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“La vita sessuale dei nostri antenati”: incontro con Bianca Pitzorno

“La vita sessuale dei nostri antenati”: incontro con Bianca PitzornoÈ appena uscito per Mondadori La vita sessuale dei nostri antenati (spiegata a mia cugina Lauretta che vuol credersi nata per partenogenesi), romanzo con cui Bianca Pitzorno, la più famosa e prolifica scrittrice italiana di romanzi per bambini e ragazzi, si rivolge a un pubblico di lettori adulti.

Siamo alla fine degli anni Settanta quando Ada, trentasettenne docente universitaria, vive una breve ma folgorante avventura erotica con uno sconosciuto nel corso di un congresso a Cambridge sui miti antichi. Questo sembra mettere in crisi di colpo la sua proverbiale razionalità, e sembra ripercuotersi sui suoi comportamenti successivi. Già considerata, per il fatto di convivere con Giuliano e di non avere figli, la pecora nera della famiglia con ascendenze nobiliari da cui proviene, tra una vacanza in Grecia con la migliore amica Daria e un ritorno alla cittadina di provincia dove vivono ancora zii e cugini, Ada ci conduce alla scoperta della complicata storia dei suoi antenati. Tra rivelazioni piccanti e diari segreti che tornano per caso alla luce dopo decenni di oblio, il rigido castello di convenzioni costruito dall’inflessibile nonna Ada, tenace custode della presunta nobiltà e supremazia della famiglia si dissolve a poco a poco sotto gli occhi della nipote, perché, come la protagonista spiega alla conformista e un po’ bacchettona cugina Lauretta, solo «una firma del Viceré su una pergamena rese blu il nostro sangue che prima era rosso come quello di tutti gli altri abitanti di Ordalé e di Donora». Dietro ai nomi di fantasia si celano due borghi che potrebbero trovarsi in qualsiasi regione italiana, con tutto il perbenismo e l’ipocrisia provinciale che si riscontrano ovunque, anche se qualche riferimento ai frequenti viaggi in aereo o traghetto del personaggi li fa immaginare facilmente in Sardegna, terra natale della scrittrice.

Bianca Pitzorno ha raccontato il suo libro ai blogger, rispondendo poi alle loro domande, nel corso di un vivace incontro che si è tenuto in un locale milanese.

«Quando ho iniziato a scrivere questo libro non pensavo assolutamente alla pubblicazione, l’avevo ideato solo per me, per un mio piacere personale. Ci avevo pensato a lungo in passato e ho impiegato due anni a scriverlo, infischiandomene abbastanza sia di un potenziale editore che di un lettore, che per apprezzarlo deve avere delle nozioni culturali simili alle mie.

Il libro è diviso in nove parti, ognuna delle quali è intitolata a un quadro, che si ricollega ai sentimenti espressi in quelle pagine. Forse è meno evidente, ma intendevo costruirlo come una specie di sinfonia musicale, con dei temi che ritornano.

Ci sono molte citazioni dei miei autori preferiti: all’inizio ne avevo messe molte di più, ma poi ho pensato che fossero una noia per il lettore e le ho ridotte.

Io non sono Ada, però lei è una mia coetanea ed è cresciuta nei miei anni, frequentando le stesse scuole e università. In origine avrei voluto che fosse un libro illustrato, perché avevo raccolto una serie di immagini artistiche che avrebbero dovuto commentare la narrazione, ma tra il problema dei diritti e il fatto che il romanzo alla fine è risultato molto lungo ho preferito lasciar perdere. Ho aggiunto molte cose reali della vita di allora, che avevo vissuto personalmente, ad esempio le cariche della polizia a Bologna contro gli studenti di cui Ada parla a suo zio.

Anche uno dei personaggi antichi, la nobildonna che fugge con i banditi, si ispira davvero a una mia antenata, e il suo indirizzo parigino corrisponde a quello dove visse realmente Giovanni Maria Angioy, patriota sardo morto in esilio a Parigi.

Ho fatto delle ricerche terribili per non scrivere cose anacronistiche sul passato, ad esempio dove si parla del denaro e del valore delle cose. So bene che c’è sempre il lettore competente, in grado di accorgersi degli errori troppo evidenti.

