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Laboratorio di racconti - 5 (Antonio Senatore)

Il Laboratorio di racconti è a cura di Sara Gamberini e Alessandro Puglisi.

 

Torna il laboratorio di racconti di Sul Romanzo, giunto alla sua quinta puntata (la prima, la seconda, la terza e la quarta).

 

Inutile dire che l'empatia con questo scritto è scattata per noi dopo poche righe, la catarsi inevitabile. Antonio Senatore ci sa fare con il mal comune mezzo gaudio.

 

***

 

“La notte delle ginocchia sbucciate” di Antonio Senatore

 

 

“Signora, scenda dal veicolo e favorisca i documenti”.

“Agente, scusi, ma vado di fretta... proprio non posso”. Detto questo la donna girò la chiave, costringendo il veicolo a produrre un rumore goffo, sgonfio e stridente. L'auto sobbalzò in avanti, inducendo la carrozzina stretta tra il radiatore e il muro a emettere uno schiocco metallico.

La signora guardò l'agente, evidentemente scocciata.

“Non parte: mi chiami un carro attrezzi e un taxi, faccia la cortesia”.

“Signora, scenda dal veicolo e favorisca i documenti”. Aveva un tono meno accomodante, adesso, e stava prendendo in considerazione l'idea di estrarre l'arma e passare all'intimazione successiva.

La signora, di malumore ma facilitata dall'assenza di cintura, scansò l'airbag sgonfio, cercò qualcosa che si rivelò dopo pochi attimi essere un paio di occhiali da sole, e scese dall'auto.

“I documenti non ce li ho, li ho lasciati a casa, ha chiamato il taxi? Ho fretta, sa...”

L'agente aveva chiamato un'ambulanza e una pattuglia di supporto, ma nessun taxi. Si guardò dal dirlo alla donna e la invitò a seguirla.

“Venga”.

La signora seguì l'agente fino al retro della gazzella dove l'altro poliziotto armeggiava con un apparecchio elettronico.

“Soffi in questo tubicino, con forza”.

“Cosa? E perché mai?”

L'agente era stufo.

“Signora! Stava guidando senza cinture, ci ha sorpassati sulla destra, ha sostato sulle strisce pedonali, è passata col rosso, ha ignorato il nostro Alt costringendoci a inseguirla e sparare un colpo in aria e quando finalmente ha deciso di fermarsi ha investito una donna col passeggino!”

“Agente, io non ho deciso di fermarmi! Le ho detto che sono di fretta! Mi stavo solo spostando per farvi passare, visto che avete acceso la sirena... e se la signora con il passeggino si fosse spostata non l'avrei presa... guardi: ho tutto il cofano sporco di sangue, cosa dirà mio marito? Me lo ha chiamato il taxi?”

“No, signora, non l'ho chiamato il taxi. Ho chiamato un'ambulanza e un'altra pattuglia”.

“Un'ambulanza? Ottima idea! Così farò un sacco prima. Bravissimo, agente. Però mi chiami anche un carro attrezzi, sia gentile”.

“No, signora, non ha capito. L'ambulanza è per i feriti. Inoltre mi sembra di capire che lei non ha documenti...”

“Agente, ma che vuole? Ma lo sa chi sono io? Non lo sa, è evidente. Si levi di torno”.

La signora fece per tornare verso l'auto ma l'agente la trattenne per un braccio, mentre il suo collega slacciava la fondina e le si poneva davanti.

“Signora, non opponga resistenza, per il suo bene”.

“Che fa, mi minaccia? Ma io dico... senta, va bene, mi faccia questa benedetta multa e mi faccia andare ché c'ho un appuntamento e arrivo tardi!”

“La multa? Signora, qui ci sono gli estremi per l'arresto!”

“Arresto? Lei vuole arrestare me? E perché mai, mi scusi? Ma dico, ma si sente bene? E che crimine avrei commesso, sentiamo?”

“Signora, glielo ripeto: guida senza cinture, sorpasso a destra, sosta sulle strisce, mancato stop al semaforo, mancato arresto al nostro Alt, guida pericolosa e duplice investimento!”

“E allora? E che è, un investimento, mettere sotto per sbaglio due extracomunitari che non si spostano?”

“E sì, che è un investimento, signò! E poi che extracomunitari? La signora è di Bergamo!”

“Ma che Bergamo e Bergamo? Ma mi faccia la cortesia, non l'ha vista? Aveva quell'affare, il come-si-chiama, quello degli extracomunitari... quello scafandro dei mussulmani! E scommetto che è negra!”

