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Laboratorio di racconti - 4 (Jacopo Lubich)

Jacopo LubichIl Laboratorio di racconti è a cura di Sara Gamberini, Alessandro Puglisi e Giovanni Ragonesi

 

 

Torna il laboratorio di racconti di Sul Romanzo, giunto alla sua quarta puntata (la prima, la seconda e la terza).

Stavolta vi proponiamo il racconto di Jacopo Lubich, La storia del giovane, del cinquantenne e del vecchio, delicato ma potente affresco meta-narrativo che mette bene in luce le capacità affabulatorie del suo autore.

 

***

 

La storia del giovane, del cinquantenne e del vecchio

 

Voglio raccontare una storia. Si parla della vita. La vita di un ragazzo, di un uomo e di un vecchio, più o meno di trent’anni, cinquanta e settanta. Ma i tre protagonisti sono la stessa persona, un giovane letterato audace e intelligente, un uomo disilluso e temprato e un vecchio stanco e sfiorito. La storia è questa: si comincia focalizzando l’attenzione su un fatto accaduto, magari qualcosa nell’età della maturità, oppure la serata in cui presentò per la prima volta il suo libro di fronte a una folta platea di critici idioti… sì, meglio questa. Si descrive la scena, la sala gremita di persone, chi con la giacca, chi con le toppe sotto i gomiti, chi invece che passava di là, magari cercando altro in quella libreria che aveva offerto la sala grande e rossa per la presentazione dei nuovi autori. Il ragazzo è al centro, su una sedia, con una gamba accavallata e l’altra no, si massaggia il mento e guarda una ragazza magnifica in piedi al suo fianco, davanti ad un leggìo, che legge il suo libro con disperata commozione, come se fosse veramente un libro importante. La gente acclama, piace il suo libro, e il ragazzo invece cerca di mascherare la sua smisurata contentezza con una sobria postura da letterato, come quelli che finiscono sulle quarte dei best-seller pagati da chissà chi. Poi è il momento delle domande, lui si alza in piedi e risponde, altri applausi. Poi prende la parola un giornalista, ci mette un po’ a mettere quattro parole in fila. Alla fine dice “bravo, un libro così ci mancava dal tempo di...” e tira fuori un nome comune nel mondo dei letterati e acculturati. Lui diventa rosso, non trattiene la contentezza e la manifesta in ampie gocce cristalline versate dai suoi occhi. La gente applaude. E con questo pezzo si conclude la parte del racconto del ragazzo. Riprende la storia generale, quella dei tre che poi sono la stessa persona. La scena è da un’altra parte, colui che narra compatisce il ragazzo che si prendeva i complimenti, che in fondo era lui vent’anni prima, perché ora è un cinquantenne che legge il libro per cui, quei vent’anni prima, era diventato famoso. Il libro in questione s’intitolava “Lettera da un giovane a un vecchio”, una roba del genere, un libro che doveva far capire agli anziani, ossia coloro che avevano ridotto il mondo ad una poltiglia di merda e di fannulloni, di nullità e mezzecartucce, quanto era duro vivere per i giovani, farsi largo attraverso le burocrazie e gli intoppi legali che il popolo dei vecchi aveva creato. Ed era certo una “lettera” piena di sentimento, di paroloni e di una qualche forma di scintilla di passione, quella passione di rivolta, di determinazione che permette agli uomini di andare avanti, di spaccare tutto, di farsi valere. E così riprende il libro col cinquantenne che, seduto sulla poltrona di casa sua, fumando una pipa, sfoglia con amara comprensione quel testo che lo aveva reso importante nel panorama letterario italiano. Almeno per i sei mesi seguenti, il tempo che un altro cazzone spinto da qualche grande magnate non arrivava, sotto Natale, a piazzare il suo libro di merda e a vendere milioni di copie. Poi il cinquantenne si alza, si massaggia la folta barba che si era lasciato crescere perché un giorno la moglie gli aveva detto che era bello e che sembrava un vecchio scrittore. Lui le aveva risposto che se era per quello diventava anche gobbo come uno scrittore, se le faceva piacere, ma lei rispose di no, che non serviva. Allora la scena è che lui esce dal suo studio, uno di quelli con le librerie in legno e pieno di volumi, una scrivania di noce, una abat-jour e dei tappeti, la poltrona di pelle e le pipe allineate in uno scaffale ordinato. Sembrava che avesse fatto i soldi, ma poi il libro, quello grande, dei tre uomini che sono uno, continua: il cinquantenne esce dal suo studio e si ritrova in una casa completamente vuota, manco arredata, fredda e coi muri bianchi. Si dovrebbe capire, da questo particolare, che la sua vita era bella e intensa fintanto che rimaneva dentro di sé, coi suoi sogni e le sue aspirazioni. Una volta fuori era una persona come tante, anzi, una persona che non aveva nemmeno le ambizioni e i soldi, anzi, solo i soldi, per comprarsi una casa decente. Il libro prosegue con questa frase: “Eppure quella era una casa decente!”. A dirla è il protagonista, certo, ma quello settantenne, mentre agita tra le sue dita ossute e bianche con qualche macchia sulla pelle la foto di quella casa, una foto scattata da uno dei suoi figli mentre era in poltrona, con in faccia stampato un sorriso amaro perché aveva in mano il libro che aveva scritto a trent’anni e con il quale si illudeva che sarebbe stato ricordato negli anni futuri. Ora il vecchio è disteso su un letto, ma non è in ospedale, è in una stanza un po’ buia con intorno solamente una quadro gigantesco al di sopra della testiera del letto, uno di quelli del Settecento dove magari si vede un tizio a cavallo con una spada, però non Napoleone, perché gli stava sulle palle, era semplicemente un condottiero, uno che aveva sacrificato la sua vita a combattere. O l’aveva sprecata… non importa. E lui è lì, guarda le foto di quand’era giovane, si ripete che, nonostante tutto, quella era ancora una vita. Ora si ritrovava lì da solo, a guardare vecchie foto e a mirare in lontananza, infilato sotto le gambe di un tavolo in obliquo, il libro che aveva scritto cinquant’anni prima. Gli scende una lacrima, ma poi nel libro si capisce che non è una lacrima vera, è semplicemente la sua congiuntivite. Lui si asciuga con un fazzoletto di stoffa blu notte e si gira verso una finestra lì vicino. Dalle imposte di legno bianco, attraverso un vetro opaco, si vedono le fiamme e del fumo che sale, come se stesse andando a fuoco l'infisso. Ma lui è tranquillo, non teme l’incendio, sussurra che quello che teme di più è ciò che l’ha provocato, l’incendio. Ma non aggiunge altro, al lettore deve rimanere una sensazione di fumo, proprio come quella che vede il vecchio, ormai prossimo alla morte, fuori dalla finestra di camera sua. Poi si avvicina un tizio dall’altra parte del vetro, un tizio nero con ali da pipistrello. Il vetro smerigliato e opaco non fa vedere bene che cos’è quell’orrenda creatura. Ha solo occhi gialli e lunghe corna scure che spariscono oltre la parte alta della finestra. Ma il vecchio lo guarda e sorride, conscio del fatto che non può far niente. Poi ritorna a guardare il libro e la foto, rimpiange la sua vita, come tutti i vecchi tristi e soli. Si ricorda improvvisamente, come se fosse venuto un fulmine a ciel sereno, di una frase che aveva scritto sul libro, cinquant’anni prima, diceva “se mi ritroverò a settant’anni, prossimo alla morte, a pensare al mio libro vorrà dire che qualcosa di buono l’ho fatto”. Per un attimo sorride. Ma poi piange, questa volta davvero. Perché è solo, inutile e vecchio, sconosciuto e infermo, con le ginocchia gonfie di acqua e le gambe gialle, i polmoni secchi e i denti in un bicchiere vicino al letto. Si guarda le mani, gli fanno schifo. E allora decide di morire, finalmente. Perché la sua vita è stata solo un fallimento generale. Guarda la finestra e dice “almeno quello, l’inferno, è rimasto di là dal vetro”. Magra consolazione. Poi tira le cuoia e nessuno saprà mai dove diavolo è andato quel vecchio, quella stanza, quelle foto e quel libro. Qualcuno può ipotizzare che sono stati divorati tutti dall’inferno della finestra. Ma restano sempre e comunque delle ipotesi. Come del resto lo è tutta la vita, un’ipotesi.