Il finale, invece, è arrivato per caso, quando ho descritto una scena che mi sembrava perfetta per concludere i rapporti tra i personaggi principali. Quando l’ho terminato volevo quasi farne un self publishing, oppure metterlo gratuitamente in rete, ma poi l’ho dato in lettura alla Mondadori, e contrariamente ai soliti tempi di attesa molto lunghi mi hanno chiesto dopo pochi giorni di pubblicarlo, così è uscito talmente in fretta che non ho nemmeno avuto il tempo di rendermene conto. Pensate che a novembre lo stavo ancora scrivendo!».

 

C’è stato quindi un forte lavoro di editing prima di decidere di stamparlo?

No, perché prima di farlo leggere l’avevo comunque ridotto già parecchio. Questo è il cinquantacinquesimo libro che pubblico, e ormai credo di essere una buona editor di me stessa. Quando scrivo vado a ruota libera, ma poi rileggendo cambio e sistemo dove serve. Mi hanno però fatto notare che, dopo i capitoli iniziali, mi ero lanciata a parlare della vita degli antenati lasciando il personaggio principale di Ada un po’ in mezzo al guado, e così ho modificato l’ordine dei capitoli per collegare meglio le due parti.

 

Il libro inizia e finisce parlando di morte: perché questa scelta?

Forse perché sono nell’età per parlarne: in questi ultimi anni sono morti tutti quelli della generazione dei nostri genitori, così che io e i miei fratelli adesso siamo i vecchi della famiglia. Questo porta a guardarsi indietro, a fare una specie di bilancio non solo su di noi, ma anche su coloro che ci hanno preceduto e che hanno influenzato la nostra vita. La morte si può affrontare non come fine, ma come apertura di un’altra porta, anche se non sappiamo bene come.

 

A proposito dei miti, di cui si parla molto nel libro, secondo lei qual è il mito da raccontare a un bambino di oggi?

Il mito di Atalanta: è la donna che non vuole marito, o ne vuole uno più forte di lei, e viene sconfitta con l’inganno, quella mela d’oro che significa frivolezza, cioè la parte femminile peggiore. Negli anni mi sono rivolta a fasce di lettori di età diverse, adesso non parlo più ai bambini ma agli adulti. Qui si riflette, è come una mia Recherche personale. E vi devo dire che, mentre lo stavo scrivendo, ho fatto due traslochi in un anno, e siccome non riesco a dormire senza leggere ma ero troppo stanca per affrontare libri nuovi, mi sono riletta tutta la Recherche e tutta la saga di Harry Potter.

 

Quanto è femminile questo libro? Può essere apprezzato allo stesso modo da un uomo?

È un libro sulla condizione femminile, a cui tutti i personaggi reagiscono in modo diverso. Ada, Daria e Lauretta, ad esempio, sono coetanee, eppure molto diverse tra loro. Vivono comunque tutte con degli uomini e si appoggiano a loro, anche Ada che sembra la più indipendente è molto legata al compagno Giuliano, che in fondo è il suo migliore amico, quello a cui confidarsi.

“La vita sessuale dei nostri antenati”: incontro con Bianca Pitzorno

Come sente che si sta evolvendo il ruolo dei sessi e della donna, in particolare pensando al fatto che lei viene da una cultura in cui la donna ha un ruolo centrale?

Io sono sarda, ma non sono una sarda di paese, del suo nucleo ristretto e considerato ancora un po’ oscuro: sono di città e di costa. Noi sardi in realtà siamo tutti imbastarditi, dei miei quattro bisnonni uno era corso, uno era ligure, poi c’erano i parenti piemontesi. Sono cresciuta in una famiglia borghese di ricercatori universitari, professori di latino e greco, persone che viaggiavano e che facevano studiare le figlie. Poco tempo fa ho partecipato in Sardegna a una riunione con altre donne in cui parlavamo proprio di certi stereotipi, tra cui quello delle famose matriarche sarde. Sì, le donne governavano le famiglie durante la transumanza, quando gli uomini lasciavano le case e i paesi per mesi, ma in realtà stavano in casa, non studiavano e non prendevano mai iniziative di tipo imprenditoriale. Erano pur sempre gli uomini a comandare.

 

In tutti i suoi libri le famiglie sono sempre allargate, con la presenza di nonni, zii, cugini e nipoti, e dove i genitori spesso sono in ombra perché lavorano o sono distanti dal punto di vista emotivo dei figli. E la famiglia tradizionale?

