvere o chicchi, perché più efficace. Un’abitudine che portò Balzac quasi alla follia nel 1832 e che lo scrittore stesso definisce come un metodo brutale, adatto solo agli uomini molto vigorosi.

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Truman Capote

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Le sue abitudini si avvicinano molto alla superstizione, anzi sono proprio figlie di quest’ultima.

Infatti, aveva l’abitudine di non iniziare né di concludere un lavoro di venerdì, così come cambiava camera d’albergo anche solo se il numero di telefono della stanza contenesse il numero 13, e non lasciava nel suo posacenere più di tre mozziconi di sigarette, preferendo infilare gli altri in tasca.

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Gabriele D’Annunzio

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Le abitudini di Gabriele D’Annunzio sono vere e proprie stravaganze.

Ad esempio, era solito presentarsi ai banchetti cui era invitato dopo aver mangiato, così da evitare di dover pranzare in pubblico, mostrando la sua bruttissima dentatura. Oppure, amava cavalcare nudo per il parco del Vittoriale, per attirare l’attenzione delle donne; era sua abitudine indossare pantofole a forma di pene e dormire su cuscini imbottiti con i capelli delle sue amanti.

Divenuto anziano e vergognandosi di mostrarsi nudo alle sue amanti, indossava un pigiama con un’apertura all’altezza dell’organo genitale.

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Charles Dickens

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Qual era l’abitudine strana di Dickens? Semplice: amava visitare gli obitori. Poteva trascorrervi intere giornate, osservando i corpi dei defunti. A sostenere la sua abitudine era quella che lui stesso ha definito come “l’attrazione per la repulsione”.

Un’altra abitudine di Dickens riguardava l’inchiostro. Aveva, infatti, una particolare predilezione per quello blu, ma per ragioni pratiche: asciugandosi più rapidamente, gli permetteva di fare a meno della carta assorbente e, dunque, di scrivere con maggiore velocità.

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Alexandre Dumas

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Come Dickens, anche lui amava i colori; ma più che gli inchiostri, la sua abitudine era quella di usare fogli di carta di diverso colore a seconda della funzione. Per scrivere i romanzi, infatti, usava solo una particolare tonalità di blu, per la poesia utilizzava il giallo, mentre amava scrivere gli articoli su fogli rosa. Durante un viaggio in Europa, si ritrovò senza carta blu e fu costretto a scrivere su un cartone color crema. Confessò di pensare che il suo romanzo avrebbe sofferto per questo.

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James Joyce

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Aveva l’abitudine di scrivere stando sdraiato sul letto e a pancia in giù, avvolto in una giacca bianca e usando una grande matita blu. Pare, infatti, che abbia composto la maggior parte di Finnegans Wake su un cartone servendosi di pastelli a cera. Questa stranissima abitudine, però, era una diretta conseguenza dell’irite che l’aveva colpito e i pastelli erano un supporto sicuramente valido per la sua vista.

C’è però un’altra abitudine di Joyce che potrebbe far arricciare il naso a molti esperti di galateo. Amava le scorregge di sua moglie, che elogiava in lettere a metà tra l’espressione di un intenso amore e la conferma di un’abitudine che nel tempo divenne una vera e propria ossessione.

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Giacomo Leopardi

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Un portatore sano di strane abitudini, anche stando a quanto ha riportato Ranieri, che lo ospitò a Napoli negli ultimi anni di vita.

Ad esempio, forse preso com’era dagli studi e dall’attività dello scrivere, aveva poco tempo da prestare al suo abbigliamento. Aveva, infatti, l’abitudine di curarsi poco dei suoi vestiti, al punto che non solo puzzavano di tabacco, ma bisognava lavare gli indumenti intimi prima di portarli alla lavandaia.

L’attenzione per la salute, poi, unita forse alla paura di morire, gli fece sviluppare l’abitudine di seguire le prescrizioni mediche esagerandole a dismisura. Si racconta, infatti, che se un medico gli consigliava di evitare la luce del sole, lui si chiudeva al buio più completo; se gli veniva prescritto di camminare un po’ durante la giornata, lui correva fino a esaurire tutte le sue forze.

Aveva poi l’abitudine di mangiare gelati, l’importante è che fossero, però, prodotti da Vito Pinto.

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Francesco Petrarca

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Da accanito lettore e studioso, la sua abitudine non poteva che riguardare i libri. Era solito, infatti, viaggiare portandosi dietro una quantità enorme di manoscritti. Pare, infatti, che formasse una lunghissima processione a cavallo. Fino a quando, però, l’avanzare dell’età e l’accrescersi dei manoscritti lo costrinsero a una decisione diversa: donò, infatti, tutta la sua collezione alla Repubblica di Venezia, che fu obbligata da Petrarca stesso a conservarli in maniera adeguata, a non venderli e a non dividerli.

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Marcel Proust

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Pare che, dopo una vita estremamente mondana, la sua paura più grande fosse la distrazione dal suo progetto di scrivere La ricerca del tempo perduto. Sviluppò, dunque, alcune abitudini che avrebbero dovuto aiutarlo a tenere fuori il mondo e i suoi rumori.

Ad esempio, fece rivestire di sughero le pareti dell’appartamento del Boulevard Haussmann a Parigi, così da riuscire a scrivere in un totale isolamento acustico.

Era, inoltre, abituato a scrivere di notte e disteso a letto, in modo da non subire le distrazioni di domestici e famigliari. Questo, di conseguenza, lo costringeva a dormire di giorno, tenendo chiuse le imposte per impedire che la luce del sole potesse disturbare il suo sonno.

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Anthony Trollope

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Iniziava a scrivere ogni mattina alle 5.30 ed era sua abitudine monitorarsi con l’orologio per verificare il raggiungimento del suo obiettivo: scrivere 250 parole ogni 15 minuti.

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Virginia Woolf

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Molte furono le abitudini che accompagnarono la scrittrice inglese durante la sua vita. Quando aveva vent’anni, ad esempio, dedicava ogni mattina due ore e mezza a scrivere, a un tavolo da lavoro piuttosto alto e con il piano inclinato così da poter guardare quanto scriveva sia da lontano che da vicino.

Successivamente, però, prese l’abitudine di scrivere stando seduta, utilizzando un tavolo da lavoro di sua invenzione: un pezzo di compensato sottile come una lavagna a cui aveva attaccato un vassoio per le penne e l'inchiostro, così non doveva alzarsi nel caso fosse rimasta a corto di materiali.

Altra abitudine particolare di Virginia Woolf: era solita usare diversi inchiostri colorati nelle sue penne: verde, blu e porpora. Quest’ultimo era riservato esclusivamente alle lettere.

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E voi quali abitudini strane di scrittori (famosi e non) conoscete? 

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