“Signora, sta esagerando! Lo sa che il razzismo è un crimine? La signora è nera, e allora? E non indossa lo scafandro, e nemmeno il burqa: indossava un foulard per proteggersi dal sole. Ora si calmi e salga in auto”.

Non aspettando altro la signora sbuffò e si mosse per dirigersi verso la propria auto, scontrandosi verso il silente, ammutolito collega dell'agente. Ormai poco incline al cerimoniale, l'uomo aprì lo sportello della pattuglia e mise una mano sulla testa della signora, costringendola a capitolare.

“Ma che modi! Ma è impazzito? Mi lasci, MI LASCI! AIUTO, AIUTO!”

“Signora, ma che grida? E aiuto di cosa, che la stiamo arrestando!”

Ormai spazientito l'agente scansò il collega, spinse le gambe della donna in auto e chiuse di malagrazia lo sportello.

“Tienila d'occhio, Sansoni, ché è arrivata l'ambulanza”.

“Comandi, dottò”.

“Sansoni, come glielo devo dire? Non sono dottore”.

“Comandi, dottò”.

 

L'agente parlò a lungo col questore, poi si diresse nella stanza in cui tenevano la donna. In piedi alle spalle della signora c'era la poliziotta che l'aveva perquisita. Esibiva un grosso livido sullo zigomo, dove le rimostranze dell'arrestata erano state più incisive. La donna aveva il trucco rovinato e tamburellava le dita sul piano del tavolo.

L'agente si accomodò di fronte alla donna, sfogliando brevemente il fascicolo che aveva già letto.

“Allora, signora... Morandini, abbiamo avvertito suo marito e il suo avvocato: saranno qui tra poco”.

“Agente, io non capisco! Questo è sequestro di persona! E avvertite pure mio marito, io non capisco, ma come si permette, come vi permettete!”

“Eh, signora, come ci permettiamo. Lei ha commesso dei crimini. Sa che la donna che ha investito è in fin di vita e suo figlio resterà mutilato? Si dia una bella calmata e si passi una mano sulla coscienza, che mò so' cazzi”.

“I cazzi? Ma come si esprime? Che volgarità, lei è un figlio di pesca!”

“Come, scusi?”

“Un figlio di pesca! È inglese, ma che ne vuol sapere lei, che ne vuol sapere...”

“Sì, vabbe', perché non di spiaggia, allora?”

“Senta, ma che si mette, a fare lo spiritoso con me? Io sono una vittima, qua! E poi lo sa che c'è? Lo sa che oggi entra in vigore una legge che se uno diventa ministro non gli potete fare un cazzo, con effetto retroattivo? Lo sa? LO SA?”

“Signora, moderi il linguaggio, che in bocca a lei certe parole non diventano meno volgari. Conosco la legge e allora? Che è, un ministro, lei?”

“No, non sono un ministro, ma che vuol dire? L'effetto della legge è retroattivo! RETRO-ATTIVO! Vuol dire che se io tra due, cinque, dieci anni divento ministro, voi oggi non mi potete arrestare, perché l'effetto è retroattivo e un ministro è immune!”

“...”

L'agente era allibito.

“Signora, si sente bene?”

“Sì, sì, mi sento bene! Ma come si permette, ancora? Retroattivo, accidenti a lei! Lo capisce il termine 'retroattivo'?”

“Signora, si calmi. Lo capisco il termine, va bene, la legge ha effetto retroattivo, d'accordo. Lei è in politica? Dalle sue carte risulta segretaria dattilografa...”

“Ma che c'entra, che c'entra? Che, non posso entrare in politica? Guardi qua!” Così detto, la donna si alzò e armeggiò con la gonna, con difficoltà a causa delle manette, fino a mostrare il sedere all'agente.

“Signora! Ma come si permette?”

“E mi permetto eccome, ma lo vede che culo che ho? Neanche una smagliatura, a quarant'anni... lo vede, com'è liscio e in forma? E che, non posso diventare ministro? Con un culo così, pure presidente mi fanno!”

“Signora, ma che c'entra il suo sedere? E si copra, per favore...”

“Che c'entra? Ma dove vive? E che, mò c'entra la politica, per fare politica? Il culo c'entra... e le dirò di più: sono pure esperta nell'arte bolognese!”

L'agente scosse il capo, sconsolato.

“Signora, mettiamo anche diventi ministro, la retroattività della legge sarà valida da allora, non prima. Cioè, annullerà eventuali precedenti.”

“E la smetta di chiamarmi signora, agente. Potrei essere un ministro, mi chiami onorevole!”

“Sì, vabbè, il ministro dell'arte bolognese...”