Di famiglie “tradizionali”, quelle del Mulino Bianco insomma, personalmente ne ho conosciuta solo una. Avevo una compagna di scuola che viveva perennemente incollata a papà e mamma ed era lo zimbello della scuola. Le nostre madri lavoravano, magari andavano pure a giocare a canasta, ma non stavano molto a casa con i figli. Mi hanno detto che devo aver studiato tantissimo per documentarmi sull’omosessualità, di cui si parla nel libro, ma per farlo mi è bastata la mia formazione latina e greca: per sapere certe cose è sufficiente leggere i testi degli antichi, dove si trova tutto sull’argomento.

 

Nel libro ci sono riferimenti a suoi personaggi precedenti. Li ha messi per noi lettori, affezionati ai suoi romanzi con cui siamo cresciuti?

I riferimenti tornano perché le storie scritte prima fanno parte della mia vita e della mia esperienza, in fondo quello che scrive una persona può essere visto come un’immensa opera unica. Quando ho cominciato a scrivere libri per ragazzi li avevo ambientati negli anni Cinquanta, perché riportavano in qualche modo la mia esperienza e la mia vita anche se non erano autobiografici. Non sono d’accordo sul mascherare la saggistica con la narrativa come fanno adesso in molti libri per ragazzi, inventando personaggi ad hoc per parlare di droga oppure di mafia. Si possono raccontare tante storie di famiglia, ma per uscire dalla piattezza bisogna collocarle in modo che tutti possano riconoscersi, altrimenti si resta nella dimensione della fiaba. 

In questo romanzo si pesca tanto, si possono trovare molte affinità con i personaggi. In tutti i romanzi ogni lettore deve poter trovare qualcosa per sé, in cui riconoscersi. Quando ho fatto leggere il file a diversi amici prima della pubblicazione, tutti hanno dato significati differenti al finale, che rimane un po’ aperto.

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C’è una chiave d’interpretazione, un messaggio che vorrebbe affidare al lettore?

No, io non voglio dare messaggi, ma lasciare libertà a chi legge.

 

C’è stata una parte più difficile da scrivere rispetto ad altre?

No, perché avevo in mente tante di quelle cose su cui lavorare che, se avevo delle difficoltà su un soggetto, lo scartavo e passavo ad altro.

 

Legge gli autori sardi?

Certo, ma non perché sono sardi. Mi rifiuto di accettare le polemiche piccoline, da cortile: io e altri autori siamo aggrediti da un editore di Nuoro che pubblica libri in lingua sarda. Avendo contributi dalla regione, pubblicano qualsiasi cosa, a scapito della qualità. Io sono stata accusata di vigliaccheria perché non scriverei nella mia lingua madre, e questo signore sostiene addirittura che, se non conosco il sardo, dovrei farmi tradurre da lui. Nella mia famiglia si è sempre parlato in italiano e per me è quella la mia lingua madre. Io poi sono sassarese, e al massimo potrei scrivere in sassarese, che è molto diverso dal nuorese.

 

Esiste il sardo come lingua?

Alcuni sostengono che esista il sardo solo perché dei linguisti ottocenteschi l’hanno classificato lingua, poi che un nuorese non capisca un sassarese per loro è irrilevante. Noi abbiamo tanti problemi veri in Sardegna, mentre queste persone si perdono in questioni irrilevanti. Il sardo è una lingua morta come il latino e non si può resuscitare, e del resto non esiste una letteratura sarda, ma solo pochi documenti sparsi.

“La vita sessuale dei nostri antenati”: incontro con Bianca Pitzorno

Il suo è il terzo libro che leggo in poco tempo, soprattutto dopo quello di Moresco, in cui si parla di un rapporto di ritorno continuo tra vita e morte. Lei cosa pensa di questo? La teoria del ritorno è solo un’invenzione per tenere vivo un rapporto con i nostri morti?

I messicani vanno a fare picnic sulle tombe e regalano scheletri di zucchero ai bambini, tanto per dirne una. L’idea che con la fine biologica del corpo finisca tutto arriva in un momento storico, e non fa parte di tutte le culture. Io non credo alla sopravvivenza dell’anima ma mi chiedo cos’avrebbero pensato gli antenati di noi, che andiamo a rivangare nelle loro storie. Mi piace l’idea di poterli in qualche modo indennizzare, di comunicare alle donne venute prima di me ciò che apprezzo di loro. Fino a qualche tempo fa non m’importava nulla della mia famiglia, mentre adesso mi piace possedere oggetti che sono appartenuti ai miei bisnonni e sono ancora qui, tra le mie mani, molto tempo dopo la loro scomparsa.