 

 

Jacopo Lubich nasce in tarda serata il 17 novembre del 1983 a Frascati (Rm). Vive lì vicino con la famiglia e nell’adolescenza comincia a mostrare la sconveniente passione per la scrittura. Si innamora della poesia e butta giù i primi racconti, che inevitabilmente perderà più volte negli anni a venire. Frequenta con ostinata rassegnazione il liceo scientifico e gli bastano i primi due anni a fargli capire che il classico sarebbe stata una scelta migliore. Nonostante tutto, finisce il liceo e si iscrive alla facoltà di Lettere e Filosofia di Tor Vergata. La ama e finalmente sente di mettere un piede nel suo mondo. Dopo prosegue iscrivendosi alla specialistica in Editoria, Comunicazione multimediale e Giornalismo che finirà in Spagna due anni dopo. Nel frattempo ha lavorato molto, in cose diverse, si è dato da fare. Ha visto pubblicare un saggio per Cittànuova editrice, due suoi racconti, uno per la Historica Edizioni e l’altro per Zolfo e Mercurio, mentre il suo primo romanzo è in editing presso l’agenzia Scritture Scriteriate. Negli ultimi cinque anni ha pubblicato articoli per vari giornali, settimanali, bisettimanali, bimestrali e online. Oggi, è ancora alla ricerca di se stesso e spera di non trovare neanche la sua ombra, perché sarebbe la prova che non vive dei suoi sogni. Si può contattarlo su jlubich@tiscali.it.

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