“Ma come si permette?” Ormai la donna, continuando a scandalizzarsi, aveva ridotto la propria voce a un gracchiante stridio destinato, ben presto, ad affievolirsi fino a sparire. Gli agenti si guardarono bene dall'offrirle un bicchiere d'acqua.

“Come mi permetto? Guardi che l'ha detto lei...”

“E allora? Non ci crede?”

L'agente roteò gli occhi e implorò con lo sguardo il crocefisso affinché la fulminasse. Il crocefisso si astenne dall'intervenire.

“Sì, sì, ci credo, ci credo. La smetta di cambiare discorso e si attenga ai fatti”.

La donna strabuzzò gli occhi e arrossì vistosamente. I poliziotti si scambiarono un'occhiata preoccupata.

“Signora, si sente bene?”

La donna parlò con voce lieve e tono educato, mettendo in allarme l'agente.

“La prego, non dica a mio marito dell'arte bolognese...”

L'agente scosse il capo.

“Signora, per cortesia, ma che pensa? Le pare che all'arrivo di suo marito, con lei in arresto, come prima cosa voglia informarlo che lei è 'na bocchinara? Non mi faccia perdere la pazienza, e per piacere!”

“Bocchinara, mò! Badi a come parla, sa? Guardi che lo dico a mio marito: è un avvocato!”

“Ah, suo marito è un avvocato? E lei si fa difendere da un altro?”

“Per forza! Sa quante cause ha vinto mio marito? Neanche una. Forse un paio quando era giovane, ma poi ha capito che per non girare con le pezze al culo doveva difendere i più colpevoli di tutti, gli indifendibili... ora che mi ci fa pensare, potrebbe essere lui a diventare ministro! E questo, se permette, mi scagiona da ogni accusa!”

L'agente sbuffò e, senza che vi fosse alcuna relazione tra le due cose, la porta si aprì.

“Dottò, volete un caffè? Vi serve qualche cosa?”

“Sansoni! Non sono dottore, quante volte glielo devo dire? E non mi serve nulla, sto conducendo un interrogatorio, mi lasci in pace, su!”

“Comandi, dottò”.

La porta si richiuse e l'agente scosse nuovamente il capo, si batté una pacca sulla coscia e si pentì di non aver chiesto un Martini dry.

“Tornando a noi, signora: è risultata positiva alla cocaina...”

“E allora?”

“Allora, signora mia, guidare sotto l'effetto di sostanze è reato...”

“Ma che dice? Mica sono una drogata... E poi mica stavo andando chissà dove, sono uscita solo un attimo, mica stavo guidando”.

“Signora! Ha investito due persone!”

“Ma erano extracomunitari! Negri, pure.” La signora era più scandalizzata dell'agente.

“SIGNORA! Non erano extracomunitari e non erano neri, e anche lo fossero stati la sua posizione non sarebbe  meno grave! Dove stava andando, si può sapere?”

“A fare un servizio”. La voce della donna era improvvisamente tornata a un volume accettabile.

“Un servizio?”

“Un servizio, un servizio! Un impegno, insomma”.

“Va bene, di che impegno si trattava?”

“Non glielo posso dire”.

Dopo tutto ciò che aveva sciorinato dal momento dell'arresto, l'agente si chiese cosa mai potesse renderla tanto reticente.

“Signora, potrebbe essere importante saperlo”.

La donna si contorse tutta, arrossendo e abbassando lo sguardo. Balbettò un po', poi la voce le uscì come un sussurro.

“Stavo correndo dal commercialista”.

L'agente ci pensò su un attimo, poi non riuscì a trattenersi dal chiederlo.

“Ha una relazione col commercialista?”

“Una... macché? Agente, suvvia, e che mi vergognerei se avessi una storia col commercialista?”

L'agente, i cui valori si stavano rivelando quantomeno originali, cercò di guardare la donna negli occhi.

“Signora, che doveva fare dal commercialista?”

“Agente, io glielo dico, ma non ne faccia una questione”.

“Signora, va bene, sul commercialista ci torniamo dopo, se vuole”.

La signora evidentemente non riusciva a convivere in silenzio con un tale peso e ignorò l'offerta dell'agente.

“Ho visto la cartella delle tasse e quello ci ha fatto dichiarare uno yacht!” E detto questo, scoppiò in lacrime.

“Signora,” ora il tono dell'agente virava al preoccupato, quasi partecipe del dolore della donna, “mica si deve vergognare se il commercialista ha commesso un errore... Poi, permetta, lo stress psicologico per il dover pagare tasse su uno yacht che non possiede potrebbe essere un attenuante...”

“Veramente ne abbiamo due”,  disse la donna con orgoglio.

“Due? Avete due yacht?”

“Certo. Lei quanti ne ha?”