 

Nel suo sito web lei scrive «la maggior parte degli autori che amo sono morti da molto, moltissimo tempo. Non sapevano nulla della mia futura esistenza. Né che un giorno li avrei letti e avrei amato le loro storie. Non scrivevano per piacermi, per venire incontro ai miei desideri, per insegnarmi qualcosa». Cosa pensa invece degli autori contemporanei che cercano a priori il consenso dei lettori, magari mettendo in rete i libri a cui stanno lavorando per chiedere la loro opinione o i loro suggerimenti, avvicinandosi insomma al loro pubblico?

Ognuno ha la sua opinione in materia. Per me quello dello scrittore è un lavoro solitario, si lancia una freccia e non si sa dove va, anche se magari un lettore si sente molto colpito e ha l’impressione che quel libro sia stato scritto proprio per lui. Io in questo, forse, sono all’antica ma lo scrittore fa i conti con se stesso e la carta, e soprattutto con i libri che ha letto, perché si deve leggere tanto prima di scrivere. Mi hanno influenzato molto di più i libri che ho letto del pensiero dei lettori che mi leggeranno.

La vera letteratura è inattuale, anche se si parte da un fatto contingente si deve riuscire a renderlo fruibile a più lettori, non solo a quelli del momento presente. Prendete Kafka o Balzac: scrivono del loro tempo, eppure ancora oggi noi ci ritroviamo nel loro romanzi. Pensate poi a quanti libri hanno avuto un enorme successo al momento della pubblicazione, e che oggi nessuno ricorda più.

Anche quando scrivevo per bambini cercavo di non legarmi al presente. Ci sono dei miei libri per bambini, scritti quarant’anni fa, che vendono ancora adesso seimila copie all’anno, anche se qualche libraio li ha definiti “inattuali”.

 

Ha dei libri che consiglierebbe di leggere?

Dovrei conoscere la persona a cui dare il consiglio, perché non siamo tutti uguali, e poi nella vita attraversiamo periodi di letture differenti. Me ne sono resa conto facendo il trasloco, quando ho ritrovato gli strati delle mie letture: tutta Virginia Woolf, tutto Garcia Marquez

 

Quali letture l’hanno colpita da ragazzina, visto che i suoi libri hanno influenzato noi?

Leggevo tutti i soliti classici per bambini, mi ricordo ad esempio la saga di Bibi di Michaelis Karin, ma leggevo anche libri dei miei genitori, che non erano propriamente per bambini. Andavo matta per «Tempo Medico», una rivista della casa farmaceutica Menarini che mandavano a mio padre, che era medico, dove pubblicavano racconti ma anche descrizioni dettagliate di operazioni chirurgiche, che mi affascinavano. Mio padre usava la cinepresa e per questo gli chiedevano di riprendere le operazioni chirurgiche, e mi è capitato di vedere questi filmati con le mie amiche. Per me era magia pura, molto meglio dei racconti delle fate.

 

La scelta delicata di parlare dell’identità sessuale da dove deriva?

L’ambiguità sessuale faceva parte del mondo greco. Pensate a Ercole o ad Achille che si vestono da donna per necessità. Il sesso non era legato alla generazione, dopotutto siamo l’unico mammifero senza il periodo di estro: il sesso è un fatto molto più mentale che fisico. Pensate anche a quanti romanzi d’avventure esistono, in cui le eroine si travestono da uomo, per viaggiare o combattere.

Perciò non capisco proprio l’avversione ai matrimoni gay: ma che fastidio vi danno, dico?

E se guardiamo al passato, quanti bambini venivano cresciuti da famiglie atipiche, perché i genitori mancavano per malattie o guerra? Padri e madri vedovi ce n’erano in quantità, e bambini che vivevano con tutte le combinazioni possibili di parenti.

 

Una ricetta magica per far leggere un bambino che vuole sol ascoltare storie?

Non esiste, deve arrivarci da solo. Questa specie di terrorismo sull’obbligo della lettura non mi piace: conosco ottime persone che non leggono, al massimo posso dire loro “non sai cosa ti perdi”, ma le costrizioni non servono.

 

Scriverà altri libri?

Sono vecchia, lasciatemi riposare un po’… Io non pianifico mai, nemmeno questo libro in realtà era previsto. Ho vissuto per anni del lavoro letterario, e in Italia siamo davvero pochi ad aver fatto solo lo scrittore, ma adesso sono in pensione e non ho più bisogno di scrivere per vivere. Un tempo avevo anche tanti bambini in famiglia per cui scrivere, ma adesso attorno a me ci sono solo adulti.


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