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La vita in un campo profughi raccontata con gli occhi di un bambino

La vita in un campo profughi raccontata con gli occhi di un bambinoChi meglio di un bambino è in grado di raccontare le condizioni di vita nei centri di detenzione e nei campi profughi?

La scrittrice australiana Zana Fraillon ha utilizzato alcuni rapporti relativi ai centri australiani per costruire una storia di fantasia basata su una realtà concreta e globale. L’autrice è nata a Melbourne e vive a Victoria con il marito e tre figli. Ha lavorato come maestra e precedentemente ha scritto numerosi libri per l’infanzia.

Il bambino che narrava storie è il suo romanzo d’esordio, tradotto in italiano da Valeria Galassi ed edito da Corbaccio. Protagonista è Subhi, un bambinoappartenente al popolo Rohingya, nato e cresciuto in un campo di detenzione.

I Rohingya sono una minoranza etnica di religione musulmana, abitanti nel Myanmar, paese buddista, reo di un vero e proprio genocidio, così come è emerso da un’indagine svolta da Al Jazeera News. Le Nazioni Unite e Amnesty International lo hanno dichiarato uno dei popoli più perseguitati della terra. L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha numerose volte esortato le nazioni mondiali affinché non trattino i richiedenti asilo come criminali. In tutto il mondo essi vengono detenuti insieme ai profughi. Spesso, oltre al prelevamento delle impronte digitali, vengono contrassegnati da un numero: «Per molta gente il numero è quello del barcone su cui è arrivata. Maá è identificata con la sigla NAP-24 e Queeny con NAP-23. Io che sono nato qui, invece, ho una sigla diversa: DAR-1. L’1 è perché sono stato il primo bambino a nascere qui».

La vita in un campo profughi raccontata con gli occhi di un bambino

La mamma di Subhi, che egli stesso chiama affettuosamente Maá, è fuggita dal suo paese in guerra insieme alla figlia maggiore, Queeny. Il piccolo invece è nato in quel campo profughi e conosce solo la realtà dietro una recinzione. La loro casa è una tenda. Prima con loro viveva anche il suo migliore amico, Eli. Poi le Divise, ossia coloro che danno le direttive e fanno la guardia, lo hanno spostato con altre famiglie. Tuttavia il loro legame non è stato compromesso. L’uno protegge l’altro dalle angherie dei sorveglianti.

 

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La sua è un’infanzia difficile ma una ragione per sorridere esiste sempre. Il suo più grande tesoro è una conchiglia. È un dono del mare che, se si accosta all’orecchio, racconta storie. Subhi è convinto che presto ascolterà la voce del padre che gli annuncia il suo ritorno. Purtroppo le condizioni di vita sono pessime. Il caldo è infernale, il cibo che viene servito alla mensa è rancido e disgustoso. Per fortuna non tutte le Divise sono cattive. Harvey, per esempio, è simpatico e gentile; una volta ha anche portato una piscina di plastica per far divertire quelle piccole creature sfortunate.

La vita in un campo profughi raccontata con gli occhi di un bambino

Non è facile sopravvivere, ma la fantasia e l’immaginazione possono aiutare. Di notte ascolta il rumore del mare, portatore di storie e di speranza. E poi, una sera, inaspettatamente gli appare una ragazzina, vivace e sbarazzina, con in mano un quaderno. Il suo nome è Jimmie. Sua mamma è morta da tre anni, lasciandole come ricordo quel taccuino che da sola non è in grado di leggere. Sarà Subhi ad aiutarla, costruendo storie magiche e immaginando un mondo migliore, senza recinti e sofferenza. Tra i due bambini nascerà un legame profondo. Ognuno salverà l’altro dalla propria sofferenza.

 

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I personaggi narrati affrontano quotidianamente una lotta in nome della libertà. Nulla ha senso dietro un filo spinato. Ma fantasia e voli pindarici possono dare la forza e il coraggio per non mollare e continuare a combattere. Esiste una realtà parallela in cui dolore e ingiustizia non ci sono più.

Una storia di fantasia attraverso la quale la scrittrice denuncia una tragica realtà. Un libro commovente che pagina dopo pagina descrive le condizioni disumane in cui persone innocenti, di ogni sesso ed età, sono costrette a vivere. Una verità che le nazioni del mondo preferiscono non affrontare.

La vita in un campo profughi raccontata con gli occhi di un bambino

Ogni anno i richiedenti asilo e i profughi vengono imprigionati in Europa, così come in Australia e negli Usa. Vengono trattati come criminali. Nonostante ciò la disperazione li spinge a cercare salvezza nei paesi in cui c’è pace e le barbarie non dovrebbero esistere. Purtroppo non è così. L’Australia ha respinto barconi di migranti e molti di questi sono stati risucchiati dal mare. Zana Fraillon invita il lettore a riflettere.

Il bambino che narrava storie è un romanzo in grado di commuovere e dovrebbe essere letto nelle scuole affinché i più giovani non siano indifferenti di fronte a simili atti di disumanità.

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