“Diciotto, signò”.

Improvvisamente l'agente aveva perso qualsiasi rimasuglio di empatia.

La donna, evidentemente ignara del sarcasmo, sgranò gli occhi.

“Diciotto... e come ha detto che si chiama?” Chiese, con voce soave, forse appena un po' ammiccante.

“Non gliel'ho detto. Quindi stava andando dal commercialista per farsi dichiarare anche il secondo yacht?”

“Ma è impazzito? Se iniziamo a dichiarare yacht e appartamenti ci tolgono la social card!”

“La social card? Signora! AVETE LA SOCIAL CARD?”

“Certo, lei non ce l'ha? È uno status simbol, cosa crede? Abbiamo lo yacht, la Ferrari e ci facciamo mancare la social card? E chi saremmo, gli ultimi dei pezzenti?”

Neanche ci provò, l'agente, a farla ragionare. Qualcosa, nel suo cuore, si era inceppato. Scoprì che non gliene fregava più nulla dell'interrogatorio. Desiderava solo tornare a casa e farsi un pediluvio.

“Va bene, quindi aggiungiamo al faldone pure l'evasione fiscale...”

“Evasione fiscale? E perché?”

“Perché evadere le tasse si chiama, appunto, evasione fiscale'”.

“Ma io mica evado le tasse!”

 

Ore dopo, l'agente si era ormai allentato la cravatta e iniziava a sospettare che non avrebbe conosciuto il marito della signora né tantomeno il suo avvocato. Aveva iniziato a interrompere sempre più spesso, sempre più a lungo, l'interrogatorio.

“Vabbé, facciamo una pausa”.

L'agente di guardia lo guardò con una nota di panico sul volto.

“Che c'è, agente?”

La ragazza abbassò lo sguardo e bofonchiò: “nulla, nulla, mi scusi”.

L'agente ci pensò un attimo. Effettivamente era appena rientrato dopo una pausa di mezz'ora, mentre la collega era lì, in piedi, dal mattino.

“Agente, se la prenda lei una pausa: si vada a rinfrescare, faccia due passi, baderò io alla signora”.

L'agente di guardia lo guardò con gratitudine, pensò solo per un breve attimo di sollevare un'obiezione, poi lasciò perdere, se ne fregò di regole e procedure, uscì dalla stanza.

La signora osservò la scena in silenzio, poi, appena la ragazza fu uscita, si chinò in avanti verso l'agente, parlandogli in un sussurro.

“Agente... me le toglie le manette?”

“No, signora, non gliele tolgo. Aspettiamo il ritorno dell'agente di guardia, poi continuiamo.”

“Suvvia, agente, mi lasci andare...”

“No, signora, non si può”.

“Agente... gliel'ho già detto che sono esperta nell'arte bolognese?”

“Sì, signora, me lo ha detto. Buon per lei”.

La donna, scarmigliata e provata, tentò il tutto per tutto.

“Magari può essere buono anche per lei... no?”

L'agente non avrebbe mai saputo spiegare cosa gli fosse passato per la mente in quel momento. Avrebbe sostenuto di aver agito senza pensare. Meno di un minuto dopo che la donna glielo ebbe proposto, aveva staccato lo spinotto della telecamera di sorveglianza e si era messo in piedi davanti alla donna. Lei, senza alcuna esitazione si era lanciata in un'esauriente dimostrazione delle proprie capacità.

L'agente non avrebbe mai saputo spiegare cosa gli fosse passato per la mente in quel momento, ma avrebbe ammesso che la signora era veramente esperta, nell'arte bolognese. La suzione dovette avere un effetto ipnotico sull'agente, che in capo a pochi minuti si ritrovò a fantasticare a occhi aperti. Si immaginò a bordo di uno yacht, di una ferrari e di una social card. Poco prima che l'esibizione terminasse immaginò di essere ministro.

L'agente non avrebbe mai saputo dire cosa gli fosse passato per la mente. Con il pollice slacciò la fondina e tolse la sicura. Estrasse l'arma e ne appoggiò la bocca sulla fronte della signora, proprio in mezzo agli occhi socchiusi, che al contatto freddo del metallo si spalancarono e lo fissarono bovini e acquosi, mentre il resto della faccia continuava ad arrovellarsi intorno alla questione principale.

L'agente non avrebbe mai saputo dire. Raggiunsero l'orgasmo insieme, lui e la pistola, e forse un giorno sarebbe diventato ministro.

 

L'entrata in vigore della legge fu accolta dallo sguardo vacuo di sessanta e rotti milioni di predatori. Durante la notte si scambiarono un sorriso affabile, pensando che un giorno forse sarebbero diventati ministri.

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